Lavoro sui comportamenti
Role playing in psicoterapia: come si conduce in seduta
Il role playing, o gioco di ruolo, consiste nel mettere in scena in seduta una situazione relazionale reale: uno dei due interpreta l’interlocutore difficile, l’altro sta nella propria parte, e la scena viene interrotta, ripetuta e invertita. Serve a due cose che il racconto non dà: allenare un comportamento nel corpo e non solo a parole, e far emergere i pensieri e le emozioni che compaiono soltanto quando la situazione è in corso.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Raccontare una conversazione difficile e stare dentro quella conversazione sono due esperienze diverse. Nel racconto si è già al sicuro, si conosce il finale, e il pensiero che è passato per la testa nel momento peggiore è quasi sempre irrecuperabile. Nel gioco di ruolo la scena viene ricostruita e riattivata: qualcuno pronuncia la frase di tua sorella con il tono di tua sorella, e nel giro di pochi secondi succede quello che succede sempre — la voce si abbassa, arriva il caldo in faccia, compare la frase che di solito non si nota.
Non serve saper recitare e non è un esercizio di teatro. La parte da fare è la propria, con le proprie parole, e chi conduce si occupa dell’altro personaggio sulla base di come glielo hai descritto. L’imbarazzo dei primi trenta secondi è previsto da tutti quelli che l’hanno fatto e passa da solo appena la scena prende: il senso di ridicolo è un costo di ingresso, non un segnale che la cosa non fa per te.
La scena si può fermare in qualsiasi momento, e si ferma spesso. Chi conduce interrompe quando succede qualcosa che vale la pena guardare da fermi — una frase che ti ha bloccato, un cambiamento nel tono, l’impulso a chiudere la conversazione — e in quel punto chiede cosa ti è passato per la testa. Anche tu puoi interrompere: basta uscire dal ruolo dicendolo, e nessuno continua contro la tua volontà.
Quasi sempre si ripete. La prima esecuzione serve a vedere come va adesso, senza correggere niente; le successive servono a provare una versione diversa, di solito dopo aver invertito le parti e aver sentito le proprie stesse frasi pronunciate da qualcun altro con lo stesso tono. Si cambia una cosa per volta, altrimenti alla fine non si capisce quale variante abbia funzionato. L’ultima ripetizione è quella che ti porti a casa e che ripasserai mentalmente nei giorni successivi, e per questo si chiude sempre con una versione andata bene, mai con quella in cui ci si è bloccati.
Quando è utile
- Prima di una conversazione reale già fissata: un colloquio, una richiesta di aumento, un chiarimento familiare.
- Ansia sociale: telefonate, colloqui di lavoro, chiedere qualcosa in pubblico, esprimere un parere diverso.
- Training assertivo, per provare la frase e reggere l’insistenza dell’altro senza cedere.
- In terapia di coppia, per rifare una discussione ricorrente e vederla dall’altra parte.
- Con adolescenti, per allenare il rifiuto di una proposta del gruppo mantenendo la posizione nel gruppo.
- Quando il pensiero automatico non si recupera a parole e serve riattivare la situazione per trovarlo.
- Per preparare il colloquio con un medico, un insegnante o un funzionario, quando l’ansia fa dimenticare cosa si voleva chiedere.
Come si fa, passo per passo
1. Concorda la scena prima di iniziare
Si stabilisce insieme il momento esatto: chi c’è, dove, cosa è appena successo, con quale frase si apre. Una scena che comincia da «parliamo di mia madre» non parte; una che comincia da «siamo in cucina, lei sta sparecchiando e dice che a Natale come sempre ci pensa lei» parte subito. Si concorda anche quanto durerà la prima esecuzione: due o tre minuti bastano.
2. Fatti descrivere l’altro personaggio
Prima di interpretare qualcuno servono tre informazioni: come attacca, che tono usa, cosa dice quando la conversazione si scalda. Chiedere una frase tipica, testuale, è più utile di qualsiasi descrizione caratteriale. Un personaggio interpretato più duro del reale fa fallire la prova, uno più morbido la rende inutile: la calibratura si verifica subito dopo con una domanda diretta.
3. Segna l’inizio e la fine del ruolo
Si dichiara ad alta voce quando si entra e quando si esce: «da adesso sono tua sorella», e alla fine «esco dal ruolo, sono di nuovo io». Può sembrare superfluo e non lo è: senza confini espliciti, quello che è stato detto dentro la scena resta addosso alla relazione fra le due persone reali. Un cambio di sedia o di posizione rende il passaggio ancora più chiaro.
4. Interrompi quando succede qualcosa
Si ferma la scena nel punto in cui compare un dato: un blocco, un cambio di voce, una frase rivelatrice, un’emozione che sale. La domanda è sempre la stessa e va fatta al presente: «cosa ti sta passando per la testa proprio adesso». Poi si riparte dalla battuta precedente. Due o tre interruzioni in una scena breve sono normali; dieci trasformano la prova in un colloquio.
5. Inverti i ruoli almeno una volta
La persona interpreta l’interlocutore e chi conduce rifà la sua parte, riproducendo le frasi appena pronunciate con lo stesso tono. È il momento più produttivo della tecnica: sentire le proprie parole da fuori mostra in pochi secondi cose che nessuna spiegazione ottiene, e stare nei panni dell’altro genera quasi sempre un’informazione nuova sulle sue intenzioni.
6. Rifai la scena con una variante
Si riparte dallo stesso punto cambiando una sola cosa: la frase di apertura, il tono, la pausa prima di rispondere, il non giustificarsi. Cambiarne più di una rende impossibile capire cosa ha funzionato. Si ripete finché non esce una versione sostenibile, e la si fa un’ultima volta per intero: è quella che resterà in memoria.
7. Chiudi con il debriefing fuori ruolo
Si esce dichiaratamente dai ruoli e ci si rimette come si era. Tre domande: cosa hai notato in te, cosa hai notato nell’altro, cosa porti alla conversazione vera. Poi si decide se e quando avverrà davvero, e si fissa un momento per raccontarne l’esito. Senza questo passaggio la scena resta un esercizio interessante e non diventa un comportamento.
Esempio
Sequenza di una seduta con una donna di quarantatré anni che deve dire alla sorella maggiore che quest’anno non ospiterà il pranzo di Natale. Ha già rimandato per tre settimane. La scena concordata: cucina della sorella, sabato pomeriggio, la sorella nomina il pranzo mentre sistema i piatti. Prima esecuzione, due minuti.
Prima esecuzione. T (nel ruolo della sorella): «Comunque per Natale facciamo come sempre da te, no? A mamma piace di più.» — P: «Sì… cioè, volevo dirti una cosa, quest’anno forse era meglio…» — T: «Forse era meglio cosa? Guarda che l’ho già detto a zia Rina.» — P: «No, niente, vediamo. Magari mi organizzo.» Durata reale: cinquanta secondi. La scena si è chiusa da sola, con la persona che ha ceduto prima di aver formulato la richiesta.
Interruzione e raccolta. «Fermiamo qui. Cosa ti è passato per la testa quando ha nominato zia Rina.» — «Che se dico di no adesso rovino tutto, e poi lo sanno tutti che sono io quella che si tira indietro.» È il pensiero che in tre settimane di racconti non era mai comparso: non riguardava la fatica di cucinare, riguardava il diventare la persona che rompe la tradizione. La scena è stata interrotta esattamente lì, non dopo, perché a conversazione finita quel pensiero non sarebbe stato recuperabile.
Inversione dei ruoli. La persona ha fatto la sorella, il terapeuta ha rifatto la sua parte usando le stesse parole e lo stesso tono di prima, comprese le esitazioni. Dopo trenta secondi ha interrotto lei: «Così non si capisce niente di quello che vuole. Io da sorella penserei che sta solo facendo la difficile.» Nel debriefing ha aggiunto che, stando dall’altra parte, l’unica cosa che avrebbe fermato la conversazione sarebbe stata una frase chiara all’inizio.
Terza esecuzione, con una sola variante: dire la richiesta nella prima battuta. «Prima che ne parliamo con gli altri: quest’anno il pranzo non lo faccio io. Possiamo vedere insieme come organizzarci.» La sorella ha insistito due volte, la frase è stata ripetuta quasi identica. Nel debriefing fuori ruolo abbiamo fissato la conversazione reale per il sabato successivo e un momento per raccontarne l’esito. Ultima ripetizione fatta per intero, senza interruzioni, così da chiudere sulla versione riuscita.
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Note per il professionista
Il setup decide l’esito più di qualsiasi abilità interpretativa. Servono un momento preciso invece di un tema, una battuta di apertura decisa insieme, una durata dichiarata e una regola di uscita che valga per entrambi. Prima di interpretare qualcuno conviene chiedere una frase testuale che quella persona dice davvero e il tono con cui la dice: un interlocutore più duro del reale produce un fallimento che verrà generalizzato, uno più accomodante produce una prova che non si trasferisce. Dopo la prima esecuzione la domanda di calibratura è secca: assomigliava, era più dura o più morbida.
Si interrompe presto e spesso, ma con un criterio: si ferma quando compare un dato osservabile — un blocco, un cambio di postura, una frase che tradisce una previsione — e la domanda va fatta al presente, mentre l’attivazione c’è ancora. La sequenza tipica è prima esecuzione breve, raccolta dei pensieri emersi, inversione dei ruoli, seconda esecuzione con una sola variante, ultima esecuzione integrale senza interruzioni. Chiudere sulla versione riuscita non è un gesto di cortesia: l’ultima ripetizione è quella che la persona ripasserà mentalmente nei giorni successivi.
Il debriefing fuori ruolo è obbligatorio, e la parte più trascurata è l’uscita esplicita: quando si è interpretata una figura significativa — un genitore, un partner, un persecutore — chiudere la seduta senza dichiarare la fine del ruolo lascia residui sulla relazione terapeutica, a volte in forma di freddezza inspiegabile nella seduta successiva. Si nomina l’uscita, si cambia posizione, si chiede esplicitamente come è stato vedere il terapeuta in quella parte. È anche l’occasione per correggere un’interpretazione che ha ferito più del previsto.
Tre modi tipici in cui la tecnica non produce nulla. La persona recita per compiacere, dando la versione che pensa ci si aspetti: si smaschera chiedendo di rifare la scena come è andata davvero l’ultima volta, non come dovrebbe andare. La prova diventa ripetizione meccanica di un copione senza raccolta cognitiva: si reintroducono le interruzioni e la domanda sul pensiero. Il terapeuta interpreta in modo caricaturale, e la persona non si riconosce: si torna a chiedere le frasi testuali. Come progressione, il role playing si colloca fra il modeling — il terapeuta fa per primo la parte difficile — e l’esposizione in vivo, di cui è la prova generale.
Cautele e controindicazioni
- L’uscita dal ruolo va dichiarata sempre, in particolare quando si è interpretata una figura significativa: chiudere restando dentro il personaggio lascia tracce sulla relazione terapeutica.
- Non si interpreta un aggressore in un quadro traumatico senza una preparazione specifica: il rischio è la riattivazione e non l’apprendimento, e il lavoro sulle memorie traumatiche ha protocolli propri.
- Serve una procedura di arresto concordata in anticipo, e va sospesa immediatamente in presenza di segnali dissociativi: sguardo fisso, voce che si spegne, sensazione di essere lontani dalla stanza.
- In terapia di coppia il gioco di ruolo non si usa dove esiste violenza o timore di ritorsione: rimettere in scena una discussione può avere conseguenze fuori dalla seduta.
- Con persone molto esposte alla vergogna la prima scena la interpreta il terapeuta, altrimenti la prova conferma il timore di fare una figura ridicola invece di smentirlo.
- Le registrazioni video o audio richiedono un consenso esplicito e specifico, e non si fanno alla prima esecuzione.
Domande frequenti
Che cos’è il role playing in psicoterapia?
È la messa in scena, dentro la seduta, di una situazione relazionale concreta: il terapeuta interpreta l’interlocutore difficile e la persona sta nella propria parte, con le proprie parole. La scena viene interrotta per raccogliere i pensieri che compaiono mentre è in corso, invertita per far sentire le proprie frasi da fuori, e ripetuta con una variante alla volta. Serve ad allenare un comportamento e a far emergere materiale che il racconto a freddo non restituisce.
Bisogna saper recitare?
No, e non è un esercizio di teatro. La parte da interpretare è la propria, con le parole di tutti i giorni, e dell’altro personaggio si occupa chi conduce. L’unica cosa richiesta è accettare i primi trenta secondi di imbarazzo, che tutti provano e che passano appena la scena prende. Chi sente di non riuscire a partire può cominciare al contrario: interpretare l’altro e lasciare al terapeuta la propria parte.
Qual è la differenza fra role playing e sedia vuota?
Nel role playing c’è una seconda persona che interpreta l’interlocutore, la scena è concordata e l’obiettivo è di solito allenare un comportamento che avverrà davvero. Nella sedia vuota l’interlocutore è immaginato e rivolto a una sedia, spesso si tratta di una figura assente o di una parte di sé, e il lavoro è emotivo più che di allenamento. Le due tecniche si usano in momenti diversi e possono comparire nello stesso percorso.
Si può fare online?
Sì, con qualche accorgimento. Mancano la distanza fisica e il cambio di sedia, quindi i confini vanno segnati verbalmente in modo ancora più esplicito, dichiarando entrata e uscita dal ruolo. Conviene tenere le scene più brevi, perché il ritardo audio spezza i tempi della conversazione, e verificare prima che la persona sia in un luogo dove può parlare a voce normale senza essere ascoltata da altri.
Quanto dura un role playing in seduta?
La singola esecuzione dura due o tre minuti, raramente di più: una scena lunga produce materiale che non si riesce a esaminare. Il ciclo completo — prima esecuzione, raccolta, inversione dei ruoli, seconda versione, chiusura — occupa fra i venti e i trenta minuti di seduta. Va previsto tempo per il debriefing: chiudere la scena e congedare la persona subito dopo è il modo più rapido per sprecare quello che è emerso.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.