Compassione e schemi

Imagery rescripting: le tre fasi e come si svolge

L’imagery rescripting, in italiano ristrutturazione delle immagini, è una tecnica in cui si rientra in immaginazione dentro un ricordo doloroso e si modifica ciò che accade: qualcuno interviene, il bambino viene protetto, il bisogno che allora era rimasto senza risposta viene soddisfatto. Non si cambia la memoria di ciò che è successo, si cambia il significato che quella scena ha ancora oggi. Si esegue solo con un terapeuta formato.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Alcune memorie non sono racconti, sono immagini. Tornano a pezzi — una stanza, una voce, un’espressione sul viso di qualcuno — e ogni volta portano con sé la stessa conclusione su di sé: sono solo, non valgo niente, nessuno verrà. Il tempo passa e la conclusione resta, perché non è mai stata smentita da nessuna esperienza che riguardi quella scena. L’imagery rescripting lavora proprio lì: dentro l’immagine, non nel discorso che ci si fa sopra.

La procedura si svolge in tre momenti. Prima si rientra nella scena come la si viveva allora, di solito con gli occhi chiusi, in prima persona e al presente, fino a che diventa vivida e si sente cosa provava quel bambino o quel ragazzo. Poi entra qualcun altro: il terapeuta, la tua versione adulta di oggi, una figura protettiva che scegli tu. Questa figura fa quello che allora nessuno ha fatto — interviene, ferma, porta via, dice le parole che mancavano. Infine si guarda la scena di nuovo dagli occhi di allora, ricevendo quell’intervento, e si controlla se qualcosa serve ancora.

Non si tratta di fingere che il passato sia andato diversamente, e nessuno ti chiederà di crederci. Quello che cambia non è il fatto, è la posizione: in quella scena, per la prima volta, qualcuno c’è. Molte persone descrivono l’effetto come una perdita di carica dell’immagine — continua a tornare, ma senza l’aria irrespirabile che aveva prima — e come uno spostamento della conclusione su di sé, che passa da «ero sbagliato» a «ero un bambino di otto anni lasciato solo».

È un lavoro impegnativo e va preparato. Prima di affrontare una scena si costruiscono gli strumenti per rientrare: un luogo sicuro in immaginazione, un ancoraggio al presente, un segnale concordato per interrompere. Puoi fermarti in qualunque momento e puoi tenere gli occhi aperti se chiuderli è troppo. Una seduta dura in genere sessanta minuti, di cui venti riservati al ritorno e alla chiusura. Nessuna parte di questa tecnica è pensata per essere eseguita da soli a casa.

Quando è utile

  • Con memorie intrusive che tornano come immagini e mantengono viva una convinzione su di sé.
  • Nel disturbo da stress post-traumatico, come alternativa o complemento all’esposizione prolungata, in particolare quando dominano colpa e vergogna.
  • In schema therapy, per intervenire sulle origini precoci degli schemi quando il lavoro cognitivo non le raggiunge.
  • Nell’ansia sociale, sulle immagini legate a episodi di umiliazione pubblica ricorrenti nella memoria.
  • Nel lutto e nelle esperienze mediche traumatiche, sulle scene che restano fissate in un fotogramma.
  • Negli incubi ricorrenti, nella variante che riscrive il finale del sogno in stato di veglia.
  • Quando la persona capisce razionalmente che non era colpa sua e continua a sentire il contrario.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Prepara prima di toccare la scena

    Si costruiscono un luogo sicuro in immaginazione, un ancoraggio sensoriale al presente e un segnale per fermarsi, e si verifica che funzionino su materiale neutro. Si spiega il razionale e si concorda quale ricordo affrontare. Questa fase può occupare una o più sedute intere ed è la parte che rende sicura tutta la procedura.

  2. 2. Parti dall’emozione, non dal ricordo

    Spesso si comincia da una situazione recente carica, si chiede di chiudere gli occhi e di restare sulla sensazione fisica lasciando che emerga un’immagine più antica collegata. È il ponte affettivo: porta alla scena giusta, che quasi mai è quella che la persona avrebbe scelto ragionandoci.

  3. 3. Fase uno: rivivi la scena come allora

    Prima persona, tempo presente, occhi chiusi: dove sei, chi c’è, cosa vedi, cosa senti nel corpo, quanti anni hai. Si resta finché l’immagine è vivida e l’emozione presente, senza andare oltre il punto peggiore se non è necessario. Si chiede anche cosa quel bambino sta pensando di sé.

  4. 4. Fase due: fai entrare chi interviene

    Entra il terapeuta nella scena, oppure l’adulto di oggi, oppure una figura scelta dalla persona. Fa quello che allora nessuno ha fatto: si mette in mezzo, dice all’adulto che deve smettere, porta il bambino fuori dalla stanza. Le azioni sono concrete e si descrivono ad alta voce: si ferma, si protegge, si nomina la responsabilità.

  5. 5. Chiedi al bambino di cosa ha bisogno

    È la domanda che decide l’esito: «cosa ti servirebbe adesso». Le risposte sono semplici — che qualcuno mi creda, che mi porti via, che mi dica che non è colpa mia — e vanno eseguite dentro l’immagine, non parafrasate. Se la risposta non arriva, la propone il terapeuta e si verifica se è quella giusta.

  6. 6. Fase tre: torna agli occhi di allora

    Si ripercorre la scena dal punto di vista del bambino che riceve l’intervento: cosa vede, cosa sente adesso nel corpo, se manca ancora qualcosa. Se manca, si aggiunge. La scena si chiude su un’immagine scelta dalla persona, di solito il dopo: fuori dalla stanza, al sicuro, con qualcuno accanto.

  7. 7. Rientra e consolida

    Si riaprono gli occhi, si nominano oggetti della stanza, si respira, si torna alla postura iniziale. Poi si annota in due righe cosa è cambiato nella conclusione su di sé. Quella frase è il materiale delle sedute successive e finisce spesso su una flashcard da rileggere durante la settimana.

Esempio

Frammento di una seduta con un uomo di trentotto anni, in terapia per un senso pervasivo di difettosità. Il ponte affettivo era partito da un episodio recente in ufficio. La scena emersa è di quando aveva nove anni. Le tre fasi sono trascritte in sequenza, ridotte all’essenziale.

Fase uno. T: «Dove sei?» P: «In cucina. È sera, la luce è quella gialla del lampadario. Mio padre ha in mano la pagella.» T: «Quanti anni hai?» P: «Nove.» T: «Cosa senti nel corpo?» P: «Le gambe che tremano. Guardo il pavimento.» T: «E cosa stai pensando di te, in questo momento?» P, dopo una pausa: «Che sono una delusione. Che è inutile provarci.»

Fase due. T: «Adesso entro io in quella cucina. Mi vedi?» P: «Sì, sei sulla porta.» T: «Vado fra te e lui e gli dico: basta così. Non si parla a un bambino di nove anni in questo modo. Il problema non è lui, è come lei sta gestendo questa cosa. Adesso io lo porto di là.» T: «Cosa succede sulla sua faccia?» P: «Si zittisce. Non se lo aspettava.» T: «E tu cosa fai?» P: «Alzo la testa.»

Fase due, bisogno. T: «Chiediamo a quel bambino: di cosa avresti bisogno adesso?» P, con la voce rotta: «Che qualcuno mi dica che non sono stupido.» T: «Glielo dico io, con lei. “Non sei stupido. Hai preso quattro in matematica e sei un bambino di nove anni che ha paura di suo padre. Sono due cose diverse.”» Silenzio lungo. P: «Adesso mi siedo sul divano di là, con te.»

Fase tre e rientro. Ripercorsa la scena dagli occhi del bambino, il paziente ha descritto la cucina «più piccola» e il padre «meno alto». Riaperti gli occhi, ha nominato tre oggetti della stanza e ha scritto sul quaderno la frase con cui è uscito: «avevo nove anni e nessuno è intervenuto; non vuol dire che ci fosse qualcosa di sbagliato in me». Nelle due settimane successive l’immagine della cucina è tornata due volte, descritta come «sbiadita».

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Note per il professionista

Questa è una tecnica per cui la formazione non è un requisito formale ma la condizione di sicurezza. Le competenze minime sono tre: saper riconoscere in tempo reale i segni di dissociazione, saper condurre una stabilizzazione prima di aprire qualunque scena, saper chiudere entro il tempo della seduta. Chi la usa senza addestramento tende a commettere lo stesso errore, cioè andare troppo in fretta alla fase due su una scena non sufficientemente preparata, e il risultato non è un lavoro incompleto ma un paziente lasciato aperto. Supervisione dedicata nei primi casi, sempre.

Sul piano procedurale, tre scelte fanno la differenza. La prima è chi entra nella scena: con i pazienti più fragili entra il terapeuta, in modo esplicito e nominato, perché chiedere all’adulto di oggi di proteggere il bambino quando l’adulto di oggi è proprio chi si disprezza non produce nulla; l’adulto di sé si introduce più avanti. La seconda è la concretezza delle azioni: «lo fermo», «lo porto fuori», «chiamo qualcuno», dette ad alta voce e descritte, contro formule vaghe di conforto. La terza è la domanda sul bisogno, che va posta al bambino nella scena e non al paziente adulto seduto in poltrona: la differenza fra le due domande è tutta la tecnica.

Tre modi tipici in cui fallisce. Primo: l’immagine non si attiva, la persona racconta invece di vedere. Si corregge con il ponte affettivo e con domande sensoriali, e se non basta si sospetta una modalità di distacco, che a quel punto diventa il tema della seduta. Secondo: l’attivazione supera la finestra — sguardo fisso, voce piatta, perdita del filo, derealizzazione — e qui si interrompe subito, si ancora al presente e si riprende soltanto dopo aver ricostruito la stabilizzazione, senza leggere l’interruzione come un fallimento del paziente. Terzo: la riscrittura resta compiacente, con finali consolatori che il paziente accetta senza crederci; il segnale è l’assenza di emozione nella fase tre, e la correzione è tornare al bisogno non ancora nominato.

Rispetto agli strumenti vicini, l’imagery rescripting si distingue dall’esposizione immaginativa per l’obiettivo: la seconda mira alla riduzione dell’evitamento e alla disconferma dell’aspettativa attraverso il contatto ripetuto con il ricordo, la prima mira alla modifica del significato attraverso un intervento dentro la scena, e non richiede ripetizioni prolungate della parte peggiore. In schema therapy è lo strumento principale della fase esperienziale e si combina con il dialogo fra sedie e con il riparenting limitato, di cui la fase due è in sostanza la versione immaginativa. La frase che emerge alla fine va sempre trascritta e trasferita su una flashcard: il consolidamento fra le sedute è ciò che impedisce all’effetto di restare confinato allo studio.

Cautele e controindicazioni

  • Non è una tecnica di autoaiuto e non va tentata da soli, con registrazioni o applicazioni: l’apertura di una scena traumatica senza qualcuno che riconosca il superamento della soglia può produrre un peggioramento duraturo.
  • In presenza di dissociazione marcata, disturbi dissociativi o amnesie, serve una fase di stabilizzazione estesa e una formazione specifica; senza queste, la tecnica è controindicata.
  • È controindicata nei quadri psicotici attivi, dove la vividezza immaginativa guidata può confondersi con l’esperienza percettiva.
  • Si rimanda in fase acuta: rischio suicidario, autolesionismo in corso, uso di sostanze non stabilizzato, crisi recente o evento traumatico avvenuto da pochi giorni.
  • Non si conduce in sedute troppo brevi o senza la certezza di venti minuti finali per il rientro, né in videochiamata su scene ad alta carica.
  • Le scene di abuso non vanno mai rivissute facendo pronunciare al paziente le parole o la posizione dell’aggressore.

Domande frequenti

Imagery rescripting cosa significa in italiano?

Si traduce come ristrutturazione delle immagini, o riscrittura immaginativa. Il termine indica una procedura in cui si rientra in immaginazione dentro un ricordo doloroso e se ne modifica il seguito: una figura protettiva interviene, ferma ciò che stava accadendo e dà alla persona di allora quello di cui aveva bisogno. In italiano si usa comunemente il termine inglese anche nei contesti clinici, perché la traduzione non si è imposta.

Cambiare il ricordo non significa mentire a se stessi?

No, e questa distinzione va fatta esplicitamente all’inizio. Nessuno chiede di credere che le cose siano andate diversamente, e la memoria dell’evento resta quella. Quello che si modifica è l’immagine mentale e il significato che porta con sé: da «ero sbagliato e sono rimasto solo perché lo meritavo» a «ero un bambino e nessuno è intervenuto». È un lavoro sul significato attuale di una scena passata, non sulla ricostruzione dei fatti.

Che differenza c’è fra imagery rescripting ed esposizione immaginativa?

L’esposizione immaginativa consiste nel rivivere ripetutamente il ricordo così com’è stato, per un tempo prolungato, così che l’evitamento si riduca e le aspettative catastrofiche vengano disconfermate. L’imagery rescripting non punta alla ripetizione: apre la scena, la modifica con un intervento e la richiude. Entrambe hanno prove a sostegno nel trattamento del trauma; la seconda viene spesso preferita quando l’emozione dominante è la vergogna o la colpa, o quando la persona rifiuta di rivivere l’evento senza modifiche.

Quante sedute servono?

Dipende dal quadro. Su una singola memoria circoscritta possono bastare da due a sei sedute di lavoro immaginativo, più quelle di preparazione. Nei traumi ripetuti e nel lavoro sugli schemi precoci la tecnica accompagna un percorso più lungo, usata a intervalli su scene diverse che di solito convergono sullo stesso tema. In ogni caso il lavoro immaginativo non occupa tutte le sedute: si alterna a fasi di consolidamento e di applicazione nella vita quotidiana.

È normale sentirsi scossi dopo una seduta di questo tipo?

Sì, ed è previsto. Nelle ventiquattro o quarantotto ore successive sono frequenti stanchezza, sogni più intensi, ondate emotive improvvise o una sensazione di svuotamento. Per questo conviene non programmare impegni pesanti subito dopo e concordare in anticipo cosa fare in caso di attivazione: ancoraggio al presente, contatto con una persona di fiducia, e la possibilità di scrivere a chi ti segue. Se lo stato dura più di qualche giorno o compaiono sintomi nuovi, va segnalato prima della seduta successiva.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.