Lavoro sui comportamenti
Compiti a casa in terapia: come assegnarli e rivederli
I compiti a casa sono gli esercizi concordati alla fine di una seduta e svolti nei giorni successivi: una scheda da compilare, un’esposizione, un’attività da riprendere, una conversazione da fare. In terapia cognitivo-comportamentale non sono un complemento della seduta ma la parte in cui il cambiamento avviene, perché è fuori dallo studio che si verifica se quanto si è capito regge alla settimana reale.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Un’ora a settimana non basta a cambiare abitudini costruite in anni, e il terapeuta non è presente nei momenti in cui il problema si presenta davvero: la mattina prima di uscire, la sera quando il pensiero torna, il pomeriggio in cui bisognerebbe telefonare. I compiti servono a portare il lavoro là dove la difficoltà accade. Nella pratica sono quasi sempre due tipi di cose: osservare e annotare, oppure fare qualcosa di diverso dal solito e vedere cosa succede.
Un compito fatto bene è concordato, non prescritto. Deve essere chiaro cosa si fa, quando, dove e per quanto tempo, e devi poterlo spiegare con parole tue a cosa serve: se esci dalla seduta senza saper rispondere a quella domanda, il compito non verrà svolto e non sarà per pigrizia. Se ti sembra troppo grande, dirlo in seduta è la cosa più utile che puoi fare, perché un compito si può sempre ridurre — dieci minuti invece di trenta, due giorni invece di sette.
Non averlo fatto non è una colpa e non va nascosto. È un’informazione, spesso più interessante di un compito eseguito alla perfezione: dice che era troppo grande, o poco chiaro, o che avvicinandosi al momento è arrivata un’emozione di cui non si era parlato. Tutte cose che servono. Il problema non è il compito saltato, è il compito saltato e non raccontato, perché in quel caso la seduta successiva lavora su una fotografia falsa.
Tenere traccia di cosa si è concordato cambia la resa. Un biglietto scritto alla fine della seduta, con una frase su cosa fare e una su quando, fotografato con il telefono, elimina la metà delle dimenticanze. Il resto lo fa la collocazione: un compito agganciato a un momento che già esiste nella giornata — dopo cena, appena arrivato in ufficio — viene svolto molto più spesso di uno affidato al momento in cui ci si ricorderà.
Quando è utile
- All’inizio del percorso, per verificare se il modello proposto in seduta regge alla prova della settimana.
- Quando le sedute sono ricche e interessanti ma fra l’una e l’altra non cambia nulla nella vita quotidiana.
- Con tutte le tecniche che vivono fuori dallo studio: esposizione, riattivazione delle attività, monitoraggio, esperimenti comportamentali.
- Quando la persona attribuisce i progressi al terapeuta e non a ciò che ha fatto, e l’attribuzione va spostata.
- Nei percorsi a bassa frequenza o quindicinali, dove l’intervallo fra le sedute è troppo lungo per lasciarlo vuoto.
- Nella fase finale, per preparare la conclusione e il passaggio a una gestione autonoma.
Come si fa, passo per passo
1. Costruisci il compito dentro la seduta
Non negli ultimi trenta secondi, con la mano sulla maniglia. Si lasciano dieci minuti e si costruisce insieme, partendo da ciò che è emerso quel giorno. Un compito deciso dal terapeuta e comunicato alla fine ha una probabilità molto più bassa di essere svolto di uno formulato dalla persona a partire da una proposta, perché nel secondo caso è chiaro a chi appartiene.
2. Aggancialo a quello che è appena successo
Il collegamento va detto ad alta voce: «hai notato che prima di ogni riunione ti convinci che ti bloccherai; questa settimana verifichiamo cosa succede davvero». Un compito che arriva da un protocollo e non dalla seduta viene percepito come un adempimento, e gli adempimenti si saltano appena la settimana si complica.
3. Fatti spiegare a cosa serve
La domanda è letterale: «con parole tue, a cosa ci serve questa cosa». Se la risposta è vaga o compiacente, il razionale non è condiviso e il compito non verrà svolto. È più utile spendere cinque minuti qui che riprogettare il compito la settimana dopo. Vale anche al contrario: se la persona lo riformula meglio di come lo si era proposto, si adotta la sua versione.
4. Fissa quando, dove e per quanto
«Ci provo durante la settimana» non è un compito. «Martedì e giovedì, dopo cena, dieci minuti, al tavolo della cucina» lo è. L’aggancio a un momento già esistente nella giornata vale più di qualsiasi promemoria: gli esercizi collocati dove c’era già un’abitudine sopravvivono, quelli affidati al momento opportuno no.
5. Cerca gli ostacoli prima, non dopo
Due domande, sempre le stesse: «quanto è probabile, da 0 a 100, che tu lo faccia» e «cosa potrebbe impedirtelo». Sotto l’80 il compito va ridotto subito, non incoraggiato. Per ogni ostacolo nominato si scrive una versione minima di ripiego: se la settimana salta, resta comunque qualcosa di fattibile in cinque minuti.
6. Mettilo per iscritto in due copie
Una riga per cosa, una per quando, una per come si registra l’esito. Una copia alla persona, una in cartella. Serve a due cose: a evitare che la settimana dopo si ricordino due versioni diverse dello stesso accordo, e a poter rileggere alla fine del percorso la sequenza dei compiti, che è il documento più fedele di cosa è stato fatto.
7. Rivedilo nei primi minuti della seduta
Sempre, e prima di qualsiasi altro argomento. Saltare la revisione anche una sola volta insegna che i compiti non contano, ed è la causa più frequente della loro scomparsa: il messaggio implicito arriva molto prima di qualunque discorso sull’importanza degli esercizi. Se non c’è tempo per rivedere, non c’era tempo per assegnare.
8. Tratta il non fatto come un dato
La domanda è «cosa ha reso difficile farlo», non «perché non l’hai fatto». La prima apre una ricostruzione utile — il compito era troppo grande, il momento era sbagliato, avvicinandosi è arrivata un’ansia di cui non si era parlato — la seconda chiede di giustificarsi e produce risposte socialmente accettabili che non servono a nessuno dei due.
Esempio
Sequenza dei compiti concordati nelle prime cinque sedute di un percorso per ansia sociale. La colonna degli ostacoli veniva compilata in seduta, prima della settimana, e la versione di ripiego è quella che ha salvato due settimane su cinque.
| Seduta | Compito concordato | Ostacolo previsto e ripiego | Come è andata |
|---|---|---|---|
| 1 | Tre schede di monitoraggio delle situazioni sociali evitate, la sera, cinque minuti. | «Mi dimentico.» Ripiego: nota vocale sul telefono invece della scheda scritta. | Due schede su tre, la terza come nota vocale. Entrambe le forme accettate. |
| 2 | Contare quante volte controllo il riflesso nelle vetrine in una giornata lavorativa. | «Contare mi rende più ansioso.» Ripiego: contare solo nel tragitto del mattino. | Non fatto il primo giorno, fatto negli altri tre. Diciassette controlli in una mattina. |
| 3 | Chiedere l’ora a due sconosciuti, martedì e giovedì, uscendo dall’ufficio. | «Se non trovo nessuno.» Ripiego: chiedere un’informazione al bar sotto casa. | Fatto una volta su due. Previsione: «mi guarderà male». Esito: ha risposto e ha sorriso. |
| 4 | Fare una domanda in riunione, mercoledì, qualsiasi domanda, anche banale. | «Se la riunione salta.» Ripiego: la domanda si fa al collega di stanza davanti a un terzo. | Non fatto. Riunione tenuta, domanda preparata e non pronunciata. Ripiego non usato. |
| 5 | Stessa domanda in riunione, con la frase scritta su un foglio davanti. | «Mi trema la voce e si accorgono.» Ripiego: leggere la domanda anziché dirla a memoria. | Fatto. Voce tremante secondo lei, nessun commento di nessuno. Ripetuto la settimana dopo. |
La quarta settimana è la più informativa delle cinque. Il compito non è stato svolto non per dimenticanza ma perché l’ostacolo vero — la certezza che la voce l’avrebbe tradita — non era stato nominato in seduta: compariva solo negli ultimi secondi prima di parlare. Il compito della quinta settimana nasce esattamente da lì ed è più piccolo, non più grande.
Il ripiego non è un premio di consolazione: nelle settimane 1 e 2 è ciò che ha impedito che l’intera settimana diventasse un fallimento. Una versione minima concordata in anticipo costa due minuti di seduta e cambia il rapporto della persona con l’esercizio, perché toglie l’esito tutto o niente.
Nessun compito di questa sequenza richiede più di dieci minuti. La dimensione dei compiti non cresce con le settimane: cresce la loro difficoltà emotiva, che è un’altra cosa, e il tempo richiesto resta deliberatamente piccolo perché il tempo è il primo alibi disponibile.
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Note per il professionista
La resa dei compiti si decide al momento dell’assegnazione, non durante la settimana. Tre elementi fanno quasi tutta la differenza: il compito nasce da ciò che è emerso quel giorno, viene riformulato dalla persona con parole proprie, e riceve una previsione esplicita di riuscita. La domanda «da 0 a 100, quanto è probabile che tu lo faccia» è il singolo strumento più utile della fine seduta: sotto l’80 si riduce, senza discutere e senza incoraggiare. Un compito accettato per compiacenza e mai svolto costa due settimane, mentre un compito minuscolo e svolto apre la settimana successiva.
Sul dosaggio: un compito per volta, raramente due, mai tre. Il tempo richiesto resta sotto i dieci o quindici minuti al giorno anche in fase avanzata, mentre a crescere è la difficoltà emotiva. Ogni assegnazione include una versione minima di ripiego concordata in anticipo per l’ostacolo più probabile, così che la settimana non diventi un esito tutto o niente. La revisione occupa i primi minuti della seduta successiva, sempre: saltarla una volta produce più danni di un compito mal costruito, perché comunica che l’accordo non era vincolante.
Il compito non svolto è materiale clinico, e va letto per ipotesi distinte, perché il rimedio cambia. Razionale non condiviso: si torna alla concettualizzazione e non si riassegna. Compito troppo grande o troppo vago: si riduce fino a una versione di cinque minuti e si esegue insieme in seduta. Ostacolo pratico reale: si sposta la collocazione nella giornata. Evitamento dell’emozione che compare avvicinandosi al momento: è l’ipotesi più frequente nei quadri d’ansia, e il compito successivo diventa più piccolo, non più severo. Anedonia o rallentamento marcato: si scompone fino al primo gesto, oppure si sospende. Infine la variabile relazionale: quando i compiti vengono svolti con la qualità di un’obbedienza, o sistematicamente disattesi da chi è per il resto collaborativo, l’argomento da portare è la relazione, non la compliance.
La revisione ha una forma precisa. Si comincia dal dato — cosa è stato fatto, quando, cosa è successo — prima di qualsiasi valutazione, si valorizzano i tentativi parziali nominando il comportamento specifico, e si evitano sia il rimprovero sia il suo contrario, l’archiviazione rapida per non mettere in imbarazzo, che comunica la stessa cosa. Con chi ha un critico interno severo, la formula «cosa ha reso difficile» va usata alla lettera e ripetuta, perché la prima risposta è quasi sempre un’autoaccusa. Sul lungo periodo il compito più importante è l’attribuzione: quando qualcosa migliora, la domanda è cosa ha fatto la persona perché accadesse, e la risposta va scritta.
Cautele e controindicazioni
- Con chi ha una storia di autocritica severa o di fallimenti scolastici, i compiti possono essere vissuti come prove da superare: vanno introdotti con questa premessa esplicita e tenuti piccoli finché l’esperienza non si è modificata.
- In una depressione grave, con rallentamento marcato o rischio suicidario, l’assegnazione va ridotta al minimo o sospesa: un compito fallito in quella fase alimenta la prova che nulla è possibile.
- Nel disturbo ossessivo-compulsivo i compiti di monitoraggio possono diventare compulsioni — schede ricompilate, conteggi ripetuti, ricerca della registrazione perfetta: si limita il numero, si fissa un tempo massimo e si verifica la funzione.
- Un’esposizione difficile non si assegna come compito senza averla provata prima in seduta: interrotta al momento peggiore e senza accordo, peggiora l’evitamento.
- Con i minori, i compiti terapeutici non vanno consegnati al controllo dei genitori: diventano un secondo compito scolastico sorvegliato e perdono ogni funzione.
- Quando i compiti non vengono svolti da diverse sedute consecutive, aumentare la pressione peggiora l’alleanza: il tema da riaprire è l’accordo sugli obiettivi, non l’impegno della persona.
Domande frequenti
Perché il terapeuta dà i compiti a casa?
Perché il problema si presenta nei momenti in cui il terapeuta non c’è, e un’ora a settimana non basta a modificare abitudini consolidate. I compiti portano il lavoro dove la difficoltà accade davvero e permettono di verificare se quanto è emerso in seduta regge alla settimana reale. Hanno anche una funzione di attribuzione: alla fine del percorso è più chiaro che i cambiamenti sono il risultato di cose fatte dalla persona, non di quello che accadeva nello studio.
Cosa succede se non li faccio?
Non succede niente di brutto, e soprattutto non è un motivo di rimprovero. Un compito non svolto è un’informazione utile: quasi sempre significa che era troppo grande, che non era chiaro a cosa servisse, che il momento scelto non esisteva davvero nella giornata, oppure che avvicinandosi è comparsa un’emozione di cui non si era parlato. Tutte queste cose orientano la seduta. L’unico esito davvero improduttivo è non farlo e non dirlo.
Quanto tempo devono richiedere i compiti?
Poco, e meno di quanto si immagini: dieci o quindici minuti al giorno sono un tetto ragionevole anche in fase avanzata. Quello che cresce nel corso del percorso non è la durata ma la difficoltà emotiva. Un compito che richiede un’ora contiene già il suo alibi, perché la prima settimana complicata lo cancella; uno da cinque minuti agganciato a un momento che esiste già nella giornata sopravvive anche alle settimane storte.
I compiti a casa sono obbligatori in terapia?
Non sono un obbligo e nessuno verifica alcunché, ma non sono neppure un accessorio: nella terapia cognitivo-comportamentale sono la parte in cui il cambiamento si produce, e un percorso in cui non se ne fa nessuno tende a restare una conversazione interessante. Se i compiti risultano sistematicamente impraticabili, la cosa da fare non è fingere di svolgerli ma dirlo: è probabile che vadano ripensati la dimensione, il tipo o il momento.
Che differenza c’è fra compiti a casa e automonitoraggio?
L’automonitoraggio è un tipo di compito, quello in cui si osserva e si registra qualcosa — pensieri, attività, ore di sonno, episodi — senza modificarlo. Gli altri compiti chiedono invece di fare qualcosa di diverso dal solito: un’esposizione, un esperimento, un’attività ripresa, una conversazione. Di norma si comincia dal monitoraggio, perché senza dati non si sa su cosa intervenire, e si passa ai compiti attivi quando la registrazione è diventata routine.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.