Emozioni e corpo

Rilassamento muscolare progressivo: gli esercizi di Jacobson

Il rilassamento muscolare progressivo è la tecnica messa a punto da Edmund Jacobson e poi abbreviata per l’uso clinico: si contrae un gruppo muscolare per pochi secondi e lo si lascia andare di colpo, passando in ordine da una parte del corpo all’altra. Il contrasto fra tensione e rilascio rende percepibile una differenza che di solito sfugge, e allena a riconoscere la tensione quando compare durante la giornata.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Chi vive con l’ansia da mesi o anni smette di accorgersi di essere contratto: le spalle alte, la mandibola serrata, la fronte corrugata diventano la nuova posizione normale, e ci si stupisce solo quando alla sera fa male il collo. Il rilassamento muscolare progressivo aggira il problema da una direzione inattesa: invece di chiederti di sciogliere un muscolo che non senti, ti fa stringere quel muscolo apposta per cinque secondi e poi mollarlo di colpo. Nei trenta secondi che seguono la differenza fra prima e dopo è talmente evidente da non poter essere ignorata, ed è quella differenza che stai imparando a riconoscere.

Si lavora per gruppi, in un ordine fisso: si comincia dalle mani e dalle braccia, si passa al viso, poi al collo, al tronco, e si scende infine alle gambe e ai piedi. L’ordine non è decorativo, serve a non dimenticare pezzi e a costruire un’abitudine che il corpo riconosce. Nella versione completa i gruppi sono sedici e la seduta dura fra i venti e i trenta minuti; dopo due o tre settimane la sequenza si accorcia a sette gruppi e poi a quattro, fino ad arrivare a una versione di cinque minuti utilizzabile in una pausa di lavoro.

Due dettagli tecnici fanno la differenza fra un esercizio che funziona e mezz’ora buttata. Il primo è che la tensione va tenuta forte ma non fino al dolore: si stringe circa al settanta per cento di quello che potresti, mai su una zona che fa male o è stata operata di recente. Il secondo è che il rilascio deve essere improvviso, come se qualcuno tagliasse un filo, e non un allentamento graduale. Il rilascio graduale è l’errore più comune, e toglie all’esercizio proprio il contrasto per cui esiste.

Il tempo di rilascio è più lungo di quello di tensione, e va rispettato anche quando sembra sprecato: cinque secondi di contrazione e almeno trenta di attesa prima del gruppo successivo. In quei trenta secondi non devi fare niente — non respirare in un modo speciale, non visualizzare nulla — solo notare come sta quella parte del corpo adesso. Se ti accorgi di correre, probabilmente stai trattando l’esercizio come una lista di cose da spuntare, ed è il modo più rapido per concludere che non serve.

Quando è utile

  • Ansia generalizzata con tensione muscolare costante, cefalea tensiva, dolore a collo e spalle a fine giornata.
  • Insonnia iniziale, quando il corpo resta acceso anche quando la testa è stanca.
  • Digrignamento dei denti e serramento della mandibola, come pratica di riconoscimento precoce della tensione.
  • Come componente della desensibilizzazione sistematica, dove il rilassamento viene accoppiato ai gradini della gerarchia immaginata.
  • Con chi non riesce a stare fermo in pratiche puramente mentali e ha bisogno di un compito fisico da eseguire.
  • Nelle settimane iniziali di un percorso, per dare uno strumento concreto e verificabile mentre si lavora su altro.
  • In preparazione a procedure mediche prolungate in cui si deve restare immobili e contratti.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Prepara ambiente e posizione

    Una stanza tiepida, luce bassa, telefono silenzioso. Sdraiato su un tappetino con un cuscino sotto la testa e uno sotto le ginocchia, oppure seduto in una poltrona con braccioli e schienale alto. Togli scarpe, occhiali, orologio e cintura. La sequenza dura venti-trenta minuti la prima volta: se hai fretta, è meglio rimandare a un altro momento della giornata.

  2. 2. Impara il gesto su una mano

    Prima della sequenza completa, prova una volta sola: chiudi il pugno destro con forza, conta fino a cinque, poi lascia andare di colpo e resta a mano aperta per trenta secondi. Quello che senti in quei trenta secondi — pesantezza, calore, formicolio, o semplicemente qualcosa di diverso da prima — è ciò che cercherai in tutti gli altri gruppi.

  3. 3. Tendi cinque secondi, senza arrivare al dolore

    Circa il settanta per cento della forza che potresti usare. Deve essere una tensione netta e sostenuta, non una stretta massimale: nessun gruppo va contratto fino al crampo o alla fitta, e le zone dolenti, operate di recente o infortunate si saltano del tutto. Durante la contrazione il respiro continua, non si trattiene il fiato.

  4. 4. Molla di colpo, non gradualmente

    Il rilascio è improvviso: si smette di tenere, tutto insieme, come se si lasciasse cadere un oggetto. Non accompagnare il muscolo mentre si scioglie e non aiutarlo. Il contrasto brusco fra i cinque secondi precedenti e il momento dopo è l’informazione che l’esercizio deve produrre, ed è la prima cosa che si perde quando si va di fretta.

  5. 5. Resta trenta secondi sul rilascio

    Mani ferme, nessun compito. Nota soltanto come si sente quella parte del corpo adesso rispetto a prima: più pesante, più calda, più larga, o nulla di particolare. Il tempo di rilascio è dalle quattro alle sei volte quello di tensione, ed è la parte dell’esercizio che produce l’effetto: la contrazione serve solo a prepararlo.

  6. 6. Attraversa i sedici gruppi in ordine

    Dalla mano dominante fino al piede non dominante, seguendo la sequenza senza saltare e senza tornare indietro. Se un gruppo resta teso, si ripete una seconda volta e poi si prosegue: insistere tre o quattro volte sullo stesso punto trasforma l’esercizio in una caccia al risultato. La seduta completa dura venti-trenta minuti.

  7. 7. Chiudi con una verifica del corpo

    Alla fine, percorri mentalmente il corpo dalla fronte ai piedi e cerca le zone rimaste contratte: quasi sempre sono mandibola, fronte e spalle. Concedi loro un ciclo in più. Poi conta alla rovescia da quattro a uno, muovi mani e piedi, e rialzati lentamente, soprattutto se eri sdraiato.

  8. 8. Riduci la sequenza dopo due settimane

    Quando i sedici gruppi sono diventati familiari, si accorpano in sette (braccia, viso, collo e spalle, tronco, gambe) e poi in quattro, fino a una versione da cinque minuti. L’ultimo passaggio è riconoscere la tensione durante la giornata e scioglierla senza contrarre prima: è il punto in cui la tecnica smette di essere un esercizio e diventa utile.

Esempio

La sequenza completa a sedici gruppi nell’ordine in cui si esegue, per una persona destrimane; chi è mancino inverte destra e sinistra. Fra un gruppo e il successivo si resta fermi per tutto il tempo di rilascio indicato.

Sequenza dei sedici gruppi muscolari, con tempi di tensione e rilascio
Gruppo muscolareCome si tendeTensioneRilascio
Mano e avambraccio destriChiudi il pugno e stringi5 secondi30 secondi
Bicipite destroPorta il pugno verso la spalla piegando il gomito5 secondi30 secondi
Mano e avambraccio sinistriChiudi il pugno e stringi5 secondi30 secondi
Bicipite sinistroPorta il pugno verso la spalla piegando il gomito5 secondi30 secondi
FronteSolleva le sopracciglia il più possibile5 secondi30 secondi
Occhi e nasoChiudi gli occhi con forza e arriccia il naso5 secondi30 secondi
Guance e mandibolaStringi i denti e allarga la bocca in un sorriso forzato5 secondi30 secondi
Collo e nucaSpingi la nuca contro il cuscino, senza ruotare la testa5 secondi30 secondi
Spalle e parte alta della schienaAlza le spalle verso le orecchie e avvicina le scapole5 secondi30 secondi
ToraceInspira a metà, tieni l’aria e irrigidisci il petto5 secondi30 secondi
AddomeContrai la pancia come per parare un colpo5 secondi30 secondi
Coscia destraSpingi il tallone verso il basso contrando quadricipite e glutei5 secondi30 secondi
Polpaccio destroPorta la punta del piede verso il ginocchio4 secondi30 secondi
Piede destroPunta le dita in avanti e arricciale4 secondi30 secondi
Coscia, polpaccio e piede sinistriRipeti i tre movimenti nello stesso ordine4-5 secondi30 secondi ciascuno
Verifica finalePercorri il corpo dalla fronte ai piedi e ripeti dove è rimasta tensione—1-2 minuti

I tempi dei polpacci e dei piedi sono più brevi di proposito: sono i gruppi in cui il crampo è più probabile, soprattutto la sera e dopo attività fisica. Se compare un crampo, si interrompe la contrazione e si passa oltre.

Le contrazioni del collo e del torace vanno tenute morbide. Spingere la nuca con tutta la forza o trattenere il fiato mentre si irrigidisce il petto sono i due modi più frequenti di finire la seduta con più tensione di quanta se ne avesse all’inizio.

Chi ha difficoltà a sentire qualcosa nel rilascio non sta sbagliando l’esercizio: nelle prime sedute la percezione è grossolana e migliora in una o due settimane. La domanda giusta non è «mi sono rilassato?» ma «questa parte è diversa da com’era cinque secondi fa?».

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Note per il professionista

La prima seduta va condotta a voce, per intero, con il terapeuta che scandisce i tempi: consegnare la sequenza scritta o una registrazione senza averla mai guidata produce esecuzioni troppo rapide, con rilasci di cinque secondi e contrazioni al massimo della forza. Vale la pena spendere due minuti sul razionale — non si insegna a rilassarsi, si insegna a discriminare la tensione — perché è ciò che distingue questa tecnica dalle indicazioni generiche a stare tranquilli, e perché rende accettabile il fatto che nelle prime sedute non succeda quasi nulla.

Dosaggio: una seduta completa al giorno per due settimane, possibilmente alla stessa ora e non subito dopo i pasti, con un breve diario di due righe. Poi il passaggio a sette gruppi per altre due settimane, quindi a quattro, e infine il rilassamento evocato dal segnale, in cui la persona scioglie la tensione senza contrarre prima. Le fasi abbreviate non sono un ripiego: sono l’obiettivo, perché la versione da venti minuti non verrà mai usata nel momento in cui la tensione compare davvero.

I modi tipici in cui fallisce sono tre. Il rilascio graduale, che elimina il contrasto e va corretto mostrando il gesto sul proprio braccio. L’ansia paradossa da rilassamento, con intrusioni, irrequietezza o crisi di pianto quando la vigilanza si abbassa: si accorcia la seduta, si tengono gli occhi aperti, si resta seduti anziché sdraiati, e se persiste si sospende e si valuta cosa emerge quando il controllo si allenta. La terza è la trasformazione in prestazione, con la persona che chiede se si sta rilassando abbastanza: in quel caso si sposta il criterio dal risultato all’esecuzione, cioè ai tempi rispettati.

È il presupposto tecnico della desensibilizzazione sistematica e resta utile come componente nei protocolli per l’insonnia, dove si colloca a fine giornata e non a letto. Nei disturbi d’ansia non va invece accoppiato all’esposizione: usato per abbassare l’ansia mentre si affronta lo stimolo temuto diventa un comportamento protettivo e indebolisce l’apprendimento. Quando la persona chiede uno strumento per i momenti di picco è meglio orientarla sulle abilità brevi di tolleranza e tenere il rilassamento muscolare dove ha senso, cioè come pratica quotidiana a freddo.

Cautele e controindicazioni

  • Zone operate di recente, infortuni, ernie, dolore lombare o cervicale acuto: quei gruppi si saltano o si contraggono in modo appena accennato, e in dubbio si chiede al medico.
  • Contrazione a metà forza e mai in apnea per chi ha ipertensione o patologie cardiache; nessuna contrazione massimale del collo o del torace.
  • Polpacci e piedi sono la sede tipica del crampo: tempi più brevi, e si interrompe al primo segnale.
  • In gravidanza si evitano le contrazioni dell’addome e si adatta la posizione, preferendo il fianco sinistro allo sdraiato supino nei mesi avanzati.
  • Nei quadri con storia traumatica o sintomi dissociativi l’abbassamento della vigilanza può far emergere intrusioni: sedute brevi, occhi aperti, posizione seduta, e priorità alle tecniche di radicamento.
  • Se la tensione muscolare è dolorosa, localizzata e persistente, va inquadrata prima dal punto di vista medico: il rilassamento non è un trattamento del dolore.

Domande frequenti

Quanto dura una seduta di rilassamento muscolare progressivo?

La versione completa a sedici gruppi dura fra i venti e i trenta minuti, perché ogni gruppo prevede cinque secondi di tensione e almeno trenta di rilascio. Dopo due o tre settimane si passa alla versione a sette gruppi, intorno ai dodici minuti, e poi a quella a quattro gruppi, che sta in cinque. Accorciare i tempi di rilascio per fare prima è l’unico modo sicuro di rendere l’esercizio inutile.

Quante volte alla settimana va praticato?

Ogni giorno nelle prime due settimane, alla stessa ora, lontano dai pasti. È una fase di apprendimento: si sta costruendo la capacità di riconoscere la tensione, non si sta cercando un effetto immediato. Dopo il primo mese, tre o quattro sedute settimanali bastano a mantenere l’abilità, purché si continui a usare la versione breve nei momenti della giornata in cui ci si accorge di essere contratti.

Il rilassamento di Jacobson serve per dormire?

Aiuta quando l’insonnia è sostenuta da tensione fisica, ed è una componente abituale dei percorsi cognitivo-comportamentali per l’insonnia. Va però praticato prima di coricarsi, nella stanza in cui si passa la sera, e non a letto: eseguirlo sotto le coperte con l’obiettivo di addormentarsi lo trasforma in uno sforzo di dormire, che è uno dei meccanismi che mantengono il problema.

Perché durante l’esercizio mi viene più ansia?

Succede a una minoranza di persone e ha un nome: ansia indotta dal rilassamento. Abbassare la vigilanza può far emergere pensieri, sensazioni corporee o ricordi tenuti a distanza dall’attività continua. Non significa che la tecnica sia sbagliata, ma va adattata: sedute più brevi, occhi aperti, posizione seduta. Se l’ansia resta alta o compaiono immagini intrusive, è il caso di parlarne con un professionista prima di continuare.

Che differenza c’è fra rilassamento muscolare progressivo e training autogeno?

Nel rilassamento muscolare progressivo si fa qualcosa con il corpo: si contrae e si rilascia, e l’effetto arriva dal contrasto. Nel training autogeno non si agisce sui muscoli, ci si concentra in modo passivo su formule che descrivono sensazioni di pesantezza e calore. Il primo è più immediato e più facile da imparare da soli; il secondo richiede settimane e di norma un insegnamento guidato, ma lascia una pratica più breve da eseguire.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.