Quando il percorso è già iniziato

Come capire se la terapia sta funzionando

Nelle prime settimane «funziona» non vuol ancora dire «sto meglio»: vuol dire che sai su che cosa state lavorando, con quale idea del problema e verso quale obiettivo. Se dopo quattro o cinque sedute non riesci a dirlo con parole tue, quello è il punto da portare in seduta, prima della domanda se cambiare. Il professionista è tenuto a risponderti su finalità, modalità e durata prevedibile del percorso: non è una gentilezza che gli stai chiedendo.

Aggiornato il 1 ottobre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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In breve

  • Il primo segnale di un lavoro in corso non è l’umore: è poter dire con parole tue qual è il problema su cui state lavorando e che cosa state facendo per cambiarlo.
  • Uno stallo e un periodo brutto sono cose diverse: nello stallo non succede niente, in un periodo brutto succede qualcosa che costa.
  • L’articolo 24 del Codice Deontologico impegna il professionista a dare informazioni comprensibili su prestazioni, finalità e modalità, e a indicare la durata prevedibile quando il percorso dura nel tempo.
  • Dire che senti di parlare e basta non è una lamentela: è materiale di seduta, e il modo in cui viene accolto è già metà della risposta.
  • Se lo dici due volte e nel modo di lavorare non cambia niente, il problema non è la tua pazienza.

Dopo quante sedute dovrei vedere qualcosa?

Le prime sedute servono al professionista per farsi un’idea: come è cominciato, che cosa hai già provato, come stanno le cose adesso. È normale che due o tre incontri siano soprattutto domande, e che in quella fase tu esca con la sensazione di aver raccontato molto e ricevuto poco. Fin lì non c’è niente da valutare.

Il momento in cui ha senso fare un bilancio arriva intorno alla quarta o quinta seduta, e la verifica è una sola: prova a spiegare a te stesso, in due frasi, su che cosa state lavorando e come. Se ci riesci, il percorso ha una forma. Se la risposta che ti viene è «parliamo di quello che è successo durante la settimana», manca qualcosa che si può chiedere, perché è il professionista a doverlo rendere esplicito.

Non esiste una soglia scritta da qualche parte dopo la quale una terapia va cambiata, e chi te la dà in numero tondo sta semplificando. Quattro o cinque sedute sono il minimo sotto il quale non hai materiale per giudicare, non il punto in cui dovresti stare meglio. Un cambiamento nella vita di fuori arriva più tardi, ed è anche la cosa più difficile da notare da dentro.

Che cosa guardo, se non mi sento ancora meglio?

L’umore è un indicatore pessimo nel breve periodo: sale e scende per ragioni che con la terapia non c’entrano, e una settimana storta non dice niente del percorso. I segnali utili sono più noiosi e più stabili, e si guardano a sei o otto settimane.

Il cambiamento, quando arriva, si vede quasi sempre prima da fuori: una cosa che smetti di rimandare, una discussione gestita in un altro modo, un periodo storto che dura tre giorni invece di due settimane. Chiedere a chi ti sta vicino è un metodo legittimo di verifica.

Dove guardare, dopo un paio di mesi
Dove guardareC’è un lavoro in corsoManca una direzione
Gli argomentiLe sedute si agganciano fra loro: si riprende quello che era rimasto apertoOgni volta si riparte dal racconto della settimana
Il problemaSai come il professionista lo descrive, e sai descriverlo anche tuNon è mai stato detto a voce su che cosa state lavorando
Fra una seduta e l’altraHai qualcosa da osservare, provare o annotareEsci con la sensazione di esserti sfogato e basta
Fuori dalla stanzaQualcosa si muove in una situazione concreta: una telefonata fatta, una sera diversaDopo mesi non sapresti indicare una sola cosa che fai diversamente
Le tue paroleDici cose che non avevi mai messo in quest’ordineRipeti gli stessi episodi e arrivi alle stesse conclusioni

Stallo o periodo brutto: come li distinguo?

Capita di sentirsi peggio per qualche giorno dopo una seduta in cui si è toccato qualcosa che si evitava da anni. È una cosa diversa dallo stallo, e si riconosce da un dettaglio: nel periodo brutto c’è un prima e un dopo, sai quale seduta lo ha aperto, e il malessere ha un contenuto. Nello stallo invece non succede niente, le settimane si somigliano e l’unica variazione è il conto.

Se il peggioramento è cominciato dopo un incontro preciso, dillo all’inizio del successivo, con la data: «dopo la seduta di due settimane fa ho passato quattro giorni molto brutti». È un’informazione, e un professionista ci lavora.

Uno stallo che dura qualche settimana, invece, è un argomento da mettere sul tavolo. Può avere risposte legittime: una fase di consolidamento, un periodo in cui si tiene quello che si è ottenuto, una pausa concordata. La differenza è che quelle risposte qualcuno te le dà, e sai per quanto tempo valgono.

Sedute che sono solo chiacchiere: è normale?

Le parole per questo sono sempre le stesse: chiacchiere tra amici, sfogatoio, confessionale a pagamento. È la ragione più comune per cui le persone smettono, e riguarda la struttura più della simpatia: molti lasciano un professionista che gli sta anche simpatico.

C’è però una distinzione. Esistono approcci che lavorano soprattutto attraverso il colloquio e non assegnano esercizi, e non per questo girano a vuoto. Quello che nessun approccio può evitare è spiegarti come sta lavorando e perché quel modo serve al motivo per cui sei lì: l’articolo 5 del Codice Deontologico chiede di impiegare metodologie di cui si sanno indicare fonti e riferimenti, e di non suscitare aspettative infondate. «Funziona così» non è una risposta.

Se quello che ti manca è avere qualcosa in mano fra una seduta e l’altra, puoi chiederlo. Gli esercizi che un terapeuta propone nel mezzo, dal diario dell’umore alla programmazione delle attività, sono scritti per esteso nella sezione /esercizi di questo sito: leggerne uno serve soprattutto a capire che cosa chiedere e con quali parole. Non sono un marchio di qualità, ma rendono concreta una domanda che altrimenti suona vaga.

Come glielo dico senza che sembri una lamentela?

Il timore di offendere tiene ferme per mesi persone che hanno già deciso. A renderlo più facile è il momento: si dice all’inizio della seduta, non negli ultimi due minuti con il cappotto in mano. All’inizio c’è il tempo per lavorarci.

Il secondo accorgimento è parlare del lavoro, non della persona. «Non mi trovo» mette in discussione lui, «non vedo dove stiamo andando» mette sul tavolo il percorso, di cui siete in due a occuparvi. Frasi che funzionano, da usare così come sono:

  • «Vorrei fermarmi un attimo su come stiamo lavorando: mi aiuta a capire dove stiamo andando.»
  • «Esco dalle sedute con la sensazione di essermi raccontato e basta. Mi manca una direzione.»
  • «Possiamo scrivere due obiettivi e riguardarli fra un mese?»
  • «C’è qualcosa che posso fare fra una seduta e l’altra?»
  • «Quanto dura di solito un percorso come il mio?»
  • «Mi sembra che stiamo lavorando su cose secondarie rispetto al motivo per cui sono venuta.»

Che cosa dovrebbe risponderti?

Una risposta utile contiene quattro cose: dove siete adesso, perché si procede in quel modo, che cosa dovrebbe cambiare e quando lo riguardate. Può essere una proposta di correzione, la spiegazione di una fase che non avevi capito, anche un disaccordo argomentato. Quello che conta è che stia nel merito e preveda una data.

Il Codice Deontologico dà la misura minima: l’articolo 24 impegna il professionista, nella fase iniziale, a dare informazioni adeguate e comprensibili su prestazioni, finalità e modalità, e a indicare la durata prevedibile quando l’intervento continua nel tempo; l’articolo 5 gli chiede di riconoscere i limiti della propria competenza e di non suscitare aspettative infondate. Chiedere una restituzione a percorso avviato è chiedere di rifare quell’operazione sul punto in cui siete.

Le risposte che non vanno bene si riconoscono subito. Un «è normale, ci vuole tempo» senza nient’altro. La domanda rigirata come se fosse un sintomo tuo. L’irritazione. E soprattutto il rimprovero: essere sgridati non è un metodo, e se succede ti riguarda la pagina di questa serie su come cambiare professionista.

Quando la conclusione onesta è che non è la persona giusta?

Quando lo hai detto due volte, a qualche settimana di distanza, e il modo di lavorare è identico. Quando porti un obiettivo e te ne viene restituito un altro senza che nessuno spieghi perché. Quando esci regolarmente peggio di come sei arrivato, non per il contenuto ma per come sei stato trattato. In quei casi non c’è una fase da aspettare.

Cambiare non è buttare via quello che hai fatto. Quello che hai capito di te resta tuo, e la cosa più utile che puoi portare al prossimo professionista è una pagina su che cosa avete affrontato, che cosa ha funzionato e che cosa no. Come si dice, a chi si dice e che cosa chiedere prima di andarsene è il tema della pagina sul cambiare psicologo.

Vale anche il contrario, e saperlo toglie un po’ di peso: l’articolo 27 del Codice Deontologico prevede che sia il professionista a valutare ed eventualmente proporre l’interruzione, quando constata che non stai traendo beneficio e non è prevedibile che ne trarrai proseguendo.

Domande frequenti

Dopo quante sedute si capisce se la terapia sta funzionando?

Dopo quattro o cinque incontri dovresti saper dire con parole tue su che cosa state lavorando e con quale obiettivo. Non è il momento in cui dovresti stare meglio, è il momento in cui hai abbastanza materiale per giudicare. Un cambiamento nella vita quotidiana arriva più tardi e di solito lo notano prima gli altri.

La terapia non funziona: devo cambiare psicologo?

Prima dillo a lui, all’inizio di una seduta e parlando del percorso invece che della persona. Una parte delle terapie che sembrano ferme riparte quando gli obiettivi vengono messi per iscritto. Se lo sollevi due volte e non cambia niente nel modo di lavorare, allora sì, il problema è l’abbinamento.

È normale che in terapia si parli e basta?

Alcuni approcci lavorano soprattutto attraverso il colloquio e non assegnano esercizi. Quello che non è normale è non sapere perché si sta parlando di quell’argomento e dove dovrebbe portare. Puoi chiedere entrambe le cose, e un professionista è tenuto a saper indicare il metodo che sta usando.

È normale sentirsi peggio dopo una seduta?

Capita dopo gli incontri in cui si tocca qualcosa che si evitava, e di solito ha un prima e un dopo riconoscibili. Vale la pena dirlo alla seduta successiva, con la data: è un’informazione che serve al lavoro. Diverso è uscire a pezzi con regolarità per settimane, che è una cosa da mettere sul tavolo subito.

Come dico alla mia psicologa che non vedo risultati?

All’inizio della seduta, non alla fine, e parlando del lavoro: «esco con la sensazione di essermi raccontato e basta, mi manca una direzione». Poi chiedi due obiettivi scritti e una data per riguardarli. Non è una critica personale, è la richiesta di una restituzione, e fa parte del suo mestiere.

Fonti

Da leggere dopo

Esercizi citati in questa pagina

Le schede degli esercizi spiegano che cosa si fa concretamente fra una seduta e l’altra. Sono scritte per chi è già in terapia e per chi la conduce.

Tutte le schede

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