Lavoro sui comportamenti
Modeling in psicologia: l’apprendimento osservativo
Il modeling è l’insegnamento di un comportamento attraverso l’osservazione di qualcun altro che lo esegue, seguita dalla pratica guidata di chi osserva. Viene dalla ricerca sull’apprendimento sociale e si usa soprattutto con le fobie, con le abilità sociali e con i bambini, nelle tre forme classiche: dal vivo, simbolico — cioè con un video o un racconto — e partecipe, in cui chi osserva prova subito dopo, accompagnato.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Davanti a qualcosa che fa paura, la descrizione di come si fa serve poco: spiegare a un bambino che il cane non morde non sposta niente, perché la paura non è fatta di informazioni. Vedere invece qualcuno avvicinarsi al cane, allungare la mano e uscirne senza conseguenze fornisce un dato che nessuna frase può dare. Il modeling sfrutta esattamente questo: prima si guarda, poi si prova, e la parte del guardare serve a rendere il provare abbastanza affrontabile da avvenire davvero.
Le forme sono tre. Nel modeling dal vivo qualcuno esegue il comportamento in presenza: il genitore, il terapeuta, un compagno. Nel modeling simbolico si osserva una registrazione o un racconto, ed è la forma usata quando la situazione reale non è disponibile su richiesta — un prelievo, un temporale, un decollo. Nel modeling partecipe, il più efficace dei tre, chi ha osservato ripete subito il comportamento con l’aiuto fisico e verbale di chi l’ha mostrato, e l’aiuto si riduce a ogni passaggio finché non resta nulla.
Il modello che funziona meglio non è quello perfettamente a proprio agio. Un modello che esegue tutto senza esitazione lascia chi guarda con la conclusione che quella persona è fatta in un altro modo e che a lui non si applica. Un modello che mostra un po’ di titubanza, la nomina e va avanti lo stesso — «anche a me batte forte adesso, aspetto un momento e poi allungo la mano» — insegna due cose invece di una: il comportamento e cosa si fa con la paura mentre lo si esegue.
Guardare non basta. Il vantaggio ottenuto osservando si perde nel giro di poche settimane se non viene seguito dalla pratica: il modeling è la rampa di accesso all’esposizione, non un suo sostituto, e una dimostrazione senza prova è tempo speso bene solo a metà. Per questo ogni sequenza fatta come si deve ha due parti, e la seconda — provare subito dopo, ripetere nei giorni seguenti, rifarlo in un posto diverso, con un altro cane e con un altro adulto accanto — è quella che decide se il risultato durerà oltre il pomeriggio in cui è stato ottenuto.
Quando è utile
- Fobie specifiche nei bambini: cani, insetti, buio, ascensori, altezze.
- Paura di aghi, prelievi, dentista e procedure mediche, preparate prima con una sequenza mostrata.
- Ansia sociale adulta, quando il terapeuta esegue per primo la telefonata o la richiesta e poi la fa ripetere.
- Insegnamento di abilità sociali in bambini e ragazzi: chiedere di entrare in un gioco, iniziare una conversazione, rifiutare una proposta.
- Genitori che devono insegnare una routine e finora hanno solo dato istruzioni a voce.
- Contesti riabilitativi ed educativi, dove una sequenza complessa si insegna scomponendola e mostrandola pezzo per pezzo.
- Preparazione a un evento nuovo e temuto: il primo giorno di scuola, un colloquio, un intervento programmato.
Come si fa, passo per passo
1. Scegli un modello credibile, non impeccabile
Meglio qualcuno abbastanza simile per età o condizione, che mostri una difficoltà e la superi, rispetto a un esecutore perfetto. La somiglianza con chi osserva conta più della bravura: un coetaneo che esita e poi accarezza il cane è più utile di un adulto che lo fa senza battere ciglio, perché quest’ultimo conferma la conclusione «io non sono così».
2. Scomponi il comportamento in passi visibili
Si divide la sequenza in cinque o sei passaggi che si possano mostrare separatamente: guardare il cane al guinzaglio a tre metri, avvicinarsi a un metro, restare fermo mentre annusa, toccarlo sul dorso, accarezzarlo. Un comportamento mostrato tutto intero, senza tappe, si osserva ma non si ripete, perché chi guarda non sa da dove comincerebbe.
3. Esegui il comportamento commentandolo
Mentre lo si fa si dice ad alta voce cosa si sta facendo e cosa si prova: «adesso mi avvicino piano, tengo le mani lungo il corpo, sento un po’ di tensione allo stomaco e resto comunque qui». Il commento rende osservabile la parte interna, che è quella che chi guarda deve poter copiare: senza, si vede solo un gesto riuscito.
4. Fai provare subito dopo la dimostrazione
L’intervallo fra l’osservazione e la prova deve essere di secondi, non di giorni: è lì che sta il guadagno. Si comincia dal primo passo, anche minimo, e si accetta qualunque versione parziale. Rimandare la prova alla settimana successiva riporta tutto al punto di partenza, perché nel frattempo l’evitamento ha già ripreso il suo spazio.
5. Riduci l’aiuto un passo alla volta
All’inizio si esegue insieme, con contatto fisico se serve; poi si resta accanto senza toccare; poi a due metri; poi fuori dal campo visivo. Si toglie un solo tipo di aiuto per volta e si aspetta che il passaggio sia stabile prima del successivo. Togliere tutto insieme è il modo più comune per far crollare una sequenza che stava funzionando.
6. Rinforza il tentativo, non la riuscita
Si commenta ciò che è stato fatto, in modo specifico e immediato: «sei rimasto fermo mentre ti annusava la mano». Le lodi generiche sul coraggio non insegnano nulla perché non nominano un comportamento. Un tentativo interrotto a metà va comunque riconosciuto, altrimenti il passaggio successivo verrà affrontato con l’obiettivo di non sbagliare, che è il contrario di quello che serve.
7. Ripeti in contesti e con persone diverse
Lo stesso comportamento va ripetuto con un altro cane, in un altro luogo, con un altro adulto presente, e almeno una volta senza il modello. Senza questo passaggio l’apprendimento resta legato alla stanza e alla persona che l’ha mostrato, e la prima situazione reale leggermente diversa lo cancella.
Esempio
Sequenza di modeling partecipe con un bambino di nove anni che dopo un episodio in cortile evitava qualunque cane, compresi quelli di taglia piccola al guinzaglio. Il cane è quello di una collega, adulto e abituato ai bambini, sempre al guinzaglio. Una seduta di quaranta minuti in giardino; SUDS è il punteggio di paura da 0 a 100 che il bambino dà a voce.
| Passo | Cosa fa l’adulto che mostra | Cosa fa Luca | SUDS |
|---|---|---|---|
| 1. Guardare da cinque metri | Sta accanto al cane, lo accarezza, dice ad alta voce cosa sta facendo e che il guinzaglio resta in mano a lei. | Guarda da cinque metri, in piedi vicino alla madre. Commenta che il cane è grosso. | 70 |
| 2. Avvicinarsi a due metri | Resta ferma, cane seduto, continua a parlare con voce normale. | Si avvicina a due metri tenendo la mano della madre. Chiede tre volte se morde. | 65 |
| 3. Stare a un metro senza domande | Nomina la propria tensione: «anche a me il primo giorno batteva forte, aspetto un attimo e resto qui». | Sta a un metro per due minuti. Nessuna domanda di rassicurazione, su accordo preso prima. | 55 |
| 4. Far annusare la mano | Mostra il gesto due volte: dorso della mano, ferma, poi la ritira lentamente. | Prova, ritira la mano al primo contatto, riprova al secondo tentativo e resta fermo. | 60 |
| 5. Toccare il dorso | Guida la mano di Luca sul dorso del cane per il primo tocco, poi toglie la propria mano. | Tocca due volte con l’adulto, la terza da solo. Ride. | 35 |
| 6. Accarezzare per dieci secondi | Si sposta a due metri e resta in silenzio. | Accarezza contando ad alta voce fino a dieci. Chiede di rifarlo. | 25 |
| 7. Ripetere senza il modello vicino | Resta fuori dal campo visivo di Luca, il proprietario tiene il guinzaglio. | Si avvicina, accarezza, si allontana da solo. Ripetuto quattro volte. | 20 |
Il passo 4 ha un punteggio più alto del passo 3, e non è un errore di misurazione: il contatto ha riattivato la paura più della vicinanza. Le sequenze reali non scendono in modo regolare, e un rialzo a metà percorso non è un motivo per tornare indietro di due passaggi.
Al passo 3 era stato concordato prima che le domande di rassicurazione — «sicuro che non morde» — non avrebbero ricevuto risposta. Chiederle e ottenere risposta è ciò che tiene in piedi la paura: l’adulto conferma, il bambino si tranquillizza per venti secondi e impara che senza quella conferma non si può stare lì.
I passi 6 e 7 sono quelli che fanno durare il risultato, e sono anche i primi a saltare quando manca il tempo. Una sequenza che si chiude al passo 5, con l’adulto ancora accanto e senza ripetizioni, produce una bella seduta e nessun apprendimento stabile: nelle due settimane successive la sequenza è stata rifatta due volte, con un cane diverso e in un parco.
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Note per il professionista
La scelta fra modello competente e modello che fronteggia non è stilistica. Un modello che esegue senza alcuna esitazione produce spesso la reazione «lui non ha paura, io sì», che squalifica in partenza il trasferimento; un modello che verbalizza la propria attivazione, mostra come la gestisce e completa comunque l’azione fornisce anche la parte interna del comportamento. Con i bambini vale la pena, quando è possibile, usare un coetaneo che abbia superato la stessa difficoltà: la somiglianza percepita pesa più della perfezione dell’esecuzione.
La forma con i risultati più solidi è il modeling partecipe, in cui l’osservazione è seguita immediatamente dall’esecuzione guidata e l’aiuto viene ritirato in modo graduato. Sul dosaggio: sedute lunghe e ravvicinate battono sedute brevi e distribuite, con ripetizioni nei giorni successivi affidate a un adulto presente alla dimostrazione. La generalizzazione va programmata come parte del protocollo, non lasciata alla buona sorte: contesti diversi, stimoli diversi, almeno una ripetizione senza il modello. La verifica a distanza di un mese è ciò che distingue un risultato reale da una bella seduta.
Tre modi tipici in cui si perde il guadagno. Il primo: si mostra e non si fa provare, spesso per mancanza di tempo, e l’effetto dell’osservazione si esaurisce in poche settimane. Il secondo: il genitore presente è a sua volta spaventato dallo stimolo, e mentre si insegna l’avvicinamento la sua espressione sta insegnando l’opposto; va valutato prima e, se necessario, trattato o sostituito nel ruolo di accompagnatore. Il terzo: il materiale simbolico viene usato come rassicurazione, con video rivisti decine di volte, e diventa un rituale che sostituisce l’esposizione invece di prepararla.
Come si colloca nella progressione: il modeling è ciò che rende affrontabile il primo gradino di una gerarchia di esposizione quando la persona non parte, ed è il passaggio che precede il role playing nelle abilità sociali, dove il terapeuta esegue per primo la telefonata o la richiesta e poi inverte le parti. Va tenuto presente il suo limite naturale: insegna comportamenti e riduce l’evitamento iniziale, ma non sostituisce il numero di ripetizioni in situazioni reali che serve a stabilizzare l’apprendimento.
Cautele e controindicazioni
- L’osservazione senza pratica dà un guadagno che si perde: il modeling prepara l’esposizione e non la sostituisce, e programmare solo la parte dimostrativa è il modo più comune di sprecarlo.
- Un adulto spaventato dallo stesso stimolo insegna l’evitamento mentre crede di insegnare il contrario: la paura del genitore va valutata prima di coinvolgerlo nella dimostrazione.
- Nella fobia del sangue e degli aghi la risposta fisiologica può portare a svenimento: la sequenza va accompagnata dalla tensione muscolare applicata e concordata con chi segue la persona.
- I materiali video vanno scelti e visti prima: filmati trovati online possono contenere immagini che aumentano la paura invece di ridurla, e non si improvvisano in seduta.
- Mostrare stimoli traumatici a una persona con disturbo da stress post-traumatico non è modeling e può riattivare i sintomi: quel lavoro ha protocolli propri e una sua preparazione.
- Con i minori servono consenso dei genitori, animali e contesti verificati, e la garanzia che nessuno venga spinto a un contatto che non ha accettato: una prova forzata produce un peggioramento duraturo.
Domande frequenti
Che cos’è il modeling in psicologia?
È l’apprendimento di un comportamento osservando qualcuno che lo esegue, seguito dalla pratica di chi ha osservato. Si distinguono tre forme: dal vivo, quando il modello agisce in presenza; simbolico, quando si osserva un video o un racconto; partecipe, quando chi ha osservato ripete subito il comportamento con l’aiuto graduato del modello. Viene dalla ricerca sull’apprendimento sociale e si usa nelle fobie, nelle abilità sociali e in ambito educativo e riabilitativo.
Che differenza c’è fra modeling ed esposizione graduale?
Nell’esposizione graduale è la persona ad affrontare direttamente la situazione temuta, un gradino alla volta. Nel modeling qualcun altro esegue per primo il comportamento e la persona osserva, poi prova. Nella pratica le due cose si incastrano: il modeling è quasi sempre il modo per rendere affrontabile il primo gradino quando la persona non riesce a partire, e la sequenza prosegue poi come esposizione con ripetizioni autonome.
Funziona guardare un video?
Il modeling simbolico funziona e ha il vantaggio di rendere disponibile una situazione che nella realtà non si può richiedere a comando, come un prelievo o un decollo. Ha due condizioni: il video va visto insieme e commentato, non lasciato da guardare a casa, e deve essere seguito da una pratica reale. Quando invece viene rivisto molte volte per calmarsi, ha cambiato funzione ed è diventato un comportamento protettivo che mantiene la paura.
Il modello deve essere una persona sicura di sé?
No, e spesso è meglio di no. Un modello che esegue tutto senza esitazione porta chi guarda a concludere che è fatto in un altro modo, e la conclusione blocca il trasferimento. Un modello che nomina la propria tensione, fa una pausa e completa comunque l’azione mostra anche come si sta dentro la difficoltà, che è la parte che serve. Conta poi la somiglianza: fra bambini, un coetaneo è più efficace di un adulto.
Si può fare a casa con i figli?
Per situazioni quotidiane sì, ed è quello che i genitori fanno naturalmente: mostrare come si entra in acqua, come si chiede di giocare a un gruppo di bambini, come si affronta un ambulatorio. Tre accorgimenti lo rendono efficace: dire ad alta voce cosa si sta facendo, far provare subito dopo e non forzare mai il contatto. Il limite è quando la paura è intensa e limita la vita quotidiana da mesi: in quel caso serve una sequenza costruita e graduata.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.