Lavoro sui comportamenti
Programmazione delle attività: come si compila l’agenda
La programmazione delle attività, o activity scheduling, è la tecnica con cui in terapia si scrivono in anticipo, su una griglia settimanale divisa per fasce orarie, le cose che si faranno. Non è una lista di cose da fare: è un foglio che stabilisce quando, dove, per quanto e con chi, e che alla fine della settimana viene riletto confrontando ciò che era stato programmato con ciò che è successo davvero.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Una lista di cose da fare e un’agenda sono strumenti diversi. La lista dice cosa; l’agenda dice quando, e questa differenza è tutta la tecnica. Un’attività senza un orario viene rimandata al momento in cui ci si sentirà pronti, e quel momento, nelle settimane difficili, non arriva. Un’attività con scritto accanto «giovedì alle 17, venti minuti, al parco sotto casa» ha un appuntamento come ce l’ha un dentista: si presenta da sola, senza doverla decidere di nuovo ogni volta.
Il foglio è una griglia: le colonne sono i giorni, le righe sono fasce orarie di due o tre ore. Ogni casella contiene una voce sola e la voce contiene quattro informazioni: cosa fai, dove, per quanto tempo, con chi. «Fare movimento» non è una voce. «Camminare venti minuti fino al parco, da sola, martedì e giovedì alle 17» lo è. Più la voce è precisa, meno decisioni restano da prendere nel momento in cui va eseguita, che è il momento in cui decidere costa di più.
La griglia si usa in due direzioni. In avanti, come previsione: si scrive quello che si farà. All’indietro, come registro: alla fine della giornata si segna cosa è stato fatto davvero, con una nota breve quando qualcosa è saltato. Alla fine della settimana si guardano le due cose insieme, e quasi sempre l’informazione utile non è il numero di voci mancate ma il loro schema: saltano tutte quelle del mattino presto, oppure tutte quelle che dipendono da un’altra persona, oppure tutte quelle scritte senza durata.
Il numero di voci conta più di quanto sembri, e l’errore tipico è al rialzo. Due o tre attività programmate a settimana, all’inizio, sono la dose corretta. Un’agenda piena non è più ambiziosa: è più fragile, perché basta un imprevisto per farla saltare tutta e trasformare il foglio in un elenco di cose non fatte. Vale anche il contrario: le fasce lasciate vuote sono parte del piano, non spazio ancora da riempire.
Quando è utile
- Depressione, come strumento operativo dell’attivazione comportamentale.
- Quando le giornate hanno perso una struttura: disoccupazione, aspettativa, pensione, lavoro da casa senza orari.
- Nella procrastinazione, per spostare il compito da «quando avrò voglia» a una fascia oraria definita.
- Insieme al lavoro sull’insonnia, per fissare gli orari di alzata e le attività serali che precedono il sonno.
- Quando i compiti fra una seduta e l’altra vengono regolarmente dimenticati o rimandati.
- Nel ritorno graduale al lavoro dopo un’assenza prolungata, per dosare il carico settimana per settimana.
- Con chi riferisce di essere sempre occupato e di non avere mai fatto nulla di significativo alla fine della giornata.
Come si fa, passo per passo
1. Disegna la griglia per fasce orarie
Sette colonne per i giorni e quattro o cinque righe per le fasce: prima mattina, mattina, primo pomeriggio, sera, tarda serata. Le fasce di due o tre ore sono più robuste dell’ora esatta, perché reggono i venti minuti di ritardo senza che il piano risulti già fallito alle nove del mattino.
2. Scrivi prima gli appuntamenti fissi
Lavoro, scuola, visite, impegni familiari, orari di sveglia e di sonno. Occupano la griglia per primi perché sono i vincoli reali della settimana, e vederli sul foglio fa capire quanto spazio resta davvero. Senza questo passaggio si programmano attività nelle ore in cui si è già altrove, e il piano salta per motivi che non hanno niente a che fare con la motivazione.
3. Metti quattro informazioni in ogni voce
Cosa, dove, per quanto, con chi. «Telefonare a Marco, dal balcone, dieci minuti, da solo» invece di «risentire Marco». Le voci che non superano questo controllo restano intenzioni. Se una voce richiede più di una riga per essere descritta, quasi sempre contiene due attività diverse e va spezzata in due caselle.
4. Programma due o tre attività per settimana
All’inizio si tiene volutamente basso il numero, indipendentemente da quanto ci si senta in grado di fare mentre si compila il foglio in seduta. Le fasce non riempite restano vuote e non vanno colmate: la griglia serve a far succedere alcune cose, non a coprire la giornata. Il numero cresce quando le voci della settimana precedente sono state fatte.
5. Aggiungi la regola per gli imprevisti
Per ogni voce si scrive cosa succede se salta: «se piove, cammino al coperto in centro commerciale»; «se Marco non risponde, gli mando un messaggio e riprovo venerdì». Una regola scritta in anticipo si esegue senza dover decidere niente nel momento in cui il piano si rompe, che è quando decidere è più difficile.
6. Segna cosa è successo davvero
Alla fine della giornata si annota accanto a ogni voce se è stata fatta, fatta in parte o saltata, e una riga di nota. Bastano tre parole. Serve a rendere confrontabili previsione e risultato: senza la seconda metà la griglia diventa un’agenda qualunque e perde la funzione per cui è stata introdotta in terapia.
7. Rivedi il foglio una volta a settimana
Sempre lo stesso giorno, quindici minuti. Tre domande: quali voci sono state fatte, quali sono saltate e cosa hanno in comune, quali vanno riscritte in modo diverso. Le voci saltate due volte di seguito non si riscrivono uguali una terza volta: si abbassano di durata, si spostano di fascia oraria o si tolgono.
Esempio
Griglia compilata in seduta per la settimana successiva, con un uomo di quarantasei anni rientrato da poco al lavoro part-time dopo tre mesi di assenza. L’ultima colonna contiene la regola concordata per gli imprevisti. Le fasce senza voci sono state lasciate deliberatamente vuote.
| Fascia | Lunedì | Mercoledì | Sabato | Se salta |
|---|---|---|---|---|
| 7-9 | Sveglia 7:30, colazione seduto al tavolo, 20 minuti | Sveglia 7:30, colazione seduto al tavolo, 20 minuti | Sveglia 8:30 | Se mi risveglio alle 6, resto a letto ma non riprendo il telefono |
| 9-13 | Ufficio | Ufficio | Spesa al mercato con mia figlia, 1 ora | Se mia figlia non può, vado al supermercato da solo, lista scritta |
| 13-15 | Pranzo fuori dalla scrivania, 30 minuti | Pranzo fuori dalla scrivania, 30 minuti | — | Se ci sono riunioni, pranzo alle 14 comunque fuori dalla stanza |
| 15-19 | — | Camminata 25 minuti lungo il fiume, da solo, alle 17:30 | Sistemare il garage, 40 minuti col timer | Se piove, camminata sotto i portici in centro |
| 19-22 | Cena con mia moglie senza televisione, 40 minuti | — | Telefonata a mio fratello, 15 minuti, dal balcone | Se non risponde, messaggio e riprovo domenica alle 18 |
| 22-24 | Lettura in soggiorno 20 minuti, poi letto entro le 23:30 | Lettura in soggiorno 20 minuti, poi letto entro le 23:30 | Letto entro mezzanotte | Se non ho sonno, resto in soggiorno a luce bassa, non a letto |
Le voci nuove della settimana sono tre: la camminata del mercoledì, il garage del sabato e la telefonata al fratello. Tutto il resto è struttura già esistente messa per iscritto, e serve a due cose: mostrare che la settimana ha delle ancore e impedire di programmare attività in ore già occupate.
Le caselle con il trattino non sono dimenticanze. Sono fasce lasciate vuote di proposito, e vanno dichiarate come tali quando si consegna il foglio, altrimenti verranno lette come spazio da riempire e alla fine della settimana produrranno un senso di inadempienza per attività mai concordate.
Alla revisione del sabato successivo erano state eseguite due voci su tre: la telefonata al fratello era saltata. La nota diceva «ho rimandato alle 20, poi non me la sono sentita». La voce non è stata riscritta uguale: è diventata «sabato alle 15, dal balcone, dieci minuti», perché nel registro tutte le attività saltate erano serali.
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Note per il professionista
La griglia si compila insieme, in seduta, negli ultimi quindici minuti, e si consegna già scritta. Consegnare un foglio bianco con la consegna di riempirlo a casa produce fogli bianchi. Vale la pena seguire l’ordine: prima i vincoli fissi, compresi sonno e pasti, poi le due o tre voci nuove, infine le regole per gli imprevisti. La prima colonna della settimana successiva va aperta in seduta anche quando il paziente dice di avere le idee chiare, perché la precisione delle voci scritte a voce alta è sistematicamente maggiore di quella delle voci scritte da soli.
Il criterio di specificità è verificabile e va applicato senza sconti: una voce contiene azione, luogo, durata e presenza di altri. È il punto in cui la tecnica si distingue da una normale lista di buoni propositi, perché ogni informazione mancante è una decisione che il paziente dovrà prendere nel momento peggiore per prenderla. Sulla quantità, la regola pratica è di dimezzare ciò che viene proposto in seduta: l’entusiasmo del momento della compilazione non è un buon predittore della settimana, e un piano non eseguito costa molto più di un piano modesto eseguito per intero.
La seconda metà del foglio — cosa è stato fatto davvero — è quella che i pazienti compilano meno e che il clinico deve chiedere per prima cosa alla seduta successiva. Il materiale clinico non sta nel conteggio delle voci mancate ma nel loro schema. Saltano tutte le voci del mattino: il problema è il risveglio, e la priorità diventa il ritmo sonno-veglia. Saltano tutte quelle che coinvolgono altre persone: c’è un evitamento sociale da mettere a fuoco. Saltano tutte quelle senza durata scritta: il problema era la formulazione. Ogni schema porta a un intervento diverso, e nessuno dei tre si risolve chiedendo più impegno.
La programmazione è la meccanica; il motivo per cui la si usa dipende dal quadro. Nella depressione è lo strumento operativo dell’attivazione comportamentale, e le voci si scelgono bilanciando piacere e padronanza. Nell’insonnia serve a fissare l’orario di alzata e a separare le attività serali dal letto. Nella procrastinazione funziona come antecedente: sposta il compito da una condizione interna a una fascia oraria. In tutti i casi la griglia si presta a diventare un esperimento comportamentale se si aggiunge la previsione — «quanto sarà faticoso da 0 a 10, quanto lo sarà stato davvero» — che di norma mostra uno scarto sistematico verso l’alto nella previsione.
Cautele e controindicazioni
- In chi ha tratti perfezionistici la griglia può trasformarsi in un dispositivo di valutazione di sé, con conteggi, percentuali di completamento e verifiche ripetute. Se accade, si riduce il foglio a tre voci, si tolgono i punteggi e si sposta la revisione in seduta.
- Programmare troppo è l’errore più frequente e ha un costo specifico: ogni piano non eseguito conferma la convinzione di non farcela, che è esattamente il bersaglio del trattamento.
- La griglia non è uno strumento di produttività e non va usata per aumentare il rendimento. Con chi arriva da un periodo di sovraccarico, un’agenda densa riproduce la condizione che ha contribuito al quadro.
- Nel disturbo ossessivo-compulsivo la compilazione può diventare rituale: riscritture, allineamenti, controlli. Si limita il tempo di compilazione e si accettano fogli imprecisi.
- Con chi lavora su turni, ha figli piccoli o non controlla i propri orari, la griglia va costruita sulle fasce effettivamente disponibili. Un piano che ignora i vincoli reali fallisce per motivi organizzativi e viene letto come fallimento personale.
- In presenza di depressione grave, di ideazione suicidaria o di sintomi psicotici la programmazione da sola non è un trattamento sufficiente e va inserita in una presa in carico.
Domande frequenti
Che differenza c’è fra programmazione delle attività e attivazione comportamentale?
Sono una tecnica e un trattamento. Qui si parla della tecnica: la griglia divisa per fasce, il modo di formulare una voce, il confronto settimanale fra previsto e fatto. L’attivazione comportamentale è un modello di intervento per la depressione che adotta quella griglia e le aggiunge il proprio razionale, la valutazione di quanto ogni attività dà e la sostituzione degli evitamenti. La griglia, da sola, si usa anche dove di depressione non si parla: insonnia, procrastinazione, rientro al lavoro.
Quante attività devo programmare in una settimana?
All’inizio due o tre attività nuove, oltre agli impegni già esistenti. Il numero sembra basso ed è deliberato: un’agenda piena si rompe al primo imprevisto e lascia la sensazione di aver fallito su tutta la linea. Si aumenta quando le voci della settimana precedente sono state eseguite, aggiungendone una alla volta. Le fasce lasciate vuote fanno parte del piano e non sono spazio da riempire.
Cosa faccio se salta tutto il piano?
Non si riscrive uguale e non si recupera accumulando. Si guarda cosa hanno in comune le voci saltate: l’orario, la presenza di altre persone, la durata, il fatto di dipendere da qualcuno. Quasi sempre emerge uno schema, e la correzione è tecnica: spostare la fascia oraria, dimezzare la durata, rendere la voce indipendente da terzi. Un piano che salta è un’informazione sul piano, non un giudizio su chi doveva eseguirlo.
Devo programmare anche il tempo libero e il riposo?
Sì, e va scritto come le altre voci, con durata e luogo. Il riposo non programmato tende a espandersi fino a occupare le fasce destinate ad altro, oppure a essere vissuto come tempo perso, perché non era stato deciso. Scrivere «sabato 15-16, divano e musica» rende quell’ora una scelta invece che un cedimento, e questa differenza si riflette sul modo in cui l’ora viene ricordata la sera.
Meglio un’app o il foglio di carta?
Funzionano entrambi, e conta più la costanza dello strumento. La carta ha due vantaggi pratici: la settimana si vede tutta insieme, cosa che sugli schermi piccoli si perde, e annotare cosa è successo davvero accanto a cosa era previsto è immediato. Le app conviene sceglierle se permettono di vedere previsto e fatto affiancati e se il promemoria arriva all’inizio della fascia oraria, non il giorno prima.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.