Emozioni e corpo
Scala SUDS: unità soggettive di disagio da 0 a 100
La scala SUDS — Subjective Units of Distress Scale, unità soggettive di disagio — è un numero da 0 a 100 con cui si misura quanto si sta male in un momento preciso. Non serve a giudicare l’emozione, serve a renderla confrontabile: fra una situazione e l’altra, fra l’inizio e la fine di un esercizio, fra questa settimana e la prossima. È stata introdotta da Joseph Wolpe nel lavoro sulla desensibilizzazione sistematica ed è oggi la misura standard nell’esposizione.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
Se stai male adesso
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Quando qualcuno ti chiede «quanto eri in ansia?», la risposta spontanea è «tantissimo» oppure «abbastanza», e sono parole che il giorno dopo non vogliono più dire niente. Un numero invece resta. La SUDS chiede una cosa sola: su una scala da 0 a 100, quanto disagio provi adesso. Zero è la calma completa, quella di quando ti stai addormentando senza pensieri per la testa; cento è il peggio che tu riesca a immaginare. Tutto il resto sta in mezzo, e la precisione richiesta è quella di un multiplo di cinque, non di più.
La parte che rende la scala davvero utile è l’ancoraggio. Prima di cominciare a usarla, scrivi con parole tue cinque punti — 0, 25, 50, 75 e 100 — descrivendo per ciascuno una situazione che hai vissuto davvero. Senza ancore il 60 di oggi non è il 60 di fra un mese, perché il metro si sposta insieme all’umore: nelle settimane difficili tutto slitta verso l’alto. Con le ancore, invece, dire «sono a 60» significa «sto come quella volta in ascensore», e la misura torna confrontabile.
Durante un esercizio di esposizione la SUDS si registra almeno tre volte: prima di iniziare, nel momento peggiore e alla fine. Tre numeri bastano a rendere visibile una cosa che nel mezzo dell’ansia è impossibile vedere, cioè che la curva sale, resta in alto per un po’ e poi scende, anche senza fare nulla per farla scendere. Molte persone scoprono così che il picco è durato sei o sette minuti, mentre il ricordo continuava a dire «un’ora».
Un punteggio non è un voto e non descrive chi sei. Un 80 non significa che hai reagito male o che sei fragile: significa che in quel momento stavi molto male, ed è un’informazione da usare. Non ha nemmeno senso confrontare i tuoi numeri con quelli di un’altra persona, perché ciascuno ha la propria scala e le proprie ancore. L’unico confronto che conta è con te stesso, fra prima e dopo, e questa è anche la ragione per cui le ancore si scrivono una volta sola e poi si lasciano stare.
Quando è utile
- Per ordinare le voci di una gerarchia di esposizione, dal gradino più facile al più difficile.
- Durante l’esposizione, per registrare l’andamento dell’ansia invece di ricostruirlo a memoria.
- Nella scheda ABC e nel diario dei pensieri, come misura dell’intensità emotiva nella colonna C.
- Prima e dopo una tecnica di regolazione, per capire se ha prodotto un effetto o se è solo passato tempo.
- Nel lavoro su memorie dolorose, come indicatore rapido di quanto si è vicini al limite di tolleranza.
- Per seguire di settimana in settimana una situazione che si ripete sempre uguale.
Come si fa, passo per passo
1. Fissa i due estremi
Zero non è «neutro», è la calma piena: il momento più tranquillo che ricordi, di solito una situazione domestica e senza impegni. Cento non è «molto male», è il peggio che tu abbia vissuto o che riesca a immaginare. Se lo zero è irraggiungibile o il cento è teorico, tutta la scala in mezzo si comprime e i numeri smettono di distinguere.
2. Ancora la scala con cinque situazioni
Scrivi un episodio reale per 0, 25, 50, 75 e 100, con luogo e circostanza: «fila alla cassa quando ho fretta», «riunione in cui so che dovrò parlare». Bastano cinque righe e restano il tuo metro. L’ancora più utile è quella del 25: senza un riferimento basso, tutto ciò che disturba un poco finisce dritto a 60.
3. Misura in tre secondi
Il numero è la prima cifra che ti viene in mente, arrotondata a multipli di cinque. Non va calcolato, discusso o corretto al ribasso per pudore. Se ti accorgi di ragionarci più di qualche secondo, stai già valutando te stesso invece di misurare: prendi il primo numero e vai avanti.
4. Registra tre punti per esercizio
Prima di iniziare, nel momento peggiore e alla fine, con l’ora accanto a ciascuno. Sono i tre numeri che mostrano la forma della curva. Se l’esercizio dura a lungo conviene aggiungerne uno ogni cinque minuti: la durata reale del picco è quasi sempre più breve di quella che la memoria restituirà la sera stessa.
5. Annota il contesto accanto al numero
Tre o quattro parole: «metro, ora di punta, in piedi». Un numero da solo dopo una settimana non dice niente, e nel confronto fra due esercizi la differenza sta spesso nel contesto e non nel disagio. Le annotazioni servono anche a scoprire le variabili che abbassano il punteggio in modo sospetto, come la presenza di un accompagnatore.
6. Rileggi la curva a fine settimana
Con i numeri in fila si guardano tre cose: il punteggio di partenza delle prove ripetute, che dovrebbe scendere prima del picco; il tempo impiegato dal picco a dimezzarsi; le prove in cui il punteggio è rimasto piatto. Una curva piatta e bassa di solito non significa progresso, significa che l’esercizio è diventato troppo facile.
Esempio
Ancoraggio scritto da una persona seguita per attacchi di panico con evitamento degli ascensori. Le cinque righe sono state redatte nella seconda seduta e non sono più state modificate nei mesi successivi.
| Punteggio | La mia ancora | Segnali nel corpo |
|---|---|---|
| 0 | Domenica mattina sul divano, casa vuota, leggo e non ho impegni fino a sera. | Respiro lento, corpo pesante e appoggiato, nessuna fretta. |
| 25 | Fila alla cassa del supermercato quando ho lasciato l’auto in doppia fila. | Sospiri, piede che batte, guardo l’orologio ogni pochi secondi. |
| 50 | Riunione del lunedì in cui so che a un certo punto mi chiederanno di parlare. | Cuore accelerato, mani umide, rileggo gli appunti senza leggerli. |
| 75 | Ascensore fermo fra due piani, luci accese, dopo circa un minuto. | Fiato corto, caldo alla testa, cerco con gli occhi il pulsante di allarme. |
| 100 | Il pronto soccorso la sera del primo attacco di panico, a marzo. | Non riuscivo a stare in piedi, tremavo, ero convinta di morire. |
Nella prima esposizione in ascensore della settimana successiva i numeri sono stati: 55 prima di entrare, 70 alla chiusura delle porte, 75 dopo due minuti, 45 dopo sei, 30 all’uscita. Tre punti sarebbero bastati; cinque hanno reso visibile che il picco era durato meno di quanto lei lo ricordasse la sera.
Le ancore non si riscrivono. Se a ogni nuovo episodio difficile si sposta il 100, tutti i punteggi precedenti diventano incomparabili e il monitoraggio perde senso: il 100 resta l’episodio di marzo anche se non si ripeterà più.
L’ancora del 25 è volutamente banale, e serve più di quelle alte. Chi non ha un riferimento fra 0 e 50 tende a collocare a 60 qualsiasi cosa dia un minimo fastidio, e le gerarchie costruite così partono tutte da un gradino troppo alto.
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Note per il professionista
L’ancoraggio va fatto in seduta prima di qualunque uso della scala, e richiede dieci minuti. Senza ancore la SUDS resta una misura ordinale privata e instabile, che non consente il confronto fra sedute né la costruzione di una gerarchia sensata. Conviene scrivere le cinque righe insieme, con episodi realmente vissuti, e consegnarne una copia: la persona la userà a casa durante i compiti di esposizione, dove nessuno può ricordarle che cosa voleva dire 75.
Nella pratica la rilevazione utile è a tre punti — basale, picco, finale — con l’ora accanto, e a cinque punti nelle esposizioni prolungate. Va chiesto un numero anche all’inizio delle sedute che affrontano materiale difficile, come indicatore rapido del margine disponibile. Attenzione a non trasformare la SUDS nell’obiettivo: nella prospettiva dell’inhibitory learning il criterio di uscita da un’esposizione è la verifica della previsione, e un punteggio che resta alto mentre l’aspettativa crolla è un buon risultato, non un fallimento.
Tre problemi ricorrenti. Il primo è lo schiacciamento verso l’alto in chi ha un’attivazione basale elevata: parte da 40 anche a riposo, e la scala perde risoluzione; il rimedio è ricostruire le ancore basse su situazioni di riposo reali, non ideali. Il secondo è il punteggio contrattato, cioè abbassato per compiacere o alzato per essere creduti: emerge dal confronto con i segnali corporei, ed è il motivo per cui la terza colonna dell’ancoraggio non è decorativa. Il terzo è l’uso della SUDS come giudizio su di sé, tipico dei quadri perfezionistici, che si contrasta accettando esplicitamente stime grossolane.
La scala è il connettivo fra strumenti diversi: ordina la gerarchia di esposizione, misura la colonna delle conseguenze nella scheda ABC, dà il prima-dopo alle tecniche di regolazione e segnala quando fermarsi nel lavoro su memorie dolorose. Con bambini e ragazzi la versione a dieci punti, disegnata come termometro, è preferibile e mantiene la stessa logica. Una volta che la persona ha interiorizzato le ancore, la misura diventa istantanea e può essere raccolta a voce in qualsiasi momento della seduta.
Cautele e controindicazioni
- Non è un test né una misura diagnostica: un punteggio alto descrive un momento, non un quadro clinico, e non si confronta fra persone diverse.
- Con chi tende a controllare e a misurare tutto, la rilevazione continua può diventare un nuovo rituale. In quel caso si riducono i momenti di misura a quelli concordati e si vieta esplicitamente la correzione a posteriori.
- Un punteggio che resta a 90 o 100 per giorni interi non è un dato da monitorare: è un motivo per rivedere il piano di lavoro, e se si accompagna a pensieri di morte va affrontato subito e direttamente.
- Chiedere la SUDS durante un’esposizione a intervalli troppo fitti interrompe l’esperienza e diventa una forma di distrazione: ogni due o cinque minuti è sufficiente.
- Se la persona abbassa sistematicamente i numeri per compiacere, la scala smette di misurare. Conviene affiancarla ai segnali corporei osservabili e dire apertamente che un numero alto non è una brutta figura.
Domande frequenti
Che cosa significa SUDS?
È l’acronimo di Subjective Units of Distress Scale, in italiano unità soggettive di disagio. Indica una scala su cui la persona riporta quanto disagio prova in un dato momento, di solito da 0 a 100. Il termine risale al lavoro di Joseph Wolpe sulla desensibilizzazione sistematica ed è rimasto in uso perché risolve un problema pratico: dare all’esperienza soggettiva un valore confrontabile nel tempo, senza pretendere che sia una misura oggettiva.
La scala SUDS va da 0 a 100 o da 0 a 10?
Entrambe le versioni sono in uso e la logica non cambia. La scala 0-100 ha più risoluzione ed è preferibile con gli adulti, perché permette di distinguere gradini vicini quando si costruisce una gerarchia di esposizione. La versione 0-10 è più semplice da usare con bambini e ragazzi, spesso disegnata come un termometro. L’importante è non cambiare scala a metà percorso: i punteggi raccolti prima diventerebbero inutilizzabili.
Come faccio a sapere se il mio numero è giusto?
Non esiste un numero giusto, perché la misura è per definizione soggettiva. Esiste però un numero coerente, ed è quello che rispetta le tue ancore: se il 75 è l’ascensore fermo fra due piani, allora ciò che oggi chiami 75 dovrebbe assomigliargli per intensità. Il controllo si fa sui segnali del corpo, non sul ragionamento. Se il numero e il corpo dicono cose diverse, di solito è il numero a essere stato corretto.
A quanto deve scendere la SUDS durante un’esposizione?
Nella pratica tradizionale si aspettava un dimezzamento rispetto al picco, o comunque una discesa netta. Oggi il criterio più usato è diverso: si resta finché si è verificato che cosa succede davvero rispetto a quello che si era previsto. Un esercizio in cui il punteggio resta a 70 ma la previsione temuta non si realizza produce apprendimento, mentre un esercizio interrotto sul picco lo impedisce, qualunque sia il numero.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.