Compassione e schemi
Tecnica della sedia vuota: come si svolge in seduta
Nella tecnica della sedia vuota si mette una sedia libera davanti alla persona, le si chiede di immaginarci qualcuno — un genitore, un morto, chi ha fatto del male — e di parlargli direttamente, al presente. Nata nella Gestalt di Fritz Perls e ripresa dalla terapia focalizzata sulle emozioni di Leslie Greenberg, serve a portare nel corpo e nella voce una questione rimasta in sospeso, che raccontata in terza persona resta ferma da anni.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Ci sono cose che una persona racconta molte volte senza che cambi nulla. «Mio padre non c’è mai stato», «non ho mai potuto dirle quanto mi ha ferito», «avrei voluto salutarlo». Raccontate, restano storie; dette a qualcuno, diventano qualcos’altro. La sedia vuota fornisce quel qualcuno: una sedia libera di fronte a te, in cui si immagina la persona che manca, e la consegna di rivolgersi a lei al presente e nelle parole che useresti davvero, non in quelle con cui ne parli al terapeuta.
Non è una recita e non serve a sfogarsi. Il motivo per cui si parla al presente e in seconda persona è tecnico: quel modo di dire le cose riaccende l’emozione che nel racconto era stata messa da parte, e finché l’emozione non è presente non c’è niente da elaborare. Per questo un esercizio riuscito è quasi sempre faticoso. Arriva pianto, arriva rabbia, e la voce cambia: è su quel materiale che si lavora, non sulle frasi in sé.
In alcune varianti, dopo aver parlato, ci si sposta sull’altra sedia e si risponde dalla posizione dell’altra persona. Non è per giustificarla. Serve a scoprire cosa ti aspetti che direbbe — spesso una frase che ti porti dentro da vent’anni — e a distinguere fra ciò che quella persona era realmente e ciò che di lei è diventato una voce dentro di te. Con chi ha fatto male in modo grave lo scambio di sedia si omette: si resta sulla propria e basta.
L’esercizio non si fa a sorpresa e non si fa da soli. Viene proposto, spiegato e concordato prima; puoi rifiutarlo e puoi interromperlo in qualunque momento, e questa possibilità va detta esplicitamente prima di cominciare. Dura fra i dieci e i venticinque minuti nel corpo centrale, in una seduta che lascia sempre venti minuti finali per rientrare, riprendere fiato e capire cosa è successo. Uscire dallo studio con l’emozione ancora aperta non fa parte del metodo.
Quando è utile
- Con questioni in sospeso verso una persona con cui il confronto reale non è possibile o non è desiderabile.
- Nel lutto complicato, quando restano cose non dette o un congedo mancato.
- Con il risentimento cronico verso un genitore, quando il racconto si ripete identico da anni senza spostarsi.
- Quando la rabbia per un torto subito resta bloccata e si ritorce in colpa o in sintomi somatici.
- Nei conflitti interni fra due parti in disaccordo — chi vuole andarsene e chi vuole restare — nella variante a due sedie.
- Dopo separazioni o abbandoni in cui è rimasta una conversazione interrotta.
- Quando il lavoro cognitivo ha prodotto comprensioni corrette che non hanno modificato nulla sul piano emotivo.
Come si fa, passo per passo
1. Concorda l’esercizio e i suoi limiti
Si spiega cosa succederà, perché si parla al presente e che l’emozione salirà. Si dice esplicitamente che è possibile fermarsi in qualsiasi momento e si concorda un segnale per farlo. Senza questo accordo l’esercizio diventa un’imposizione, e un’imposizione in un lavoro sul dolore è un errore tecnico.
2. Prepara lo spazio in modo concreto
Una sedia a circa un metro e mezzo, di fronte e leggermente di lato, non frontale. Si chiede alla persona di descrivere chi ci vede: che età ha, com’è vestita, che espressione ha, dove guarda. La concretezza della descrizione decide quasi da sola se l’esercizio si attiva o resta un esercizio di stile.
3. Comincia con una frase sola, al presente
Non un discorso preparato: la prima cosa che le diresti adesso. «Ti ho aspettato per tre anni.» «Non ti ho mai perdonato per come hai parlato a mamma.» Seconda persona, tempo presente, voce diretta. Se la persona scivola in terza persona, si riporta subito: «diglielo a lui, non a me».
4. Resta sul corpo mentre l’emozione sale
Quando la voce cambia o compare il pianto, si rallenta invece di procedere: dove lo senti, cosa fa la gola, cosa vorrebbero fare le mani. La tentazione di riempire il silenzio va resistita. È qui che la questione si muove, non nelle frasi successive.
5. Cambia sedia solo se ha senso
Se il lavoro riguarda un conflitto o una relazione ambivalente, ci si sposta fisicamente e si risponde dalla posizione dell’altro. Se riguarda un abuso o una violenza, non si cambia sedia: far pronunciare alla persona le parole di chi le ha fatto male ripete il danno.
6. Chiudi prima che l’intensità scenda da sola
Si conclude su una frase che la persona sceglie e dice per ultima, non quando l’emozione si è esaurita. Poi si toglie la sedia dal centro della stanza: è un gesto piccolo che segna la fine e che i pazienti ricordano.
7. Lascia venti minuti per rientrare
Si torna alla posizione iniziale, si respira, si guarda la stanza e si nomina un paio di cose presenti. Poi si chiede cosa è successo, cosa è stato inatteso, come si sente il corpo adesso. Nessuna interpretazione del terapeuta in questa fase: serve che sia la persona a dire cosa ha trovato.
Esempio
Frammento di una seduta con una donna di quarantasei anni, in terapia per una rabbia persistente verso la madre, morta due anni prima. Il racconto in terza persona si ripeteva identico da otto sedute. La sedia è stata proposta alla nona.
T: «Provi a descrivermi come la vede su quella sedia.» P: «È seduta dritta. Ha il golfino blu. Guarda verso la finestra, non me.» T: «Le dica la prima cosa che le viene, adesso, a lei.» P, dopo un silenzio lungo: «Mamma, anche adesso stai guardando da un’altra parte.»
P, dopo quattro o cinque minuti, con la voce cambiata: «Io avevo undici anni. Undici. Tu dicevi che ero difficile. Non ero difficile, avevo paura, e tu non me l’hai mai chiesto.» T: «Lo ripeta. “Non me l’hai mai chiesto.”» P lo ripete due volte, la seconda più piano, e comincia a piangere. T: «Dove lo sente?» P: «Qui, sotto lo sterno. Come un peso.»
T: «Le va di sedersi sull’altra sedia e rispondere da lei?» P: «No.» T: «Va bene, restiamo qui.» Il rifiuto è stato accolto senza insistere e senza interpretarlo in quel momento. È tornato utile due sedute dopo, quando è stata la paziente a chiederlo.
Chiusura: T: «C’è una frase che vuole lasciarle, l’ultima per oggi?» P: «Smetto di aspettare che tu ti giri.» Poi la sedia è stata spostata contro il muro, sono stati fatti tre respiri e la paziente ha nominato ad alta voce tre oggetti della stanza. I venti minuti restanti sono serviti a riprendere fiato e a decidere insieme che la settimana successiva non si sarebbe rifatto l’esercizio.
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Note per il professionista
La sedia vuota richiede formazione e supervisione: è una tecnica ad alta attivazione, e la differenza fra un lavoro che sposta qualcosa e uno che lascia la persona esposta sta interamente nella conduzione. Il criterio di indicazione più affidabile è la presenza di un risentimento o di un dolore ripetuto in modo identico nel racconto, con emozione appiattita — quella che in terapia focalizzata sulle emozioni viene descritta come questione non risolta. Il criterio di non indicazione più affidabile è l’alleanza ancora fragile: la sedia proposta troppo presto viene vissuta come una richiesta di esibirsi, e la seduta successiva spesso non c’è.
La regola operativa che decide l’esito è la gestione dell’intensità in tempo reale. Si osservano tre indicatori: il contatto oculare con la sedia, la respirazione e la coerenza del racconto. Se compaiono sguardo fisso e vuoto, voce piatta, ritardo nelle risposte, senso di irrealtà o riferimenti in terza persona a se stessi, si interrompe immediatamente e si ancora al presente — nominare oggetti, piedi a terra, temperatura, respiro lungo in uscita — senza aspettare la fine del movimento emotivo. Il lavoro va condotto dentro la finestra di tolleranza, e un episodio dissociativo mal gestito costa più di quanto qualunque elaborazione possa rendere.
Tre modi tipici in cui fallisce. Il primo è l’esercizio che non si attiva: la persona descrive invece di parlare, resta in terza persona, chiude in due minuti. Qui non serve insistere sul contenuto, serve aumentare la concretezza percettiva della figura e chiedere frasi brevi da ripetere. Il secondo è lo sfogo senza elaborazione: dieci minuti di rabbia gridata che lasciano identici, perché manca il passaggio alla necessità sottostante — cosa avresti avuto bisogno di ricevere. Il terzo è la chiusura mancata, con la seduta che finisce sull’onda: l’intervallo finale non è cortesia, è parte del protocollo, e va protetto anche a costo di accorciare il corpo centrale.
Sul piano dei confini, la sedia vuota va distinta dal lavoro a due sedie sul conflitto interno, che riguarda parti della stessa persona — tipicamente il critico e chi lo riceve — e che ha un altro obiettivo. Quando il materiale è una memoria precoce con una scena, e non una relazione in sospeso, lo strumento più adatto è l’imagery rescripting, che aggiunge l’intervento correttivo che la sedia non prevede. Nelle terapie basate sulle modalità, il dialogo fra sedie è l’impalcatura standard con cui si separano genitore punitivo, modalità di coping e bambino vulnerabile, e la sedia vuota ne è il caso semplice a una figura sola.
Cautele e controindicazioni
- Con dissociazione, depersonalizzazione o disturbi dissociativi la tecnica non si usa senza una fase di stabilizzazione e una formazione specifica: dare corpo e voce a una figura interna può innescare un distacco che il setting non contiene.
- È controindicata nei quadri psicotici attivi e in presenza di allucinazioni: immaginare una presenza e rivolgersi a essa confonde un esercizio deliberato con un’esperienza percettiva.
- Non si esegue con chi ha subito violenza facendogli prendere la sedia dell’aggressore e pronunciarne le parole: la ripetizione della voce abusante è ritraumatizzante.
- Si evita in fase acuta — rischio suicidario, crisi in corso, scompenso recente — e nelle sedute che non possono lasciare venti minuti liberi in chiusura.
- Non è un esercizio da fare da soli a casa, né in videochiamata su contenuti ad alta intensità, dove il terapeuta non può intervenire sul corpo e sullo spazio.
- Nel lutto recente, entro le prime settimane, il congedo immaginario può anticipare un processo che sta seguendo il suo corso e va invece accompagnato.
Domande frequenti
A cosa serve la tecnica della sedia vuota?
Serve a rendere presente una questione rimasta in sospeso con qualcuno che non c’è: un genitore, una persona morta, chi ha fatto del male, o una parte di sé. Raccontare quella storia in terza persona la mantiene a distanza; rivolgersi direttamente a una figura immaginata riattiva l’emozione che era stata messa da parte e permette di lavorarci. L’obiettivo non è il perdono né lo sfogo, ma arrivare a nominare il bisogno che non era stato riconosciuto e a prendere posizione.
Che differenza c’è fra sedia vuota e lavoro a due sedie?
Nella sedia vuota si parla a un’altra persona, assente, e la seconda sedia resta libera. Nel lavoro a due sedie si parla fra due parti della stessa persona — per esempio il critico interiore e chi ne riceve le frasi — e ci si sposta fisicamente da una posizione all’altra. La prima affronta relazioni non concluse, il secondo affronta conflitti interni. Le due procedure si somigliano nella forma e hanno obiettivi diversi, e nella stessa terapia possono servire entrambe in momenti diversi.
Si può fare la sedia vuota da soli a casa?
Non è consigliabile, per un motivo pratico: l’esercizio serve proprio perché alza l’intensità emotiva, e da soli manca chi si accorge che la soglia è stata superata e chi riporta al presente. Le persone che ci provano riferiscono spesso due esiti opposti e ugualmente inutili — non succede niente, oppure succede troppo e la serata è rovinata. Se la questione è viva al punto da farti cercare questa tecnica, vale la pena portarla in uno studio.
Quanto dura e quante sedute servono?
Il corpo centrale dura fra i dieci e i venticinque minuti, dentro una seduta che riserva sempre la parte finale al rientro. Quante volte serva dipende dalla questione: in alcuni lutti una sola esecuzione ben condotta produce uno spostamento riconoscibile, mentre con risentimenti di lunga data si lavora su più sedute distanziate, di norma non consecutive. Ripeterla ogni settimana per mesi è quasi sempre il segno che sta diventando uno sfogo anziché un’elaborazione.
E se durante l’esercizio non provo niente?
Succede, e non significa che non ci sia niente da elaborare. Le cause più frequenti sono tre: la figura immaginata resta troppo generica, la persona continua a parlare al passato o in terza persona, oppure è attiva una modalità di distacco che protegge da un’emozione ancora troppo grande. Le prime due si correggono nel corso dell’esercizio con domande più concrete. La terza è un’informazione clinica in sé, e il lavoro si sposta su cosa quel distacco stia proteggendo.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.