Emozioni e corpo

Termometro delle emozioni: come si usa, con esempio

Il termometro delle emozioni è un disegno con una scala graduata, di solito da 0 a 10, su cui si segna quanto è intensa un’emozione in un momento preciso. A ogni fascia si associano i segnali che il corpo dà a quel livello e le mosse che a quel livello funzionano ancora. Nasce come strumento per bambini e ragazzi, ma è utile a chiunque si accorga della propria rabbia solo quando è già a nove.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

La rabbia, l’ansia e l’agitazione non si accendono di colpo, anche se sembra di sì. Salgono per gradi, e ogni grado ha i suoi segnali: la voce che si alza un poco, le mani che si stringono, il caldo in faccia, i pensieri che diventano brevi e taglienti. Il problema è che quei segnali scorrono senza essere notati, e ci si accorge di cosa sta succedendo quando si è già in cima. Il termometro serve a mettere dei numeri su una salita che di solito viene vissuta come un interruttore: acceso o spento, niente in mezzo.

Il disegno è semplice: una colonna con una scala da 0, cioè tranquillo, a 10, il massimo che riesci a immaginare. Accanto a ogni fascia si scrive cosa succede nel corpo e come si chiama quel livello con parole tue: «seccato», «nero», «mi scoppia la testa». Nell’ultima colonna va la parte che conta davvero, cioè che cosa funziona a quel livello: a 3 puoi ancora parlarne, a 7 conviene uscire dalla stanza, a 9 nessuna discussione è possibile e l’unica mossa ragionevole è aspettare che scenda.

Con i bambini si costruisce colorando: verde in basso, giallo al centro, arancione e rosso in alto, e il foglio si attacca dove si passa spesso, per esempio in cucina. Un bambino che non sa dire «mi sto arrabbiando» può indicare l’arancione con un dito, e questo basta a cambiare la scena. La stessa cosa vale per gli adulti in famiglia: dire «sono a sette» a tavola è molto più preciso, e molto meno aggressivo, che dire «mi stai facendo impazzire».

Serve a intervenire presto, non a sopportare meglio. Una volta che riconosci i segnali dei livelli intermedi — il quattro e il cinque, quelli che oggi non noti — hai a disposizione mosse che a nove non esistono più: chiedere una pausa, uscire a prendere aria, rimandare la conversazione a dopo cena. Non è un modo per non arrabbiarsi: è un modo per accorgersene mentre sta succedendo, quando le alternative sono ancora più d’una e non solo alzare la voce o andarsene sbattendo la porta.

Quando è utile

  • Con bambini e ragazzi che passano da zero a dieci senza gradini intermedi riconoscibili.
  • Nella gestione della rabbia, per stabilire il livello oltre il quale la discussione non è più utile.
  • Con adulti che riferiscono di «esplodere all’improvviso» e non ricordano nulla dei minuti precedenti.
  • In famiglia o in classe, come linguaggio comune per segnalare come si sta senza doverlo spiegare.
  • Nei disturbi d’ansia, per distinguere l’attivazione tollerabile da quella che richiede una mossa.
  • Come misura prima e dopo un esercizio, per vedere se ha prodotto un effetto misurabile.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Disegna la scala su un foglio

    Un termometro verticale con dieci tacche, oppure cinque fasce se la persona è un bambino. Il foglio deve essere fisico e deve stare in un posto di passaggio: sul frigorifero, nel diario, accanto alla scrivania. Un termometro che resta nella cartella del terapeuta misura solo le sedute, e non è per quelle che serve.

  2. 2. Descrivi i livelli con parole tue

    Non «intensità media» ma «seccato», «su di giri», «nero». Le etichette devono essere quelle che useresti con un amico, perché sono le uniche che ti verranno in mente nel momento giusto. Se una fascia non ha un nome, per il momento resta vuota: si riempirà quando capiterà un episodio di quel livello.

  3. 3. Aggiungi i segnali del corpo

    Per ogni fascia, due o tre indizi fisici concreti: mascella stretta, caldo alle orecchie, respiro corto, piede che batte, voce che sale. Sono questi a rendere il termometro utilizzabile in tempo reale, perché arrivano prima dei pensieri. Se non li ricordi, ricostruiscili a partire dall’ultimo episodio finito male.

  4. 4. Individua il tuo punto di non ritorno

    Guarda gli ultimi episodi e cerca il livello oltre il quale nessuna conversazione è finita bene. Per molti è fra il sei e il sette. Quel numero diventa la soglia: sotto si può ancora parlare, sopra si applica la mossa concordata e si rimanda. Deve sceglierlo la persona, sui fatti, non il terapeuta per prudenza.

  5. 5. Scrivi cosa aiuta a ogni livello

    La colonna che trasforma una misura in un piano. A livelli bassi bastano cose verbali: dirlo, chiedere di rallentare, bere un bicchiere d’acqua. A livelli alti servono cose fisiche e brevi: uscire, camminare, acqua fredda sui polsi. Ogni voce deve essere eseguibile in meno di un minuto e senza il permesso di nessuno.

  6. 6. Segna il livello tre volte al giorno

    A orari fissi — dopo pranzo, a fine giornata, prima di dormire — più ogni volta che succede qualcosa. Serve a riempire di dati le fasce basse, che sono quelle che la persona non nota. Bastano un numero e due parole: «5, riunione». Non è un diario, sono venti secondi.

  7. 7. Rivedilo dopo due settimane

    Con i fogli davanti si guardano tre cose: quali fasce sono rimaste vuote, quali segnali del corpo si ripetono e se le mosse scritte sono state usate davvero. Le voci mai usate vanno sostituite, non difese: una strategia che sulla carta è ottima e nei fatti non si applica mai è una strategia sbagliata.

Esempio

Termometro compilato da un ragazzo di quattordici anni seguito per scoppi di rabbia in casa. Le etichette e le mosse sono sue; la soglia a sette è stata scelta rileggendo insieme gli episodi delle due settimane precedenti.

Esempio di termometro delle emozioni compilato
LivelloCome lo chiamoCosa succede nel corpoCosa funziona a questo livello
0-2TranquilloRespiro regolare, spalle giù, voce normale.Qualunque cosa. È il momento buono per parlare degli argomenti difficili.
3-4SeccatoMascella stretta, sospiri, rispondo a monosillabi.Dirlo ad alta voce: «sono a quattro». Bere un bicchiere d’acqua. Continuare a parlare, più lentamente.
5-6Su di giriCaldo in faccia, cuore veloce, comincio a interrompere.Chiedere cinque minuti. Uscire sul balcone. Dieci respiri con l’espirazione più lunga dell’inspirazione.
7-8NeroMani strette, voce alta, penso solo a come ho ragione io.Time-out concordato: esco dalla stanza, venti minuti, poi torno. Nessuna decisione, nessun messaggio.
9-10Mi scoppia la testaNon sento più cosa dice l’altro, tremo, vedo tutto rosso.Solo allontanarsi e aspettare. Scendere le scale e camminare. Niente discussioni, telefono in tasca.

La colonna decisiva è l’ultima. Un termometro con i soli numeri misura e basta; con la colonna delle mosse diventa un piano, e a sette la persona non deve inventarsi nulla mentre è a sette.

Nella prima stesura le fasce 0-2 e 3-4 erano rimaste vuote: lui sosteneva che «o sono normale o sono a mille». È il quadro tipico di chi si accorge dell’emozione solo in alto, e riempire quelle due righe è stato il lavoro delle due settimane successive.

Il time-out a 7-8 ha una condizione che non si vede nella tabella: è stato concordato prima anche con i genitori, perché un ragazzo che esce dalla stanza nel mezzo di una discussione, senza accordo, viene letto come maleducato e la mossa gli viene tolta.

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Note per il professionista

Il termometro si costruisce in seduta, a mano, e si consegna già compilato almeno per due fasce: un foglio bianco con l’istruzione «riempilo a casa» torna vuoto. Con bambini e preadolescenti conviene disegnarlo insieme e ridurre le fasce a tre o cinque colori; con gli adulti la scala a dieci punti funziona bene e ha il vantaggio di essere confrontabile con la SUDS già usata altrove. La domanda che guida la costruzione non è «quanto ti arrabbi», ma «a che punto eri quando è successo questo?», riferita a episodi concreti della settimana.

Il dosaggio ragionevole è tre rilevazioni fisse al giorno più quelle a evento, per due settimane, poi solo a evento. Il compito va tenuto sotto i venti secondi per rilevazione, altrimenti compete con tutto il resto e perde. In seduta si riprende con i fogli in mano: si contano le righe per fascia, si guarda quali mosse sono state usate davvero e si riscrive la colonna finale. Il termometro è uno strumento vivo, e una versione che resta identica per tre mesi di solito vuol dire che non è più usata.

Fallisce tipicamente in tre modi. Il primo è il termometro compilato solo nelle fasce alte, che conferma il problema invece di risolverlo: si chiede allora una rilevazione a orari fissi, indipendente dagli episodi. Il secondo è la colonna delle strategie scritta dal terapeuta, con voci ragionevoli e inapplicabili («fai una respirazione diaframmatica di dieci minuti»): va riscritta con mosse che durino meno di un minuto. Il terzo è l’uso del numero come arma dentro la famiglia — «sono a otto, quindi non puoi dirmi niente» — e va anticipato con un accordo esplicito: il termometro segnala, non autorizza.

Funziona come porta d’ingresso a strumenti più fini. Una volta che le fasce sono popolate, il passaggio naturale è l’analisi in catena sugli episodi sopra soglia, oppure il time-out strutturato per la rabbia, che ha bisogno proprio di una soglia numerica condivisa per non diventare una fuga. Nei percorsi in cui il problema principale è l’imprecisione emotiva più che l’intensità, si affianca presto il lavoro sull’etichettatura: il termometro dà la quantità, le etichette danno la qualità, e servono entrambe.

Cautele e controindicazioni

  • Sotto i sei anni una scala a dieci punti è troppo fine: si usano tre colori o tre facce, e si accetta che il bambino indichi invece di scrivere.
  • Usato come sola misurazione, senza la colonna delle mosse, diventa un compito burocratico che documenta la rabbia e non la modifica.
  • In contesti in cui ci sono violenza o minacce in casa, il termometro non è una misura di sicurezza: serve un piano concreto, con comportamenti e persone da contattare, non un numero su un foglio.
  • Con chi tende al controllo e al perfezionismo, la rilevazione può trasformarsi in un’occupazione continua. In quel caso si riducono le rilevazioni a due al giorno e si accetta la stima approssimativa.
  • Un numero alto dichiarato da un adolescente va trattato come una comunicazione, non solo come un dato: se compare in modo ripetuto sopra il nove, la conversazione da fare riguarda cosa succede, non la compilazione.

Domande frequenti

A che età si può usare il termometro delle emozioni?

Dai quattro o cinque anni, nella versione a colori con tre o quattro fasce e senza numeri: il bambino indica dove si trova e l’adulto nomina l’emozione al posto suo. Dagli otto-nove anni la scala numerica diventa comprensibile, e dall’adolescenza in poi funziona esattamente come per gli adulti. La differenza non è nello strumento ma nella granularità: meno fasce quando si è piccoli, più fasce quando si riesce a distinguerle.

Che differenza c’è fra termometro delle emozioni e scala SUDS?

La scala SUDS misura una cosa sola, il disagio soggettivo, da 0 a 100, e serve soprattutto a ordinare e a monitorare le esposizioni. Il termometro è più largo: si applica a qualsiasi emozione, usa in genere dieci gradi e soprattutto associa a ogni fascia i segnali corporei e le mosse possibili. In pratica la SUDS è un misuratore, il termometro è un misuratore con istruzioni per l’uso attaccate accanto.

Mio figlio si rifiuta di compilarlo, cosa faccio?

Quasi sempre il rifiuto riguarda la scrittura, non lo strumento. Si può passare a una versione da indicare con il dito, attaccata al frigorifero, senza nulla da compilare; oppure a un messaggio con un solo numero mandato a un genitore. Un’altra strada che funziona è invertire i ruoli: chiedere a lui di segnare il livello degli adulti durante la giornata. Se il rifiuto resta, conviene sospendere e riprendere più avanti, perché un compito imposto trasforma lo strumento in un terreno di scontro.

Quante volte al giorno va compilato?

Tre rilevazioni a orari fissi più una a ogni episodio, per le prime due settimane. Gli orari fissi non sono un di più: servono a popolare le fasce basse, che sono quelle che nessuno nota e su cui si gioca tutto il lavoro. Dopo due settimane si passa alle sole rilevazioni a evento. Se la compilazione supera i venti secondi per volta, il formato è troppo pesante e va ridotto a un numero e due parole.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.