Lavoro sui comportamenti
Desensibilizzazione sistematica: il metodo di Wolpe
La desensibilizzazione sistematica è la procedura messa a punto da Joseph Wolpe negli anni Cinquanta: si insegna una risposta di rilassamento profondo, si costruisce una gerarchia di scene temute e si presentano quelle scene in immaginazione mentre il corpo è rilassato, dalla più facile alla più difficile. L’idea di fondo è l’inibizione reciproca — rilassamento e ansia non possono coesistere — e ha costituito per decenni la forma standard del trattamento delle fobie.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Il metodo ha tre pezzi, nell’ordine. Prima si impara a rilassare il corpo in modo affidabile, di solito con il rilassamento muscolare progressivo: si contraggono e si sciolgono i gruppi muscolari uno dopo l’altro finché rilassarsi a comando diventa questione di due o tre minuti. Poi si costruisce una gerarchia: dieci o quindici scene legate alla paura, ordinate per quanto disagio producono. Infine si mettono insieme le due cose: si raggiunge il rilassamento e da lì si immagina la prima scena.
Le presentazioni sono brevi, non prolungate. Il terapeuta descrive la scena, la si immagina per dieci o venti secondi, e appena compare ansia si alza un dito. A quel segnale la scena si interrompe e si torna al rilassamento per mezzo minuto o poco più. Poi la stessa scena viene ripresentata. Si va avanti finché quella scena si lascia immaginare senza che il dito si alzi, per due o tre volte di seguito: solo allora si sale alla scena successiva della gerarchia.
La differenza rispetto all’esposizione come si pratica oggi è netta e vale la pena conoscerla. L’esposizione moderna si fa quasi sempre nella realtà, dura a lungo — venti, quaranta minuti — e non usa il rilassamento, perché l’obiettivo è scoprire che la situazione si regge anche senza fare niente per calmarsi. La desensibilizzazione sistematica fa il contrario: immaginazione, contatti brevi, e una risposta di rilassamento che si oppone all’ansia. Funziona, ma più lentamente, e lascia aperta una possibilità: che il rilassamento diventi la cosa senza cui non ci si sente di affrontare nulla.
Per questo oggi la procedura completa si usa in situazioni precise: quando la situazione temuta non si può riprodurre nello studio, quando l’attivazione fisiologica va contenuta per ragioni mediche, con bambini, e soprattutto quando una persona rifiuta di iniziare qualunque esposizione diretta. In quest’ultimo caso è una porta d’ingresso: si comincia in immaginazione con il rilassamento, e appena il percorso è avviato si passa alla realtà, alleggerendo poco alla volta la parte di rilassamento.
Quando è utile
- Fobie specifiche circoscritte, in particolare quando lo stimolo non è riproducibile in studio: temporali, volo, interventi odontoiatrici.
- Quando la persona rifiuta l’esposizione in vivo e serve un punto di partenza accettabile.
- Con bambini e ragazzi, dove la procedura strutturata e breve è più sostenibile di una prova prolungata.
- Quando ragioni mediche consigliano di non spingere l’attivazione fisiologica a livelli alti.
- Come ponte verso l’esposizione in vivo, con il rilassamento che viene poi sfumato gradualmente.
- Nella fobia dentale e in quella per le procedure sanitarie, dove il contesto reale è disponibile solo una volta ogni tanto.
Come si fa, passo per passo
1. Impara prima il rilassamento
Si dedicano due o tre sedute e qualche settimana di pratica quotidiana al rilassamento muscolare progressivo, finché non si raggiunge uno stato di distensione in due o tre minuti, a occhi chiusi, seduti. È un prerequisito, non un preliminare: senza una risposta di rilassamento affidabile la procedura non ha il suo ingrediente principale.
2. Costruisci la gerarchia di scene
Dieci-quindici scene legate alla paura, descritte in modo concreto e ordinate con un punteggio da 0 a 100. Gli intervalli fra una scena e l’altra devono essere piccoli, dieci punti circa: in questa procedura i salti larghi non si superano con la determinazione, semplicemente bloccano la seduta. Ogni scena deve contenere luogo, momento e cosa sta accadendo.
3. Verifica la capacità di evocare le scene
Prima di iniziare si prova una scena neutra: si chiede di immaginarla e di descriverla ad alta voce. Serve a controllare che l’immagine sia vivida, perché una scena appena accennata non produce l’attivazione su cui la procedura lavora. Si concorda anche il segnale, di solito l’indice della mano destra sollevato, che indica la comparsa di ansia.
4. Raggiungi il rilassamento prima di ogni presentazione
Ogni seduta comincia con l’induzione del rilassamento e ogni scena viene presentata solo da uno stato di distensione già raggiunto. Se il rilassamento non arriva, la seduta si dedica al rilassamento e le scene si rimandano: presentare una scena a una persona già attivata è la variante che fa fallire l’intera procedura.
5. Presenta la scena per pochi secondi
Il terapeuta descrive la scena e la persona la immagina per dieci-venti secondi, fino a un massimo di trenta. Le presentazioni brevi sono una caratteristica del metodo, non una prudenza: in questo impianto la scena non deve produrre un picco da attraversare, deve restare sotto la soglia in cui il rilassamento continua a prevalere.
6. Interrompi al segnale e torna al rilassamento
Appena il dito si alza, la scena si cancella e si torna al rilassamento per trenta-sessanta secondi. Poi la stessa scena viene ripresentata. Il ciclo si ripete finché la scena non viene tollerata per intero due o tre volte consecutive senza segnale: è questo il criterio per salire alla scena successiva.
7. Chiudi la seduta su una scena riuscita
Una seduta contiene in genere tre o quattro scene e dura fra i venti e i trenta minuti di lavoro effettivo. Si termina sempre su una scena superata e mai nel mezzo di una scena che ha prodotto segnale, perché altrimenti la seduta successiva riparte da un punto peggiore di quello raggiunto.
8. Trasferisci nella realtà e sfuma il rilassamento
Le scene superate in immaginazione vengono affrontate nella vita reale il prima possibile, nello stesso ordine. In questo passaggio il rilassamento va progressivamente ridotto e poi tolto, perché la persona deve arrivare ad affrontare la situazione senza doversi prima mettere in uno stato particolare.
Esempio
Terza seduta di desensibilizzazione con un uomo di cinquantadue anni che non vede un dentista da undici anni e ha un ascesso da trattare. Il rilassamento muscolare progressivo era stato appreso nelle due settimane precedenti. Il segnale concordato è l’indice sollevato.
| Scena della gerarchia | SUDS | Presentazioni | Esito |
|---|---|---|---|
| Telefono lo studio dentistico e fisso un appuntamento | 30 | 2 da 20 secondi | Nessun segnale alla seconda. Superata. |
| Sono in sala d’attesa, sento il trapano dalla stanza accanto | 45 | 4 da 15 secondi | Segnale alle prime due, poi due presentazioni piene. Superata. |
| Mi siedo sulla poltrona e il dentista reclina lo schienale | 55 | 5 da 15 secondi | Segnale a tre presentazioni su cinque. Superata a fine seduta. |
| Il dentista mi mette lo specchietto in bocca e guarda | 65 | 3 da 10 secondi | Segnale a tutte e tre. Rimandata alla seduta successiva. |
| Sento l’ago dell’anestesia entrare nella gengiva | 80 | non presentata | Fuori portata per questa seduta. |
| Il trapano lavora sul dente mentre tengo la bocca aperta | 90 | non presentata | Obiettivo finale della gerarchia. |
Le istruzioni suonano così, e restano identiche a ogni presentazione: «Continua a respirare come stiamo facendo. Ora immagina di essere seduto in sala d’attesa, è mattina, senti il trapano dalla stanza accanto. Resta lì. Se senti salire l’ansia, alza l’indice». Al segnale: «Lascia andare la scena. Torna alle spalle, lasciale scendere. Aspettiamo».
La quarta scena è stata rimandata dopo tre segnali consecutivi, senza insistere. In questo impianto una scena che non passa non si forza: si torna alla precedente, la si consolida e si costruisce una scena intermedia. Nel caso specifico è stata aggiunta «il dentista mi guarda in bocca senza strumenti», valutata 58, che ha reso percorribile il passaggio nella seduta successiva.
Tre settimane dopo, la stessa gerarchia è stata ripercorsa dal vivo: telefonata, sala d’attesa con appuntamento fissato lontano, visita di controllo senza trattamento. Nel passaggio in vivo il rilassamento preliminare è stato usato solo per le prime due tappe e poi sospeso, per evitare che diventasse la condizione senza cui non si entra in studio.
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Note per il professionista
Le tre componenti vanno tenute nell’ordine e nessuna è accessoria. Il training di rilassamento richiede almeno due sedute e pratica quotidiana, con un criterio esplicito: distensione raggiunta in due-tre minuti, riproducibile fuori dallo studio. La gerarchia va costruita con intervalli stretti, perché qui non esiste il correttivo della persistenza: se la scena supera la capacità di contenimento del rilassamento, la presentazione produce solo segnali ripetuti. La conduzione richiede un ritmo preciso — descrizione, dieci-venti secondi, segnale, cancellazione, trenta-sessanta secondi di rilassamento — e va chiusa su una scena superata.
La differenza con l’esposizione contemporanea non è di dettaglio. L’esposizione in vivo prolungata lavora sulla violazione dell’aspettativa: si resta nella situazione reale finché la previsione catastrofica non viene smentita, senza strategie di regolazione, e la variabilità dei contesti è deliberatamente cercata. La desensibilizzazione sistematica lavora su un principio di controcondizionamento con presentazioni brevi e sub-soglia, in immaginazione, con una risposta antagonista attiva. Le conseguenze pratiche sono due: è più lenta, e il rilassamento rischia di funzionare da comportamento protettivo, diventando la condizione senza la quale la persona non affronta la situazione. Per questo l’esposizione in vivo è oggi la prima scelta quando è praticabile.
L’abbinamento al rilassamento conserva indicazioni reali. Serve quando lo stimolo non è riproducibile con la frequenza necessaria — fobia dentale, del volo, dei temporali, di procedure sanitarie programmate — e quando quindi le prove in vivo sono poche e distanziate. Serve con bambini e preadolescenti, per cui la struttura breve e scandita è più sostenibile di una prova prolungata. Serve quando ragioni mediche sconsigliano picchi di attivazione. E serve come strategia di ingaggio con chi rifiuta categoricamente l’esposizione diretta: in quel caso è una porta, e va trattata come tale, con un piano esplicito di passaggio all’in vivo e di sfumatura del rilassamento entro poche settimane.
Due avvertenze di conduzione. La prima riguarda l’ansia indotta dal rilassamento, che compare in una minoranza non trascurabile di persone e si manifesta come irrequietezza, paura di perdere il controllo o intrusioni appena il tono muscolare scende: in quel caso si cambia modalità di induzione, si tengono gli occhi aperti, o si rinuncia alla componente di rilassamento e si passa all’esposizione diretta. La seconda riguarda la vividezza immaginativa: chi produce immagini povere non trae nulla dalle presentazioni, e il tempo speso a insistere è tempo sottratto a un’esposizione reale. In entrambi i casi la conversione al protocollo in vivo è la scelta corretta, non un ripiego.
Cautele e controindicazioni
- Nella fobia del sangue, delle iniezioni e delle ferite il rilassamento è controindicato: la risposta è bifasica e il calo pressorio porta a svenimento. Si usa la tensione muscolare applicata, che è l’opposto del rilassamento.
- Il rilassamento può diventare un comportamento protettivo: se la persona affronta la situazione solo dopo essersi rilassata, l’apprendimento diventa condizionato a quella procedura. Va sfumato in modo esplicito e programmato.
- In una parte delle persone il rilassamento profondo produce ansia anziché ridurla, con irrequietezza, paura di perdere il controllo o comparsa di pensieri intrusivi. In quel caso la componente va modificata o abbandonata.
- Non è la prima scelta per il disturbo ossessivo-compulsivo, dove serve la prevenzione della risposta, né per il disturbo di panico, dove il bersaglio sono le sensazioni corporee e il rilassamento rischia di funzionare da contromisura.
- Il lavoro sulle memorie traumatiche non si fa con questa procedura: ha regole di preparazione e di conduzione proprie, che la gerarchia immaginativa di Wolpe non prevede.
- I programmi audio autosomministrati che promettono desensibilizzazione senza gerarchia e senza un clinico saltano le due componenti che rendono il metodo tale: la graduazione costruita sulla persona e la verifica del passaggio da una scena all’altra.
Domande frequenti
La desensibilizzazione sistematica si usa ancora?
Sì, ma in indicazioni più ristrette rispetto a cinquant’anni fa. L’esposizione in vivo prolungata ha mostrato risultati più rapidi ed è diventata la prima scelta quando la situazione temuta è disponibile. La desensibilizzazione resta utile quando lo stimolo non è riproducibile in studio, con i bambini, quando l’attivazione va contenuta per ragioni mediche e come modo per iniziare con chi rifiuta qualunque esposizione diretta.
Che differenza c’è fra desensibilizzazione sistematica ed esposizione in vivo?
Tre differenze. La desensibilizzazione lavora in immaginazione, l’esposizione in vivo nella realtà. La desensibilizzazione usa presentazioni brevi, dieci-venti secondi, interrotte appena compare ansia; l’esposizione in vivo chiede di restare venti-quaranta minuti attraversando il picco. La desensibilizzazione abbina una risposta di rilassamento; l’esposizione in vivo la esclude di proposito, perché l’apprendimento da produrre è che la situazione regge anche senza fare nulla per calmarsi.
Quante sedute servono?
La costruzione del rilassamento occupa due o tre sedute più qualche settimana di pratica quotidiana. Le sedute di presentazione delle scene coprono in genere tre o quattro voci della gerarchia ciascuna, per cui una gerarchia di dodici scene richiede quattro o cinque sedute, a cui si aggiunge il trasferimento nella realtà. Dipende molto dall’ampiezza della fobia e da quanto la gerarchia è stata costruita con intervalli stretti.
Il rilassamento serve per forza?
Nella procedura di Wolpe è la componente che definisce il metodo, perché è la risposta che dovrebbe inibire l’ansia. Nell’esposizione moderna non si usa, ed è una scelta deliberata: tende a trasformarsi in un accorgimento senza il quale la persona non affronta più la situazione. Nella pratica, quando la desensibilizzazione viene usata come punto di partenza, il rilassamento si mantiene nelle prime tappe e poi si toglie in modo programmato.
Posso farla da solo con una registrazione?
Le registrazioni di rilassamento sono utili per la parte di training, che è quella che si impara con la ripetizione quotidiana. La parte che non si autosomministra è il resto: costruire una gerarchia con intervalli adeguati, decidere quando una scena è superata, riconoscere quando il rilassamento sta diventando un accorgimento protettivo e programmare il passaggio alla vita reale. Sono le decisioni che determinano se la procedura porta da qualche parte.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.