Valutazione e monitoraggio
Obiettivi SMART in terapia: come definirli, con esempi
Un obiettivo SMART è un obiettivo formulato in modo che si possa sapere se è stato raggiunto: specifico, misurabile, raggiungibile, rilevante e con una scadenza. In terapia serve a trasformare le richieste con cui si arriva — stare meglio, avere più autostima, non provare più ansia — in comportamenti osservabili di cui si può seguire l’andamento settimana per settimana, invece di affidarsi all’impressione generale di come sta andando.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Quasi tutti arrivano in terapia con un obiettivo vero ma non verificabile: «vorrei stare meglio», «vorrei sentirmi più sicuro». Il problema non è che siano desideri sbagliati, è che nessuna settimana potrà mai dirsi riuscita, perché non esiste un modo per accorgersi di averli raggiunti. Il risultato è che dopo due mesi si ha la sensazione che non sia cambiato niente, anche quando qualcosa è cambiato: mancava semplicemente qualcosa da confrontare.
SMART è un acronimo inglese che nell’uso italiano si traduce così. Specifico: si capisce chi fa che cosa, quando e dove. Misurabile: c’è un numero o un criterio che dice se è successo, fosse anche soltanto sì o no. Raggiungibile: è alla portata delle prossime settimane, non dell’anno prossimo. Rilevante: riguarda qualcosa che conta per te, non ciò che dovresti volere. Temporizzato: ha una data entro cui lo si verifica. Cinque criteri, applicati a una frase sola.
Ci sono due formulazioni che sembrano buoni obiettivi e non lo sono. La prima è quella per sottrazione: «non provare più ansia», «smettere di pensarci». Sono descrizioni di ciò che dovrebbe sparire, e hanno un difetto pratico: il modo più rapido per non provare ansia è evitare tutto, cioè esattamente il contrario di quello che serve. La seconda è quella che dipende da altri: «che mio marito mi ascolti di più». Può essere un desiderio legittimo, ma un obiettivo lo diventa solo nella parte che dipende da te, ad esempio dire che cosa ti serve entro la stessa giornata invece che una settimana dopo.
Gli obiettivi non sono un impegno a non fallire. Si fissano su quattro-sei settimane, si guardano ogni lunedì, e se per due settimane di fila restano fermi la conclusione più probabile non è che tu non ti sia impegnato: è che erano troppo grandi, o che riguardavano qualcosa che non ti interessa abbastanza. In quel caso si riscrivono più piccoli. Un obiettivo raggiunto a metà dice molto più di un obiettivo ambizioso rimasto intatto.
Quando è utile
- Nelle prime sedute, quando la richiesta è ancora generica e serve tradurla in qualcosa di osservabile.
- Quando la persona ha la sensazione che la terapia «non stia andando da nessuna parte» e mancano riferimenti per verificarlo.
- Prima di impostare l’attivazione comportamentale o la programmazione delle attività, che hanno bisogno di mete settimanali concrete.
- Con chi si dà obiettivi enormi e li abbandona entro dieci giorni, per ricalibrare la dimensione del passo.
- Quando i compiti fra una seduta e l’altra non vengono svolti, perché spesso non erano definiti abbastanza.
- A metà percorso, per un bilancio che si appoggi ai criteri iniziali e non al ricordo delle ultime due settimane.
- Alla chiusura, per decidere insieme che cosa è stato raggiunto e che cosa resta da mantenere da soli.
Come si fa, passo per passo
1. Parti da come te ne accorgeresti
Prendi l’obiettivo generico e chiediti: se domani mattina fosse risolto, che cosa farei di diverso che chiunque potrebbe vedere. Le risposte utili sono banali e concrete: «mi siederei a tavola con gli altri», «risponderei alle telefonate di lavoro», «uscirei il sabato pomeriggio». È da queste frasi che si ricava un obiettivo, non dalla formulazione iniziale.
2. Traducilo in un comportamento osservabile
Scrivi che cosa farai, dove e quando: «il martedì e il giovedì, dopo cena, esco a camminare per trenta minuti». La prova che la formulazione regge è che una persona che ti osservasse potrebbe dire senza incertezze se è successo o no. Gli stati interni — sentirsi motivati, essere più sicuri — restano fuori: sono il risultato, non l’obiettivo da scrivere.
3. Aggiungi un numero e una frequenza
Quante volte alla settimana, per quanti minuti, con quale punteggio. Il numero serve a due cose: rende inutile discutere a fine settimana se sia andata bene, e permette di alzare l’asticella un gradino per volta. Se il comportamento non si presta a un conteggio, basta un sì o un no annotato ogni giorno: anche quello è una misura.
4. Verifica che dipenda da te
L’obiettivo deve poter essere raggiunto senza che nessun altro cambi comportamento. «Che i colleghi mi coinvolgano» dipende dai colleghi; «chiedere di partecipare almeno a una riunione a settimana» dipende da te. Quando l’obiettivo riguarda una relazione, la parte utilizzabile è sempre la tua metà, e di solito è anche quella che smuove l’altra.
5. Controlla che ti interessi davvero
Chiediti a che cosa serve, e se la risposta è «perché dovrei» o «perché me lo dicono», l’obiettivo non reggerà la terza settimana. Un obiettivo rilevante è collegato a qualcosa che conta per te — una persona, un lavoro, un’attività abbandonata — e il collegamento va scritto accanto, in una riga, perché sarà quello a tenerlo in piedi nei giorni in cui non ne avrai voglia.
6. Fissa la scadenza e il primo passo
Una data fra le quattro e le otto settimane, e la prima azione da fare entro i prossimi tre giorni, piccola al punto da sembrare insignificante. Gli obiettivi senza scadenza scivolano in avanti senza che nessuno se ne accorga; quelli senza primo passo restano intenzioni. Scrivi entrambi sulla stessa riga dell’obiettivo.
7. Rivedi e rinegozia ogni settimana
Un momento fisso, cinque minuti: che cosa è successo, quanto si è fatto rispetto al numero previsto, che cosa ha ostacolato. Se l’obiettivo resta fermo due settimane di fila si riscrive più piccolo invece di ripeterlo. Se viene raggiunto due settimane di fila, si alza. È la revisione a rendere l’obiettivo uno strumento, altrimenti è un proposito scritto meglio.
Esempio
Tre obiettivi come arrivano nelle prime sedute, con la riscrittura concordata e il modo in cui si verificano. Le scadenze sono quelle effettivamente fissate.
| Come arriva | Che cosa manca | Riformulazione | Come si verifica |
|---|---|---|---|
| «Vorrei stare meglio.» | Non dice che cosa sarebbe diverso: nessuna settimana potrà mai risultare riuscita o mancata. | Entro sei settimane: due uscite serali a settimana con altre persone e la cena cucinata tre sere su sette, invece di saltarla o ordinarla. | Conteggio sul diario delle attività, riletto ogni lunedì insieme ai punteggi dell’umore. |
| «Vorrei avere più autostima.» | Descrive uno stato interno e un confronto, senza unità di misura e senza comportamento. | Per quattro settimane annoto ogni sera un fatto che contraddice «non sono all’altezza», anche minimo, e do un punteggio di credibilità a quella frase. | Punteggio da 0 a 100 della frase, registrato ogni lunedì; numero di serate in cui ho scritto almeno una riga. |
| «Non voglio più avere ansia in metropolitana.» | È un obiettivo per sottrazione: chiede l’assenza di una sensazione, e premierebbe l’evitamento. | Entro otto settimane prendo la metropolitana da solo per tre fermate nell’ora di punta, due volte a settimana, anche con l’ansia presente. | Due righe dopo ogni tragitto: fatto o non fatto, punteggio di disagio all’inizio e all’arrivo. |
Nel terzo obiettivo la clausola «anche con l’ansia presente» è deliberata. Senza, la persona rimanderebbe finché non si sente tranquilla, cioè per sempre: nei disturbi d’ansia l’obiettivo riguarda ciò che si torna a fare, non ciò che si smette di provare.
I numeri sono volutamente modesti: due uscite, tre cene, due tragitti. Un obiettivo che alla lettura sembra troppo poco è quasi sempre della dimensione giusta per le prime settimane, e si alza appena viene raggiunto due volte di fila.
La quarta colonna è quella che di solito manca. Senza un modo di verificare deciso in anticipo, alla scadenza si finisce per discutere ricordi, e chi sta male ricorda in modo sistematicamente più severo.
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Note per il professionista
La definizione degli obiettivi è un intervento, non un adempimento iniziale: si fa dopo una prima concettualizzazione, in seduta, e si mette per iscritto in un documento che entrambi rileggono. La domanda che produce materiale non è «quali sono i suoi obiettivi», che genera astrazioni, ma «come se ne accorgerebbe», eventualmente nella variante concreta di che cosa mostrerebbe un video girato in una giornata risolta. Da lì si scende per gradi fino a un comportamento datato e contabile. La negoziazione esplicita degli obiettivi è anche uno dei modi più economici per rafforzare l’alleanza, perché rende evidente che il percorso ha una direzione decisa insieme.
Due trappole ricorrenti nella formulazione. La prima è l’obiettivo per sottrazione — non provare ansia, non pensare a certe cose, non arrabbiarsi — che una persona morta soddisferebbe alla perfezione: è il criterio più rapido per riconoscerlo e va riscritto come avvicinamento a qualcosa. Nei disturbi d’ansia il punto è clinicamente decisivo, perché un obiettivo di eliminazione entra in conflitto diretto con l’esposizione e legittima l’evitamento. La seconda è l’obiettivo etero-diretto, che dipende dal comportamento di un partner, di un figlio o di un datore di lavoro: si riformula sulla metà controllabile, esplicitando che l’altra metà resta incerta.
Sulla taratura. Nella depressione l’errore tipico è la dimensione: obiettivi settimanali che valgono una giornata buona e non una giornata media, con esito prevedibile. Conviene fissarli su un orizzonte di tre giorni, scriverli in forma minima e considerare il raggiungimento parziale un risultato pieno, dichiarandolo prima. Con i pazienti perfezionisti accade l’opposto: la griglia SMART diventa una pagella e la revisione settimanale un’occasione di autocritica, per cui l’asticella si tiene deliberatamente bassa e si nomina in anticipo che l’obiettivo serve a orientare, non a valutare. Quando invece nessuna formulazione regge, il problema quasi mai è la tecnica: è l’ambivalenza, e va affrontata prima con gli strumenti che le sono propri.
Il mancato raggiungimento è informazione clinica, non mancanza di impegno, e la revisione va condotta così apertamente: che cosa è accaduto nei giorni in cui non è successo, quali ostacoli pratici, quali pensieri nel momento della decisione. Tre riscritture consecutive verso il basso sono un segnale che l’obiettivo non è rilevante per la persona o che manca un passo intermedio. Gli obiettivi ben formulati alimentano poi direttamente il resto: diventano le voci della programmazione delle attività, i criteri dei compiti fra una seduta e l’altra e, alla chiusura, le misure su cui si decide insieme che cosa è stato raggiunto e che cosa va mantenuto senza terapeuta.
Cautele e controindicazioni
- Un obiettivo formulato per sottrazione — non provare ansia, non essere triste — rafforza l’evitamento e contraddice l’esposizione: va riscritto come qualcosa che si torna a fare.
- In una fase depressiva grave gli obiettivi tarati sulle giornate buone producono una serie di fallimenti settimanali: si riducono fino a sembrare banali, oppure si sospendono e si lavora prima sull’attivazione.
- Con chi tende al perfezionismo la griglia rischia di diventare una valutazione di sé. Va detto in anticipo che il raggiungimento parziale conta e che l’asticella è volutamente bassa.
- Gli obiettivi portati da altri — un partner, la famiglia, un datore di lavoro, un’autorità — non diventano personali perché sono stati scritti in forma SMART: vanno discussi come tali prima di essere adottati.
- Se la persona è ambivalente sul cambiamento, definire obiettivi troppo presto produce accordi di facciata: l’ambivalenza si affronta prima, con strumenti diversi.
- La terapia non è un piano di produttività: obiettivi sempre più numerosi e sempre più misurabili, senza riferimento a ciò che conta per la persona, sono un segnale da esaminare, non un progresso.
Domande frequenti
Che cosa significa SMART negli obiettivi terapeutici?
Specifico, cioè chi fa che cosa, quando e dove. Misurabile, cioè con un numero o un criterio che dica se è accaduto. Raggiungibile, cioè alla portata delle prossime settimane con le risorse attuali. Rilevante, cioè collegato a qualcosa che conta davvero per la persona. Temporizzato, cioè con una data di verifica. Sono cinque criteri applicati a una frase, e servono a rendere la frase controllabile.
Quanti obiettivi si possono tenere insieme?
Da uno a tre, e in una fase acuta uno solo. Oltre questo numero l’attenzione si disperde e la revisione settimanale diventa un elenco che nessuno rilegge davvero. Conviene tenere un obiettivo principale, legato al motivo per cui si è chiesto aiuto, ed eventualmente uno secondario più facile, che serve a mantenere il ritmo nelle settimane in cui il primo non si muove.
Che cosa succede se l’obiettivo non viene raggiunto?
Si esamina, non si ripete uguale. Le cause più frequenti sono tre: era troppo grande, mancava un passo intermedio, oppure riguardava qualcosa che interessa più a chi sta intorno che alla persona. In tutti e tre i casi la riscrittura è la risposta corretta, e il modo in cui va a finire la riscrittura dice molto di più sul percorso di quanto direbbe il raggiungimento dell’obiettivo iniziale.
Può essere un obiettivo «non provare più ansia»?
No, per una ragione pratica: il modo più rapido per non provare ansia è evitare tutto ciò che la attiva, quindi quell’obiettivo premia esattamente il comportamento che mantiene il problema. La formulazione utile riguarda ciò che si torna a fare — prendere la metropolitana, parlare in riunione, restare al ristorante — specificando che vale anche quando l’ansia è presente. La riduzione dell’ansia arriva come conseguenza.
Gli obiettivi li decide il terapeuta o il paziente?
Li porta la persona, li mette in forma verificabile il professionista, e si concordano insieme. Il contributo tecnico riguarda la dimensione del passo, l’ordine in cui affrontare le cose e la formulazione: sono i punti in cui l’esperienza clinica evita obiettivi troppo grandi, troppo vaghi o in conflitto con il trattamento. Il contenuto, cioè che cosa valga la pena riprendersi, resta di chi fa il percorso.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.