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Diario degli attacchi di panico: come si compila

Il diario degli attacchi di panico è una tabella che si compila subito dopo ogni episodio: quando, dove, quali sensazioni, quale pensiero è arrivato insieme a loro, quanto è durato e cosa hai fatto. Serve a trasformare un’esperienza che sembra imprevedibile e sempre uguale in una serie di episodi distinti, con inneschi e durate che si possono finalmente guardare.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Di un attacco di panico si ricordano due cose: che è arrivato all’improvviso e che è stato terribile. Tutto il resto — l’ora, cosa stava succedendo dieci minuti prima, quale sensazione è comparsa per prima, quanto è durato davvero — evapora nel giro di poche ore, perché in stato di allarme la memoria registra male. Il diario esiste per questo: non per rivivere l’episodio, ma per fissare i dettagli che spariscono, che sono poi esattamente quelli su cui si lavora.

Le colonne sono sei e nessuna è decorativa. Data e ora dicono se gli episodi si concentrano in certi momenti della giornata. La situazione descrive dove eri e cosa stava succedendo, incluso quanto avevi dormito o se eri a digiuno. Le sensazioni si elencano una per una — cuore accelerato, respiro corto, formicolio alle mani, sensazione di irrealtà — perché quasi sempre ce n’è una che parte per prima. Il pensiero è la frase che ti è passata per la testa: «sto per svenire», «è un infarto», «sto impazzendo». La durata si scrive in minuti, non in «un’eternità». L’ultima colonna dice cosa hai fatto: sei uscito, ti sei seduto, hai chiamato qualcuno, hai preso una goccia.

Due scoperte arrivano quasi sempre entro la seconda settimana. La prima è che gli attacchi durano meno di quanto dica il ricordo: il picco si raggiunge in pochi minuti e il grosso si esaurisce in dieci o venti, mentre la memoria li allunga a ore perché ci somma la coda di malessere. La seconda è che non arrivano dal nulla: nella colonna delle situazioni compaiono ricorrenze — il caldo, la fila, la notte corta, una discussione, il caffè del pomeriggio — che prima erano invisibili solo perché nessuno le aveva messe in fila.

Il diario va scritto il prima possibile, anche in piedi sul marciapiede, anche con tre parole per colonna: la versione ordinata si può sistemare la sera. Se aspetti troppo perdi l’ordine in cui le sensazioni sono comparse, che è il dato più utile di tutti. Una cosa da mettere in conto: nei primi giorni scrivere può sembrare che aumenti l’attenzione al corpo. È un effetto che rientra, ed è diverso dal controllare il battito durante la giornata, perché qui si scrive dopo l’episodio e non prima. Se in una settimana non succede niente, la pagina senza episodi è comunque un’informazione e va portata lo stesso.

Quando è utile

  • All’inizio di un percorso per attacchi di panico, quando non è ancora chiaro con che frequenza si ripetano.
  • Quando gli episodi sembrano arrivare «dal nulla» e non si riesce a collegarli a niente di preciso.
  • Per distinguere l’attacco vero e proprio dall’ansia anticipatoria che lo precede anche di ore.
  • Per far emergere gli evitamenti accumulati: posti, orari, mezzi, cose che si fanno solo se accompagnati.
  • Prima di impostare l’esposizione enterocettiva: la colonna delle sensazioni dice quali riprodurre.
  • Quando si sta riducendo una benzodiazepina al bisogno, su indicazione del medico, per vedere cosa cambia davvero.
  • Per seguire l’andamento nel tempo: frequenza e durata media sono i due numeri che dicono se il lavoro procede.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Tieni il diario a portata di mano

    Un foglio piegato nel portafoglio, una nota sul telefono, un quadernino piccolo: l’unica caratteristica che conta è che sia raggiungibile in trenta secondi ovunque tu sia. Un diario che resta sulla scrivania di casa viene compilato a memoria la domenica sera, ed è la versione che serve a meno.

  2. 2. Scrivi entro un’ora dall’episodio

    Appena il grosso è passato, non la sera. Bastano parole sconnesse: «metro, 8:40, cuore, non respiro, sto per svenire, 12 min, scesa alla fermata dopo». La forma si sistema più tardi. L’ordine in cui le sensazioni sono arrivate, invece, in poche ore non è più recuperabile.

  3. 3. Elenca le sensazioni in ordine di comparsa

    Non un elenco alla rinfusa: quella che è partita per prima, poi la seconda, poi la terza. Nella maggior parte dei casi esiste una sensazione d’innesco costante — il battito, la testa leggera, il nodo in gola, il respiro che non entra — ed è quella che diventerà il bersaglio del lavoro successivo.

  4. 4. Trascrivi il pensiero con le tue parole

    La frase esatta, al presente, anche se riletta a freddo suona eccessiva: «è un infarto», «sto per perdere il controllo davanti a tutti», «questa volta non passa». Se al posto di una frase c’era un’immagine — te stesso a terra, l’ambulanza, la gente intorno — descrivi l’immagine.

  5. 5. Stima la durata in minuti

    Dall’inizio al momento in cui l’intensità è chiaramente calata. Se non hai guardato l’ora, ricostruisci con i riferimenti: la fermata in cui sei salito e quella in cui sei sceso, l’inizio e la fine di una telefonata. Segna a parte quanto è durato lo strascico, che è un’altra cosa e di solito è più lungo.

  6. 6. Annota cosa hai fatto subito dopo

    Compreso ciò che sembra irrilevante: sederti, uscire all’aria, bere acqua, chiamare tua sorella, contare i respiri, misurare la pressione, tornare a casa a piedi invece che in metro. Questa colonna è l’inventario dei comportamenti protettivi, e più avanti si usa tale e quale.

  7. 7. Rileggi tutte le righe ogni settimana

    Dieci minuti, con il diario aperto su tutte le righe insieme e non una alla volta. Le domande sono tre: quante volte, quanto sono durati in media, cosa si ripete nella colonna della situazione. Le risposte si scrivono in fondo alla pagina, perché è quello che si porta in seduta.

Esempio

Una settimana di diario tenuta da una donna di trentotto anni con attacchi ricorrenti da circa tre mesi, alla seconda settimana di compilazione.

Esempio di diario degli attacchi di panico compilato per una settimana
Data e oraSituazioneSensazioniPensieroDurataCosa ho fatto
Lun 14/09, 8:40Metropolitana, vagone pieno, in piedi, due fermate dopo essere salita.Prima il cuore accelerato, poi respiro corto, poi formicolio alle mani.«Non arrivo alla prossima fermata, svengo qui davanti a tutti.»12 minutiScesa alla fermata successiva, seduta in panchina, finito a piedi. Arrivata tardi al lavoro.
Mar 15/09, 15:10Coda alla cassa del supermercato, molto caldo, dopo due caffè.Testa leggera, poi sensazione di irrealtà, poi sudore freddo.«Sto per perdere il controllo e faccio una scena.»8 minutiLasciato il carrello e uscita. Tornata più tardi con mio marito.
Mer 16/09, 23:30A letto, sveglia da un’ora, dopo essermi controllata il battito al polso.Battito percepito come irregolare, nodo in gola, mani fredde.«Stavolta è il cuore davvero, il resto erano scuse.»20 minutiAlzata, misurata la pressione due volte, cercato i sintomi su internet. Addormentata verso le 2.
Gio 17/09Nessun episodio. Giornata a casa, non sono uscita.———Spesa rimandata a sabato, riunione fatta in collegamento invece che in sede.
Sab 19/09, 11:00Ascensore del parcheggio, da sola, quattro piani.Prima il respiro corto, poi il cuore, poi le gambe molli.«Resto bloccata qui dentro e nessuno se ne accorge.»6 minutiUscita al primo piano utile e fatto le scale. Non ho più preso quell’ascensore.

La riga di giovedì non ha episodi ma ha informazioni. Non è successo niente perché non è uscita: le giornate senza attacchi vanno scritte comunque, altrimenti il diario registra solo le crisi e il conto degli evitamenti resta invisibile.

La sensazione d’innesco cambia da un episodio all’altro, il pensiero no: in tre righe su quattro dice «sto per perdere il controllo del corpo». È questa costanza, più dell’elenco dei sintomi, il materiale della seduta successiva.

Nell’episodio di mercoledì l’innesco è il controllo del polso, cioè un gesto fatto per rassicurarsi. Succede spesso e viene notato solo quando le righe si leggono una sotto l’altra.

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Note per il professionista

Il diario si consegna nella prima o nella seconda seduta, insieme alla psicoeducazione sul circolo del panico, e la prima riga si compila insieme su un episodio della settimana appena trascorsa. Un modulo consegnato in bianco torna in bianco, oppure torna compilato a memoria la domenica sera. Conviene dichiarare a cosa serve ciascuna colonna, perché la richiesta «annoti cosa le succede» attiva in molti il timore di doversi concentrare sulle sensazioni. La formulazione che regge meglio è che si scrive dopo l’episodio e non durante la giornata, e che lo scopo dichiarato è ridurre il numero di righe.

Tre modi tipici in cui fallisce. Il primo: vengono registrati solo gli episodi «veri» e saltate le crisi parziali, così il diario perde proprio le righe sotto soglia che per prime mostrano il cambiamento. Il secondo: la durata riportata è quella del malessere complessivo, un’ora e mezza, e va disaggregata in seduta separando il picco dalla coda; è un intervento in sé, perché quasi nessuno ha mai stimato la durata reale della parte acuta. Il terzo: entro due settimane il diario slitta in monitoraggio del corpo, con annotazioni sul battito sparse nella giornata. In quel caso si torna a una riga per episodio e si sposta la compilazione a fine giornata.

Il diario è materiale grezzo per tre passaggi successivi e conviene dirlo subito, perché rende sensato lo sforzo. La colonna delle sensazioni indica cosa riprodurre nell’esposizione enterocettiva: se l’innesco è la testa leggera si parte dall’iperventilazione volontaria, se è il battito dalla corsa sul posto o dalle scale. La colonna del pensiero fornisce la previsione catastrofica da mettere alla prova con un esperimento. L’ultima colonna è l’inventario dei comportamenti protettivi da togliere uno alla volta, dal controllo della pressione alla presenza dell’accompagnatore, ed è quasi sempre più lunga di quanto la persona riferisca a voce.

Per la restituzione, il grafico più utile è anche il più povero: numero di episodi per settimana e durata media, disegnati a mano sullo stesso foglio. Nelle prime tre o quattro settimane la frequenza spesso non scende ancora mentre la durata sì, e anticiparlo evita la lettura «non sta funzionando». Conviene concordare fin dall’inizio per quanto tempo si terrà il diario — di norma otto-dodici settimane, poi solo al bisogno — perché un automonitoraggio senza scadenza tende a fossilizzarsi in abitudine ansiosa.

Cautele e controindicazioni

  • Dolore toracico, svenimenti reali, aritmie riferite: la parte medica va chiusa prima, non rimandata perché «tanto è ansia».
  • Il diario non fa diagnosi. Sintomi sovrapponibili compaiono in condizioni tiroidee, cardiache e respiratorie, nell’astinenza da alcol e come effetto di alcuni farmaci.
  • Nel disturbo ossessivo-compulsivo con timori di malattia la compilazione può diventare un controllo: righe rifatte, sensazioni misurate, ricerca della descrizione esatta. Si limita a una riga per episodio o si sospende.
  • Scrivere durante l’attacco, invece che dopo, sposta l’attenzione sul corpo e tende ad allungare l’episodio.
  • Se emergono pensieri di morte che vanno oltre la paura di morire durante la crisi, lo strumento non è il diario: serve una valutazione del rischio.

Domande frequenti

Quanto dura davvero un attacco di panico?

Il picco si raggiunge di norma entro i primi dieci minuti e la parte acuta si esaurisce nell’arco di dieci-venti minuti, anche senza fare niente per fermarla. Quello che dura ore è la coda: stanchezza, testa confusa, paura che torni. Il diario serve anche a questo, perché la memoria fonde picco e coda in un blocco unico e restituisce «è durato tutto il pomeriggio». Vedere scritto «dodici minuti» per tre settimane di fila cambia il modo in cui si affronta il successivo.

Devo scrivere anche gli attacchi piccoli o sfiorati?

Sì, e spesso sono le righe più utili. Le crisi parziali, quelle in cui la sensazione parte e poi rientra, mostrano che cosa la fa rientrare e sono il primo indicatore che qualcosa si muove, perché di solito calano prima degli episodi pieni. Vanno segnate anche le volte in cui l’attacco non è arrivato perché hai evitato la situazione: quella riga misura quanto spazio la paura sta occupando nella giornata.

Scrivere non mi fa pensare ancora di più al panico?

Nei primi giorni può succedere, ed è la ragione per cui il diario si compila dopo l’episodio e non durante la giornata. Una riga scritta a posteriori è il contrario del controllo continuo delle sensazioni: chiude l’episodio invece di tenerlo aperto. Se ti accorgi di controllarti il battito per avere qualcosa da scrivere, il diario si sta trasformando in monitoraggio del corpo: va ridotto a una riga essenziale, non abbandonato.

Posso tenerlo da solo, senza terapeuta?

Registrare gli episodi è innocuo e di per sé chiarificatore: quasi tutti scoprono che gli attacchi durano meno e sono meno imprevedibili di come li ricordavano. Quello che il diario da solo non fa è il passo successivo, cioè scegliere quali sensazioni riprodurre di proposito, quali comportamenti protettivi togliere e in che ordine. È quel passaggio, non la registrazione, a far diminuire gli episodi nel tempo.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.