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Circolo vizioso del panico: il modello di Clark

Il ciclo del panico descrive come una sensazione corporea ordinaria — il cuore che accelera, la testa che si fa leggera — diventi un attacco nel giro di pochi minuti. La sensazione viene letta come segnale di una catastrofe imminente, l’allarme che ne segue produce altre sensazioni, e il circuito si chiude su se stesso. È il modello proposto da David Clark ed è la base del trattamento cognitivo-comportamentale del panico.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Il punto di partenza non è quasi mai drammatico. Ti alzi in fretta e per un attimo la testa gira, sali due rampe di scale e il cuore batte forte, dormi poco e ti senti il petto stretto. Sono sensazioni che capitano a chiunque e che di solito non vengono nemmeno notate. Nel circolo del panico vengono notate, e vengono lette come l’inizio di qualcosa: sto per svenire, è il cuore, sto perdendo il controllo. È questa lettura, non la sensazione, il primo anello.

Quello che succede dopo è meccanica del corpo. Se il cervello registra un pericolo imminente, l’organismo si prepara: adrenalina, battito più rapido, respiro più veloce e superficiale, sangue che si sposta verso i grandi muscoli. Da qui arrivano le mani fredde e formicolanti, la testa leggera, il senso di irrealtà, la sensazione che l’aria non entri. Tutti sintomi reali, tutti innocui, e tutti coerenti con l’idea che stia succedendo qualcosa di grave. La conferma alimenta la paura, la paura produce altra adrenalina: in tre o quattro giri il panico è completo.

Il circolo non si chiude solo durante la crisi. Fra un episodio e l’altro entrano in gioco due meccanismi che lo tengono in vita. Il primo è l’attenzione: dopo il primo attacco si comincia a sorvegliare il corpo, e chi sorveglia trova — piccole irregolarità del battito, un respiro fuori tempo — che prima passavano inosservate. Il secondo sono i comportamenti protettivi: sedersi subito, appoggiarsi al muro, uscire dal negozio, tenere la goccia in tasca, farsi accompagnare. Funzionano nell’immediato, e proprio per questo insegnano che senza di loro sarebbe finita male. La catastrofe non viene mai smentita: viene rimandata.

Il modello non dice che le sensazioni sono immaginarie né che basta pensare diversamente. Dice che il circuito ha più punti di ingresso, e che si può intervenire su ognuno: sull’interpretazione, verificando cosa succede davvero quando la sensazione arriva e non si fa nulla; sull’attenzione, smettendo di controllare il corpo; sui comportamenti protettivi, togliendoli uno per volta; sull’evitamento, tornando nei posti che si sono chiusi. Non serve agire su tutti e quattro contemporaneamente: basta che un anello ceda perché il giro successivo sia meno stretto.

Quando è utile

  • Nelle prime sedute per attacchi di panico, come spiegazione di cosa sta succedendo e perché si ripete.
  • Quando la persona è convinta che il problema sia esclusivamente fisico, dopo esami cardiologici risultati normali.
  • Per dare un senso al fatto che gli attacchi compaiano anche a riposo, la sera o durante il sonno.
  • Quando l’agorafobia si è estesa e non si capisce più perché certi posti siano diventati impossibili.
  • Prima di introdurre l’esposizione enterocettiva: senza il modello, riprodurre i sintomi sembra una crudeltà gratuita.
  • Con i familiari, per spiegare perché rassicurare e accompagnare, fatto sistematicamente, mantiene il problema.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Ricostruisci un episodio recente

    Prendi l’ultimo attacco, non il peggiore di sempre, e raccontalo come una sequenza minuto per minuto: dov’eri, cosa stavi facendo, cosa hai sentito per primo. Il circolo si disegna su un episodio concreto, altrimenti resta uno schema da manuale che non riguarda nessuno.

  2. 2. Individua l’innesco iniziale

    Può essere esterno — la fila alla cassa, il vagone pieno — ma molto spesso è interno: un capogiro dopo esserti alzato, il battito dopo le scale, la stanchezza di una notte corta, l’effetto del caffè. Se non lo trovi, scrivi «non identificato» e vai avanti: emergerà con il diario degli episodi.

  3. 3. Scrivi la prima sensazione notata

    Una sola, quella che è arrivata per prima, con la parola che useresti tu: il cuore in gola, l’aria che non entra, la testa che galleggia, le gambe che non tengono. È il punto in cui il corpo entra nel circolo, e riconoscerlo in anticipo è quello che più avanti darà qualche secondo di margine.

  4. 4. Trascrivi l’interpretazione catastrofica

    La frase che la sensazione ha attivato, al presente e senza addolcirla: «è un infarto», «sto per svenire», «impazzisco», «resto senz’aria». Accanto, il grado di convinzione che aveva in quel momento, da 0 a 100. Quasi sempre è alto durante la crisi e basso il giorno dopo, e questo scarto è informazione.

  5. 5. Chiudi il cerchio con la freccia

    Disegna una freccia dall’interpretazione all’allarme e dall’allarme alle sensazioni. Il senso è tutto qui: la paura non è la conseguenza dei sintomi, li produce. Riletto in questa direzione, il fatto che l’attacco cresca in pochi minuti smette di sembrare un peggioramento e diventa l’effetto previsto del circuito.

  6. 6. Aggiungi i comportamenti protettivi

    Attaccati all’anello finale, con una freccia che torna all’interpretazione: sedersi, uscire, aprire il finestrino, controllare il polso, chiamare qualcuno, la goccia in tasca anche non presa. Ognuno impedisce di scoprire cosa sarebbe successo senza, e per questo la convinzione non scende mai.

  7. 7. Scegli l’anello da attaccare per primo

    Non tutti insieme. Di norma si parte dal comportamento protettivo più frequente e meno temuto — smettere di controllarsi il polso, restare in coda invece di uscire — e da un esperimento che verifichi la previsione: se il capogiro dura tre minuti e non svengo, l’interpretazione ha un problema.

Esempio

Il circolo ricostruito in seduta con un uomo di quarantuno anni, dopo un episodio in autostrada. La terza colonna è quella che si compila per ultima, quando lo schema è già chiuso.

Il circolo del panico anello per anello, con i punti di rottura
AnelloNel caso di MarcoDove si può rompere
InnescoCoda ferma in galleria, aria calda, seconda notte di sonno corto.Non è il bersaglio: la galleria non si può eliminare, e toglierla significherebbe evitare.
Prima sensazioneColpo al cuore, poi battito veloce percepito nelle orecchie.Riconoscerla presto e nominarla, senza misurarla: «battito, eccolo».
Interpretazione catastrofica«È il cuore. Se succede qui dentro non arriva nessuno.» Convinzione sul momento: 90.Verificare la previsione con un esperimento: riprodurre il battito e vedere cosa accade.
Allarme e attivazioneScarica di adrenalina, respiro corto, mani sudate, vista annebbiata.Non si tratta qui: è la risposta corretta del corpo a un pericolo creduto reale.
Sensazioni amplificateFormicolio alle mani, gambe deboli, sensazione di irrealtà del cruscotto.Iperventilazione volontaria in seduta: le stesse sensazioni, prodotte di proposito, in due minuti.
Comportamento protettivoQuattro frecce, finestrino aperto, sosta in piazzola. Chiamata alla moglie.Toglierne uno alla volta: prima la chiamata, poi la piazzola, per ultima l’uscita anticipata.
Conferma«Mi sono fermato in tempo, per questo non è successo niente.»L’anello che rende inutile ogni episodio andato bene. Si smonta solo restando senza protezione.

Nella riga dell’innesco non c’è niente da correggere, ed è il punto che più spesso viene frainteso. Il lavoro non consiste nell’evitare le gallerie o nel dormire otto ore: consiste nel rendere innocua la sensazione che quelle condizioni producono.

L’anello della conferma è la ragione per cui cinquanta episodi finiti bene non hanno convinto Marco di niente. Ogni volta il merito è andato al gesto protettivo, quindi la previsione «è il cuore» è rimasta intatta.

Il tempo fra la prima sensazione e il picco, nel racconto, è di tre o quattro minuti. È uno spazio breve ma reale, ed è lì che si inseriscono gli interventi: dopo il picco c’è poco da fare se non aspettare.

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Note per il professionista

Il circolo si disegna insieme, su un foglio, a partire da un episodio raccontato dalla persona, e non si consegna come schema prestampato. La differenza è sostanziale: nel primo caso la persona riconosce le proprie parole negli anelli e il modello diventa una spiegazione del suo caso, nel secondo resta una figura da manuale che non produce cambiamento. Un buon indicatore di riuscita è che, alla fine del disegno, sia la persona a indicare dove il giro si chiude. Se l’indicazione arriva solo dal terapeuta, conviene riprendere un secondo episodio invece di procedere.

L’obiezione da attendersi è «ma io non penso niente, arriva e basta». Va presa sul serio, perché spesso è vera nel senso letterale: dopo decine di episodi l’interpretazione è diventata talmente rapida da non essere più verbale. Le due strade che funzionano sono l’immagine — cosa vedevi succedere, dove ti immaginavi fra un minuto — e la domanda controfattuale: se in quel momento un medico avesse garantito che le sensazioni sarebbero durate dieci minuti senza conseguenze, saresti uscito lo stesso dal supermercato. La risposta negativa individua il timore con più precisione di qualunque insistenza sui pensieri.

Il modello serve a rendere accettabile ciò che viene dopo, e va introdotto con questo scopo dichiarato. Dopo il disegno, la mossa immediata è una dimostrazione in seduta: iperventilazione volontaria per sessanta-novanta secondi, oppure rotazione sulla sedia, con previsione scritta prima e verifica dopo. Vedere le stesse sensazioni comparire su comando e svanire in pochi minuti fa al modello ciò che nessuna spiegazione riesce a fare. Da lì si passa alla mappa dei comportamenti protettivi e all’esposizione enterocettiva vera e propria, e l’agorafobia si affronta come conseguenza, non come problema separato.

Due errori frequenti nella conduzione. Il primo è trasformare il modello in rassicurazione ripetuta — «vede, il cuore non c’entra» — che funziona come qualsiasi altra rassicurazione: sollievo immediato, mantenimento a lungo termine. Il secondo è lasciare fuori i familiari: un partner che accompagna, controlla e rassicura sta alimentando l’anello finale in perfetta buona fede, e una seduta congiunta di spiegazione del circolo vale più di molte raccomandazioni individuali.

Cautele e controindicazioni

  • Il modello si applica dopo che le cause mediche dei sintomi sono state escluse, non al posto di quella verifica. Aritmie, problemi tiroidei e respiratori producono quadri sovrapponibili.
  • In presenza di una patologia cardiaca o respiratoria accertata, la regola «le sensazioni sono innocue» va sostituita con criteri concordati con il medico curante su cosa merita attenzione e cosa no.
  • Usato come argomento per convincere, il circolo diventa una discussione da vincere. Le convinzioni sul panico cambiano con gli esperimenti, non con la spiegazione ripetuta.
  • Nell’ansia per la salute e nel disturbo ossessivo-compulsivo lo schema può essere riciclato come nuovo strumento di controllo: analisi minuziosa di ogni sensazione per stabilire a quale anello appartenga.
  • La psicoeducazione da sola, senza esposizione alle sensazioni e ai luoghi evitati, riduce raramente la frequenza degli attacchi.

Domande frequenti

Perché gli attacchi di panico arrivano anche quando sono tranquillo?

Perché l’innesco è quasi sempre interno e passa inosservato: un capogiro alzandosi dal divano, il battito dopo le scale, la sensazione di irrealtà di una serata stanca. Dopo il primo attacco l’attenzione resta puntata sul corpo, quindi piccole variazioni che prima nessuno notava diventano visibili e vengono lette come l’inizio della crisi. Il circolo parte da lì, e questo spiega anche gli episodi notturni, che compaiono su un risveglio con il cuore accelerato.

Che differenza c’è fra ansia e attacco di panico?

L’ansia è un’attivazione che sale e resta, spesso legata a qualcosa di identificabile, e può durare ore. L’attacco di panico è una scarica improvvisa che raggiunge il picco in pochi minuti, con sintomi fisici intensi e la convinzione che stia per accadere qualcosa di irreparabile. La differenza clinica non sta nell’intensità ma nel circuito: nel panico è la paura delle sensazioni a produrre altre sensazioni, e il bersaglio del trattamento è proprio questo anello.

Si può interrompere un attacco già iniziato?

Dopo il picco c’è poco da fare se non lasciarlo esaurire, e cercare di fermarlo a tutti i costi è una delle cose che lo mantengono nel tempo. Lo spazio utile sono i due o tre minuti fra la prima sensazione e il culmine: riconoscere la sensazione, nominarla, non aggiungere controlli né fughe. Va detto che l’obiettivo del trattamento non è saper bloccare gli attacchi, ma renderli non spaventosi: quando smettono di essere temuti, diminuiscono da soli.

Il modello vale anche per l’agorafobia?

Sì, ed è il motivo per cui le due cose si trattano insieme. L’agorafobia nasce come protezione dal panico: si evitano i posti dove un attacco sarebbe difficile da gestire o imbarazzante da mostrare. Ogni evitamento riuscito conferma che quel posto era pericoloso, quindi la lista si allunga. Sul circolo, l’agorafobia sta nell’anello dei comportamenti protettivi, e si affronta rientrando nelle situazioni evitate senza gli accorgimenti che le rendevano sopportabili.

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