Valutazione e monitoraggio

Diario dell’umore: come si tiene, con esempio compilato

Il diario dell’umore è una registrazione breve e regolare di come ti senti, fatta una o due volte al giorno con un punteggio e una riga di contesto. Serve a rendere visibile ciò che l’umore basso cancella: le variazioni nell’arco della giornata, le attività che spostano il punteggio, i giorni andati meno peggio. È spesso il primo strumento di un percorso per la depressione, perché è quello che rende leggibile tutto il resto.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Quando l’umore è basso, il ricordo si adegua: la giornata diventa «sempre uguale», la settimana «tutta storta», e le ore in cui si è stati un po’ meglio spariscono. Non è distrazione, è il modo in cui la memoria lavora quando il tono dell’umore è abbassato. Un punteggio scritto due volte al giorno costa trenta secondi e produce l’unica cosa che quel ricordo non può riscrivere: una serie di numeri che, letti di fila, quasi mai sono piatti.

La scala la scegli tu e poi non si cambia più: da 0 a 10, dove 0 è il peggio che hai conosciuto e 10 è com’eri nei periodi buoni. Conviene fissare anche un paio di riferimenti intermedi, per esempio che cosa significa per te un 5. I momenti sono due, sempre gli stessi — molti usano l’ora di pranzo e i minuti prima di dormire — perché segnare «quando ci penso» significa segnare soprattutto quando si sta male, e il diario diventa un elenco di momenti peggiori.

Accanto al numero serve una riga sola: che cosa hai fatto e che cosa ti è rimasto in testa. Senza quella riga i punteggi non si possono usare, con quella riga cominciano a dire qualcosa. Nei diari compilati per due settimane compaiono quasi sempre le stesse tre cose: il mattino è più pesante della sera, i giorni senza niente in programma finiscono peggio di quelli pieni, e le attività che costano di più a iniziare sono quelle che spostano il punteggio più in alto.

Una precisazione che evita di abbandonarlo dopo tre giorni: il diario non serve a farti sentire meglio mentre lo compili, e non è un voto sulla tua giornata. Se un giorno salti, il giorno dopo scrivi una stima e vai avanti; se un giorno il numero è basso, quel numero è un dato utile, non una sconfitta. Chi lo tiene per due settimane arriva in seduta con del materiale; chi lo abbandona ricostruisce a memoria, e la memoria l’abbiamo già vista all’opera.

Quando è utile

  • All’inizio di un percorso per la depressione, come base su cui misurare tutto quello che verrà dopo.
  • Quando la persona riferisce di stare «sempre allo stesso modo» e nessun intervento sembra spostare nulla.
  • Prima di impostare l’attivazione comportamentale: serve a scegliere le attività da programmare.
  • Con oscillazioni rapide dell’umore di cui non si riesce a individuare l’innesco.
  • Durante un cambiamento importante — nuovo lavoro, trasloco, separazione — per distinguere reazione e peggioramento stabile.
  • Quando è in corso una modifica di terapia farmacologica seguita dal medico, per portargli un andamento invece che un’impressione.
  • Nella fase finale del percorso, per riconoscere presto i segnali di una ricaduta.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Definisci la scala prima di iniziare

    Da 0 a 10, con gli estremi ancorati alla tua esperienza e non a un’idea astratta: 0 è il peggio che hai conosciuto, 10 è come stavi nei periodi buoni. Scrivi anche che cosa sarebbe un 5. Una scala definita una volta sola resta confrontabile per mesi; una scala che si ridefinisce ogni settimana non misura niente.

  2. 2. Fissa due momenti della giornata

    Uno a metà giornata e uno prima di dormire, agganciati a qualcosa che fai comunque: il caffè dopo pranzo, il momento in cui metti la sveglia. L’aggancio a un’abitudine esistente è ciò che fa sopravvivere il diario oltre la prima settimana, più di qualsiasi promemoria sul telefono.

  3. 3. Scrivi il numero senza rifletterci

    Il punteggio va dato di getto, in pochi secondi, come si dà una temperatura. Cercare il numero giusto porta a rileggere la giornata, e rileggere la giornata quando l’umore è basso significa ruminare. Se esiti fra due numeri prendi il più alto dei due e passa oltre: la differenza fra un 4 e un 5 non cambia nessuna decisione.

  4. 4. Aggiungi una riga di contesto

    Che cosa hai fatto nelle ore precedenti e che cosa ti è rimasto in testa. Bastano cinque parole: «riunione, poi divano fino a cena», «camminata prima del lavoro», «niente in programma». Se una frase ti ha accompagnato la giornata, scrivila fra virgolette così com’è arrivata.

  5. 5. Annota sonno e sostanze

    Ore dormite e ora del risveglio, alcol, eventuali farmaci assunti come prescritti. Sono le tre variabili che spiegano una parte consistente delle differenze fra un giorno e l’altro, e senza le quali la lettura della settimana resta incompleta. Una cifra basta, non serve un resoconto.

  6. 6. Rileggi solo a fine settimana

    Durante i giorni si registra e basta. La lettura si fa una volta alla settimana, meglio in un momento in cui non sei al minimo: guarda i due punteggi più alti e i due più bassi e leggi la riga di contesto accanto. La domanda è una sola: che cosa distingueva quei giorni.

  7. 7. Porta il foglio in seduta

    Il diario è materiale di lavoro, non un compito da consegnare corretto. Anche una settimana con tre righe vuote è utilizzabile: le assenze dicono quando è stato troppo pesante, e quello è a sua volta un dato. Portarlo evita il riassunto a memoria con cui, altrimenti, si aprono quasi tutte le sedute.

Esempio

Una settimana registrata da una persona in cura per un episodio depressivo, che lavora part-time. I punteggi sono presi all’ora di pranzo e prima di dormire, sulla scala concordata in seduta.

Esempio di diario dell’umore, sette giorni
GiornoUmore pranzo / seraCosa ho fattoSonnoCosa mi è rimasto in testa
Lunedì3 / 4Ufficio fino alle 17, poi divano fino a cena6h, sveglia alle 5«Oggi non ho combinato niente»
Martedì2 / 5A letto fino alle 11, la sera cena da mia sorella8h, fatica ad alzarmiAlla cena ho riso, poi mi sono sentita in colpa
Mercoledì3 / 3Solo lavoro, pranzo alla scrivania, nessuna uscita6h30«Domani sarà identico»
Giovedì4 / 6Venti minuti di camminata prima del lavoro7hUscire mi è costato, dopo stavo meglio
Venerdì2 / 3Riunione spostata all’ultimo, saltato il pranzo5h, risveglio alle 4«Prima o poi si accorgono che non rendo»
Sabato5 / 6Spesa, pranzo con A., pomeriggio a leggere8hGiornata più leggera, non so bene perché
Domenica4 / 2Niente in programma, in casa tutto il giorno9h più due ore di sonnellino«Domani ricomincia tutto»

Sei giorni su sette il punteggio della sera è uguale o più alto di quello di pranzo. È l’andamento giornaliero tipico dell’umore depresso, e spiega perché le decisioni prese al mattino — «oggi non ce la faccio a uscire» — siano quasi sempre le più pessimistiche della giornata.

L’unico giorno che peggiora dalla mattina alla sera è la domenica, cioè l’unico senza niente in programma e con due ore di sonnellino. Il sabato, con tre attività modeste, chiude a 6.

Giovedì la camminata è stata fatta nonostante il punteggio del giorno prima fosse fra i più bassi. Nei diari succede spesso: la voglia non precede l’attività, la segue. È il dato su cui si costruisce l’attivazione comportamentale.

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Note per il professionista

Il diario dell’umore è quasi sempre il primo compito di un percorso per la depressione e va presentato per quello che è: uno strumento di misura, non un intervento. Dirlo esplicitamente evita la delusione della seconda settimana, quando la persona nota che i numeri non salgono e conclude che non funziona. La prima riga si compila in seduta, definendo insieme gli ancoraggi della scala: senza un 0 e un 10 riferiti alla sua storia, i punteggi di due settimane diverse non sono confrontabili. Due rilevazioni al giorno per quattordici giorni sono la dose standard; con persone molto rallentate si scende a una.

La lettura in seduta conta più della compilazione, e ha una sequenza precisa: prima i picchi e i minimi con il contesto accanto, poi la variazione nell’arco della giornata, infine il legame fra attività e punteggio. Il terzo passaggio è il ponte verso l’attivazione comportamentale: si selezionano dal diario due o tre attività già associate a punteggi più alti e si programmano, invece di cercarle a tavolino. Quando la persona sostiene di stare sempre uguale, mostrare che i numeri oscillano di tre o quattro punti è un intervento cognitivo in sé, più efficace di qualunque argomentazione.

Tre modi tipici in cui fallisce. La ricostruzione della settimana la domenica sera, che produce sette punteggi tutti uguali all’umore del momento: si riconosce dalla grafia identica e si corregge tornando a una sola rilevazione, ma fatta davvero ogni giorno. La ruminazione sul diario, in cui la riga di contesto diventa un resoconto di mezza pagina e la compilazione un’occasione di autoanalisi: in quel caso si tolgono le parole e si lascia solo il numero. E l’eccesso di dimensioni — umore, ansia, energia, autostima, motivazione — che fa abbandonare tutto entro dieci giorni: una dimensione, al massimo due.

Due usi meno ovvi. Il primo è la sorveglianza dell’innalzamento: punteggi sopra la linea di base insieme a riduzione del bisogno di sonno, aumento dell’attività e accelerazione vanno raccolti e discussi, non celebrati come miglioramento, e cambiano l’inquadramento. Il secondo è la fase finale: un diario ripreso per una settimana ogni due mesi funziona come sistema di allerta precoce nella prevenzione delle ricadute, perché il calo compare nei numeri prima che la persona lo chiami depressione.

Cautele e controindicazioni

  • Non è uno strumento diagnostico e non sostituisce la valutazione clinica né le scale somministrate da un professionista.
  • Se compaiono pensieri di morte o di farsi del male, il diario non è la risposta: servono una valutazione e, se indicato, un piano di sicurezza scritto con un professionista.
  • In presenza di fasi di umore elevato, con ridotto bisogno di sonno e attivazione insolita, l’andamento va portato subito a chi segue il caso: cambia l’inquadramento e cambia il trattamento.
  • Se la compilazione si allunga e diventa un’analisi serale della giornata, sta alimentando la ruminazione: si riduce al solo punteggio o si sospende.
  • Con chi tende al perfezionismo il diario può diventare un’altra prestazione da superare. Meglio quattro righe su sette scritte in dieci secondi che sette righe curate e mai iniziate.
  • I farmaci si annotano così come sono prescritti: le modifiche si discutono con il medico che li ha prescritti, mai sulla base dell’andamento di una settimana.

Domande frequenti

Quante volte al giorno devo segnare l’umore?

Due, sempre alle stesse ore: una a metà giornata e una la sera. Una sola rilevazione nasconde la variazione giornaliera, che è proprio l’informazione più utile nella depressione, mentre tre o quattro trasformano il diario in un impegno che dura pochi giorni. Se due sono troppe in una fase molto pesante, si tiene solo quella della sera e si riprende con due quando il ritmo si è consolidato.

Che differenza c’è fra il diario dell’umore e la scheda ABC?

Il diario dell’umore segue l’andamento nel tempo: due numeri al giorno e una riga di contesto, per settimane. La scheda ABC analizza un singolo episodio, separando situazione, pensiero e reazione. Il primo dice quando e quanto, la seconda dice perché in quel momento specifico. Nella pratica si usano insieme: il diario segnala i giorni interessanti, l’ABC li smonta.

Serve a qualcosa se il punteggio è sempre basso?

Sì, e di solito è proprio in quel caso che smentisce qualcosa. Un umore vissuto come immobile, messo su carta, si rivela quasi sempre oscillante di tre o quattro punti, con un ritmo riconoscibile fra mattina e sera. Anche se i valori restassero davvero identici, la riga di contesto indicherebbe che cosa li tiene fermi: isolamento, ore a letto, giornate senza alcun programma.

Posso usare un’applicazione invece della carta?

Si può, a due condizioni: che chieda poche cose e che non aggiunga grafici da consultare più volte al giorno. Il rischio delle app non è la tecnologia, è il controllo continuo del proprio andamento, che nell’umore basso diventa un’altra forma di ruminazione. Un foglio sul frigorifero o una nota unica sul telefono, compilata due volte e poi chiusa, funzionano meglio.

Per quanto tempo si tiene il diario dell’umore?

Due settimane per avere una base, poi per tutta la fase attiva del lavoro sulle attività, di norma un paio di mesi. Quando i dati non cambiano più nessuna decisione, si smette: è il criterio per chiudere qualsiasi automonitoraggio. Molti lo riprendono poi per una settimana ogni tanto, o quando qualcosa comincia a scivolare, come controllo periodico.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.