Prima di cominciare

Primo colloquio dallo psicologo: si paga, quanto dura, cosa si dice

Il primo colloquio si paga o è gratuito a seconda di chi lo conduce: sono diffuse entrambe le pratiche, e l’unico modo di saperlo è chiederlo quando prenoti. Il compenso, per legge, va comunicato prima in forma scritta o digitale. Dura quanto una seduta, serve a capire che cosa ti porta lì e a decidere se vale la pena tornare, e non devi arrivare con un discorso pronto: «non so da dove cominciare» è una frase con cui si comincia.

Aggiornato il 1 ottobre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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In breve

  • Alcuni professionisti offrono il primo incontro gratuito, altri lo fanno pagare come una seduta: sono entrambe pratiche correnti, e nessuna delle due dice quanto quella persona valga.
  • Dal 29 agosto 2017 il compenso va reso noto con un preventivo di massima obbligatoriamente in forma scritta o digitale: una cifra detta al telefono non basta.
  • Nessun trattamento sanitario può cominciare senza il tuo consenso libero e informato, che va documentato e che puoi revocare in qualunque momento.
  • Lo psicologo è tenuto al segreto professionale, con deroghe limitate agli obblighi di referto e denuncia e ai casi di grave pericolo per la vita o per la salute.
  • Prima di uscire puoi chiedere che idea si è fatto, su che cosa lavorereste, ogni quanto e per quanto tempo: se la risposta non arriva, è un dato su cui decidere.

Il primo colloquio dallo psicologo si paga?

Dipende da chi lo conduce. Molti dedicano al primo incontro una seduta a pagamento, perché raccogliere una storia e formulare un’ipotesi di lavoro è già lavoro clinico; altri lo offrono gratuito e lo trattano come colloquio conoscitivo, come fanno di solito le piattaforme e i centri. Saperlo prima evita l’unico esito sgradevole, cioè scoprirlo alla fine.

Dal 29 agosto 2017 un professionista iscritto a un ordine deve far sapere al cliente, obbligatoriamente in forma scritta o digitale, il grado di complessità dell’incarico e gli oneri prevedibili, e deve rendere nota in anticipo la misura del compenso con un preventivo di massima. Una mail basta. Chiederlo prima di fissare è la procedura, non una scortesia.

  • Quanto costa il primo incontro, e se è a pagamento o conoscitivo.
  • Quanto costa una seduta successiva, e se il prezzo cambia nel tempo.
  • Ogni quanto si prevede di vedersi, almeno all’inizio.
  • Che cosa succede se disdici, e con quanto preavviso.
  • Se la fattura viene emessa sempre: serve a te, perché le sedute rientrano fra le spese sanitarie detraibili al 19% sopra la franchigia di 129,11 euro, se il pagamento è tracciabile.

Quanto dura e che cosa succede, in pratica?

La durata la decide chi conduce. Nella pratica corrente dura quanto una seduta, intorno all’ora, e qualcuno divide il primo contatto in due incontri: uno per ascoltare, uno per dire che cosa ne ha ricavato. È una domanda da fare al telefono, insieme al costo.

Quello che succede dentro ha una forma costante. Ti viene chiesto che cosa ti ha portato a cercare adesso, poi arrivano domande per mettere a fuoco da quanto va avanti, quanto pesa sulle giornate, che cosa hai già provato. Si chiude decidendo se fissare un secondo incontro, e non sei obbligato a deciderlo lì.

Se il colloquio è online la sostanza non cambia: cambiano la stanza e le precauzioni, una connessione che regga e una porta che si chiude. Se l’idea della telecamera ti blocca al punto da farti rimandare, puoi chiedere di tenerla spenta al primo incontro: qualcuno accetta, qualcuno spiega perché preferisce di no.

Che cosa ti viene chiesto?

Le domande cambiano con l’orientamento di chi le fa, ma l’ossatura si ripete.

Non sei tenuto a rispondere a tutto al primo incontro. Dire che su un certo punto preferisci tornare più avanti è una risposta che chiunque sappia fare questo lavoro accoglie senza insistere.

  • Che cosa ti ha spinto a cercare, e perché adesso e non sei mesi fa.
  • Da quanto va avanti, quanto spesso succede, in quali situazioni peggiora e in quali no.
  • Come stanno le cose nella vita di tutti i giorni: sonno, lavoro o studio, rapporti, cose che hai smesso di fare.
  • Che cosa hai già provato: percorsi precedenti, farmaci in corso, strategie tue che funzionano e strategie che no.
  • Chi c’è intorno a te, con chi vivi, con chi ne hai parlato.
  • Che cosa vorresti fosse diverso, e da che cosa te ne accorgeresti.

E se mi sembra un interrogatorio?

Un’ora di domande chiuse, poste senza che tu capisca dove portano, è una delle esperienze che le persone raccontano più spesso dopo un primo incontro andato male. Chi conduce bene spiega perché chiede una certa cosa e ogni tanto ricapitola per verificare di avere capito.

Se alla fine hai risposto a trenta domande e non sai che cosa quella persona ne abbia ricavato, la sensazione di avere sostenuto un esame non è un’impressione tua.

E se non so da dove cominciare?

È il timore più diffuso fra chi prenota per la prima volta: non devi arrivare con una relazione. «Non so da dove cominciare» è un inizio frequente, e da lì in poi tocca a chi ti ascolta fare le prime domande. Chi arriva convinto di non avere niente da dire spesso scopre il contrario nel giro di dieci minuti.

Se vuoi arrivare preparato bastano tre righe sul telefono: che cosa succede, da quando, che cosa ti ha fatto chiamare proprio ora. Leggerle ad alta voce va benissimo. Non devi raccontare in ordine cronologico né usare parole tecniche, e nemmeno devi sapere già che cosa vuoi ottenere.

Che cosa firmi, e che cosa resta in quella stanza

Nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito senza il consenso libero e informato della persona, e quel consenso va documentato, di norma per iscritto. Il codice deontologico chiede allo psicologo di darti, nella fase iniziale, informazioni comprensibili sulle prestazioni, sulle loro finalità e sui modi con cui lavora, oltre che sui limiti giuridici della riservatezza. Nella pratica è un foglio che ti viene consegnato al primo o al secondo incontro.

Un modulo fatto bene dice che cosa si farà e con quali obiettivi, come vengono trattati i tuoi dati, quanto costa, come si interrompe. Puoi leggerlo con calma e fare domande prima di firmare: una firma su un foglio che non corrisponde a quello che ti è stato spiegato vale poco. La pagina /modulo-consenso-informato di questo sito pubblica un modello completo, scritto per i professionisti: scorrerlo ti dice quali sezioni dovresti trovare nel tuo.

Il segreto professionale è l’altra metà. Lo psicologo non rivela quello che apprende nel rapporto professionale e non riferisce nemmeno che tu sia un suo paziente. Le deroghe sono poche e nominate: gli obblighi di referto e di denuncia e i casi di grave pericolo per la vita o per la salute, dove comunque si riferisce solo lo stretto necessario. Per chi è minorenne la prestazione richiede di norma il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale: è un punto da chiarire al telefono.

Che cosa dovresti portarti a casa prima di uscire

Un primo colloquio utile non si chiude con «ci vediamo la settimana prossima». Si chiude con una restituzione, anche di cinque minuti.

Se non arriva da sola, si chiede: «prima di chiudere, mi dice che idea si è fatto e come lavoreremmo?». Una risposta onesta può anche essere che dopo un’ora è presto e servono due o tre incontri. Quello che dovresti avere in mano quando esci è questo:

  • Che idea si è fatto del tuo caso, detta con parole sue e in modo che tu possa correggerla.
  • Su che cosa lavorereste per primo, e con quale tipo di lavoro.
  • Ogni quanto vi vedreste e, come ordine di grandezza, per quanto tempo: quando la prestazione è continuativa, il codice deontologico chiede di indicarne la durata prevedibile ove possibile.
  • Se fra un incontro e l’altro ci sarà qualcosa da osservare o da provare, e se è previsto scriversi in caso di necessità.

Quando è legittimo non tornare

Prima di decidere conviene separare due cose. Raccontare a uno sconosciuto quello che non hai detto a nessuno è faticoso di per sé, e uscire scossi non significa che la persona sia sbagliata. Il disagio che riguarda il contenuto è parte del lavoro; quello che riguarda il modo in cui sei stato trattato no.

Sono motivi sufficienti per non fissare il secondo incontro: esserti sentito giudicato o sgridato, un’ora di domande senza nessuna restituzione, un colloquio speso a vendere un pacchetto di sedute, appuntamenti rimandati più volte prima di cominciare, una proposta di farmaci da parte di chi non è medico. Capita anche il contrario, che sia il professionista a dire di no perché il caso non rientra nelle sue competenze: un rifiuto con un altro nome resta un buon primo colloquio.

Non tornare non richiede giustificazioni, e un messaggio di due righe è una cortesia che costa poco. Quello che conviene evitare è la conclusione più frequente dopo un primo incontro andato male, cioè che il problema sia la psicologia: un’ora andata male dice qualcosa su una persona, e il secondo tentativo parte con più informazioni del primo. Se quello che stai attraversando è un’emergenza, i numeri sono nel riquadro in cima a questa pagina.

Domande frequenti

Il primo colloquio dallo psicologo si paga?

Dipende dal professionista: alcuni lo offrono gratuito come colloquio conoscitivo, altri lo fanno pagare come una seduta normale, e sono pratiche entrambe correnti. Chiedilo quando prenoti, insieme al costo delle sedute successive. Il compenso, per legge, ti deve essere comunicato prima in forma scritta o digitale, con un preventivo di massima.

Cosa si dice al primo colloquio dallo psicologo?

Si dice che cosa ti ha spinto a cercare e perché proprio adesso; il resto lo guidano le domande di chi ti ascolta. Non serve un racconto ordinato né un lessico tecnico, e «non so da dove cominciare» è un inizio con cui chi conduce sa come procedere.

Quanto dura la prima seduta dallo psicologo?

Di norma quanto una seduta, intorno all’ora. In alcuni casi il primo contatto si divide in due incontri: uno per raccogliere la storia, uno per restituire che cosa è emerso e come si lavorerebbe. La durata la decide il professionista, e si chiede al momento di prenotare.

Lo psicologo può dire ai miei genitori quello che gli racconto?

Lo psicologo è tenuto al segreto professionale e non rivela quello che apprende nel rapporto professionale, né il fatto che tu sia un suo paziente. Le deroghe sono limitate agli obblighi di referto e denuncia e ai casi di grave pericolo per la vita o per la salute. Se sei minorenne la prestazione richiede di norma il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale: che cosa verrà riferito si concorda nel primo incontro.

Il primo incontro è andato male: devo riprovare con un altro?

Un primo colloquio che non funziona è un evento comune e riguarda quella persona, non la categoria. Prima di riprovare metti a fuoco che cosa non ha funzionato: esserti sentito giudicato, non avere ricevuto nessuna restituzione, non esserti sentito ascoltato. Quello diventa la domanda da fare al prossimo professionista.

Fonti

Da leggere dopo

Esercizi citati in questa pagina

Le schede degli esercizi spiegano che cosa si fa concretamente fra una seduta e l’altra. Sono scritte per chi è già in terapia e per chi la conduce.

Tutte le schede

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica né una consulenza fiscale o legale. Le regole su contributi, detrazioni e accesso ai servizi pubblici cambiano: le fonti qui sopra sono il riferimento aggiornato.