Compassione e schemi

Diario degli schemi: cosa scrivere in ogni sezione

Il diario degli schemi, in inglese schema diary, è la scheda che in schema therapy si compila dopo un episodio in cui si è reagito in modo sproporzionato. Ricostruisce che cosa è successo, quale schema precoce si è acceso, da quale ricordo viene, e chiede infine di scrivere come guarderebbe la stessa scena la parte adulta. È lo strumento con cui il lavoro fatto in seduta continua durante la settimana.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Uno schema, in questo approccio, è una convinzione profonda su di sé e sugli altri che si è formata presto e che continua a funzionare come una lente: abbandono, inadeguatezza, sfiducia, sacrificio di sé, standard inflessibili. Quando qualcosa nella giornata la tocca — un messaggio senza risposta, una critica, un invito arrivato in ritardo — la reazione non è proporzionata all’episodio di oggi, è proporzionata a tutta la storia che quella lente contiene. Il diario serve a rendere visibile questa differenza, episodio per episodio.

La scheda si compila su un momento preciso e ha una sequenza fissa. Prima i fatti: cosa è successo, raccontato come lo registrerebbe una telecamera. Poi cosa hai provato e cosa hai sentito nel corpo. Poi cosa ti sei detto. Poi la parte che distingue questo diario dagli altri: quale schema si è acceso, e a quale ricordo quella sensazione assomiglia. Non serve andare a cercare memorie lontane con lo sforzo: la domanda è semplicemente «quando è stata la prima volta che mi sono sentito così».

L’ultima parte è quella per cui esiste la scheda. Si chiede di scrivere come vedrebbe la stessa situazione la tua parte adulta: quella che sa quanti anni hai oggi, che conosce la storia e che non deve difendere nessuno. Non è la parte che dice «non è niente», è quella che riconosce l’emozione, la colloca e dice cosa conviene fare adesso. Nelle prime settimane questa colonna è la più difficile e spesso resta vuota: è normale, e si compila insieme in seduta finché non viene da sola.

Il diario non si compila ogni giorno e non si compila per obbligo. Due o tre schede a settimana, sugli episodi che hanno davvero lasciato il segno, valgono più di sette schede di routine. Il momento giusto è la sera dello stesso giorno, quando l’emozione si è abbassata abbastanza da poter scrivere ma il dettaglio è ancora recuperabile: la frase esatta che ti sei detto, la sensazione fisica e dove l’hai sentita. La prima volta richiede venti minuti; dopo qualche settimana si scende a otto o dieci.

Quando è utile

  • Nella fase intermedia di una schema therapy, per collegare gli episodi quotidiani al lavoro fatto in seduta.
  • Quando la reazione a un evento piccolo è sproporzionata e la persona lo riconosce ma non riesce a spiegarselo.
  • Per identificare quali situazioni accendono uno schema, quando l’innesco non è ancora chiaro.
  • Nelle relazioni che si ripetono con la stessa struttura in contesti diversi.
  • Per allenare la modalità adulta fuori dalla seduta, su materiale reale e non ipotetico.
  • Quando il lavoro esperienziale in studio produce spostamenti che poi non si trasferiscono alla settimana.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Compila sull’episodio, non sulla giornata

    Un momento con un orario: «giovedì alle 19, ho visto che aveva letto il messaggio delle 15 e non aveva risposto». Se non riesci a dire l’ora e il luogo, non è un episodio ed è inutile compilare: lo schema si accende in un istante preciso, ed è quello che si sta cercando.

  2. 2. Separa i fatti dalle interpretazioni

    Nella prima sezione va solo ciò che una telecamera avrebbe registrato. «Mi ha ignorata» è già una lettura e appartiene alla sezione dei pensieri. In quella dei fatti va «ha visualizzato alle 15:20 e alle 19 non aveva risposto». Questa separazione è ciò che rende confrontabili le schede fra loro.

  3. 3. Registra emozione, intensità e corpo

    Una o due parole per l’emozione, un numero da 0 a 100 per l’intensità, e almeno una sensazione fisica con la sua localizzazione: stretta allo sterno, calore in viso, gambe pesanti. Il corpo è spesso il primo segnale della riattivazione, e annotarlo insegna a riconoscerla prima.

  4. 4. Trascrivi i pensieri come sono arrivati

    In prima persona e al presente, con le parole esatte, compresi gli insulti verso di sé. «Non le importa niente di me», «faccio sempre la figura di quella appiccicosa». Ripulire le frasi le rende innocue sulla carta e inutili in seduta.

  5. 5. Nomina lo schema e la modalità

    Dall’elenco che hai costruito con chi ti segue: abbandono, inadeguatezza, sfiducia, privazione emotiva, standard inflessibili. E la modalità in cui sei finito: bambino abbandonato, protettore distaccato, genitore punitivo. Se sei indeciso fra due, scrivile entrambe e lascia decidere alla seduta.

  6. 6. Cerca il ricordo collegato

    Non forzare: la domanda è «a quando risale la prima volta che ho sentito questa cosa nel corpo». A volte arriva una scena precisa, a volte solo un’atmosfera o un’età. Va bene anche «non mi viene niente»: scrivilo, perché la sezione vuota è un dato che si ripete e si legge.

  7. 7. Scrivi lo sguardo dell’adulto sano

    Cosa ci sarebbe di vero e cosa viene dalla lente. Cosa diresti a una persona a cui vuoi bene nella stessa situazione. Quanti anni hai oggi e quali strumenti hai che allora non avevi. Tre o quattro righe, precise, senza consolazione facile e senza liquidare l’emozione.

  8. 8. Decidi il comportamento e verificalo

    Una sola azione concreta: cosa avresti voluto fare e cosa farai invece, con quando. «Scrivo domani mattina e chiedo se è successo qualcosa, senza rinfacciare.» La settimana dopo annota se l’hai fatto e com’è andata: senza questa verifica il diario resta un esercizio di comprensione.

Esempio

Una scheda compilata da una donna di trentun anni la sera stessa dell’episodio, al quarto mese di terapia. Le prime sei sezioni sono venute da sole; la settima è stata riscritta due volte, come succede all’inizio.

Esempio di diario degli schemi compilato
SezioneCosa ho scritto
Situazione (solo fatti)Giovedì 19:00. Ho scritto a Giulia alle 15 per confermare sabato. Alle 19 vedo che ha letto alle 15:20 e non ha risposto.
Emozioni e intensitàAnsia 70, poi tristezza 60, poi rabbia 45.
Sensazioni nel corpoStretta sotto lo sterno, mani fredde, ho ricontrollato il telefono forse quindici volte in un’ora.
Pensieri, come sono arrivati«Si è stufata di me.» «L’ho scocciata con troppi messaggi la settimana scorsa.» «Prima o poi mi mollano tutti, e ogni volta è colpa mia.»
Schema attivatoAbbandono. Forse anche inadeguatezza, sulla parte del «è colpa mia».
Modalità in cui sono finitaBambina abbandonata. Poi, verso le 21, protettore distaccato: ho deciso che non mi interessava più e ho guardato la televisione senza vedere niente.
Ricordo collegatoHo sei o sette anni, sono all’uscita di scuola e mia madre arriva molto dopo gli altri. Non ricordo cosa disse. Ricordo il cortile che si svuotava e la stessa stretta allo stomaco.
Sguardo dell’adulto sanoGiulia ha letto un messaggio alle 15 e non ha risposto entro sera: succede a chiunque abbia una giornata piena, e in quattro anni non è mai sparita. Quello che sento non è proporzionato a oggi, è proporzionato al cortile. Ho trentun anni e posso chiedere, cosa che a sette non potevo. Se davvero fosse successo qualcosa fra noi, lo affronterei, e non sarebbe la fine del mondo.
Cosa faccioNon scrivo altri messaggi stasera. Domani mattina le mando un messaggio normale con la conferma, senza alludere al ritardo. Verifico sabato come mi sento.

Le due modalità nella stessa serata — bambina abbandonata alle 19, protettore distaccato alle 21 — sono la sequenza più frequente e spiegano perché la sera la persona sembrava calma: quella calma era la difesa, non la risoluzione.

Nella sezione dello sguardo adulto non compare nessuna rassicurazione del tipo «vedrai che ti risponde». L’adulto sano non prevede il futuro e non consola: riconosce l’emozione, la colloca nella storia e dice cosa conviene fare adesso.

La riga del ricordo non contiene dialoghi né una scena completa. Bastano un’età, un luogo e la stessa sensazione fisica: il collegamento si fa sul corpo, non sulla trama.

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Note per il professionista

Il diario si introduce quando la mappa degli schemi e delle modalità esiste già, almeno in forma provvisoria: assegnato prima, chiede alla persona di nominare qualcosa che non ha ancora un nome e torna vuoto nelle sezioni centrali. La prima scheda si compila in seduta, su un episodio della settimana appena trascorsa, con il terapeuta che scrive materialmente sotto dettatura. Il dosaggio utile è di due o tre schede a settimana, sugli episodi con attivazione sopra una soglia concordata — di solito 50 su 100 — e non una scheda al giorno: la compilazione di routine produce schede corrette e inerti, e consuma la disponibilità che serve per quelle che contano.

La sezione dell’adulto sano è il punto in cui la scheda vive o muore, e nelle prime settimane va scritta a quattro mani. Tre errori ricorrenti la svuotano. Il primo è la rassicurazione travestita: «vedrai che non succede niente», che è una previsione e non una posizione adulta, e che funziona come comportamento protettivo. Il secondo è la svalutazione dell’emozione: «mi sto facendo un film per niente», che è il genitore punitivo che si insinua nella colonna sbagliata. Il terzo è l’astrazione: frasi corrette su come funzionano gli schemi, senza alcun riferimento a questo episodio e a questa persona. Il criterio di controllo è semplice: se la sezione non contiene un dettaglio dell’episodio e un’azione, va riscritta.

Vale la pena leggere le schede in serie, non una per volta. Disposte una accanto all’altra dopo tre o quattro settimane, mostrano due cose che la singola scheda nasconde: quali situazioni accendono lo schema con regolarità — quasi sempre meno di quante il paziente credeva — e con quale modalità di coping la persona esce dall’attivazione, che è l’informazione più utile per scegliere il prossimo intervento. Se la sezione del ricordo resta vuota per settimane, il dato non è una mancanza di memoria: di norma indica una difesa attiva, e la risposta non è insistere sulla compilazione ma passare al ponte affettivo in immaginazione.

Il diario è la base da cui si ricava la flashcard: quando una risposta adulta si ripete efficacemente su più schede, si riscrive in forma breve e si consegna su cartoncino, perché nel momento di attivazione nessuno compila una scheda di nove sezioni. Il rapporto con il diario dei pensieri disfunzionali è di complementarità e non di sostituzione: quello resta più agile per il lavoro sui pensieri automatici situazionali, questo aggiunge le due sezioni che la terapia cognitiva standard non prevede, l’origine storica e la modalità. In pazienti che frammentano facilmente, la versione a nove sezioni è troppo lunga e conviene ridurla a cinque, tenendo fatti, emozione, schema, sguardo adulto e azione.

Cautele e controindicazioni

  • La sezione del ricordo può aprire materiale traumatico che una scheda compilata da soli la sera non contiene. Se emergono immagini intrusive o forte attivazione, la consegna è fermarsi, annotare solo l’età e portarlo in seduta.
  • Nelle fasi acute — depressione grave, rischio suicidario, scompenso recente — un compito scritto quotidiano diventa facilmente l’ennesima prova fallita. In quel caso si compila solo in seduta.
  • Nel disturbo ossessivo-compulsivo la scheda può trasformarsi in un rituale di analisi con revisioni continue alla ricerca della compilazione corretta. Si limita allora il numero di schede e si fissa un tempo massimo.
  • Attribuire ogni reazione a uno schema toglie di vista i problemi reali: a volte la persona non è stata trattata bene e la lettura corretta è quella ovvia.
  • Il diario non è uno strumento di autodiagnosi. I nomi degli schemi hanno senso dentro una formulazione del caso, non come etichette ricavate da un elenco in rete.

Domande frequenti

Ogni quanto si compila il diario degli schemi?

Due o tre volte a settimana, sugli episodi in cui l’attivazione è stata davvero alta, non tutti i giorni. La compilazione quotidiana per obbligo produce schede corrette e prive di contenuto emotivo, e consuma la motivazione che serve per gli episodi che contano. Il momento migliore è la sera dello stesso giorno: l’emozione si è abbassata quanto basta per scrivere, e il dettaglio — la frase esatta, la sensazione fisica — è ancora recuperabile.

Che differenza c’è fra diario degli schemi e diario dei pensieri disfunzionali?

Il diario dei pensieri lavora sull’episodio di oggi: situazione, pensiero automatico, prove a favore e contro, formulazione alternativa. Il diario degli schemi aggiunge due sezioni che quello non prevede: quale schema precoce si è acceso e a quale ricordo la sensazione assomiglia, e chiede la risposta della modalità adulta anziché un pensiero alternativo. Il primo è più agile e si usa quando il tema è il pensiero situazionale; il secondo serve quando la reazione si ripete uguale da anni in contesti diversi.

E se non mi viene in mente nessun ricordo?

Scrivi che non ti viene, e vai avanti: la sezione vuota è un dato, non un errore. Il collegamento con il passato non si cerca a forza, perché ragionandoci si producono ricostruzioni verosimili e inutili. Quando arriva, arriva dal corpo: la domanda che funziona non è «cosa mi è successo di simile» ma «quando è stata la prima volta che ho sentito questa stessa cosa qui». Se la sezione resta vuota per settimane, è un tema da portare in seduta, dove esistono tecniche apposite.

Cosa devo scrivere nella colonna dell’adulto sano?

Cosa ci sarebbe di vero nella situazione e cosa invece viene dalla lente, cosa diresti a una persona a cui vuoi bene nelle stesse condizioni, e cosa conviene fare adesso. Non è la parte che rassicura né quella che minimizza: «vedrai che non succede niente» è una previsione, «mi sto facendo un film» è un rimprovero. Una buona formulazione contiene un dettaglio concreto dell’episodio, il riconoscimento dell’emozione e un’azione con un quando.

Devo per forza sapere qual è il mio schema per compilarlo?

Serve almeno una mappa provvisoria, costruita con chi ti segue. Senza, la sezione centrale diventa una scelta a caso da un elenco trovato in rete, e le schede non sono confrontabili fra loro. Nelle prime settimane si può tenere una versione ridotta della scheda — fatti, emozione, pensieri, azione — e aggiungere le sezioni sullo schema e sul ricordo quando la formulazione del caso esiste. Scrivere due schemi possibili e lasciare che sia la seduta a decidere è una soluzione accettabile.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.