Emozioni e corpo

Luogo sicuro in immaginazione: come si costruisce

Il luogo sicuro è un esercizio di immaginazione guidata: si costruisce nel dettaglio, coinvolgendo tutti i sensi, un posto reale o inventato in cui il corpo si distende, e lo si allena finché diventa richiamabile in pochi secondi. Serve a ritrovare un margine di calma quando l’attivazione è troppo alta perché qualsiasi altro lavoro sia possibile, e per questo compare quasi sempre nella fase di stabilizzazione dei percorsi sul trauma.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Il luogo sicuro non è una fantasia di evasione: è un’immagine che costruisci tu, con abbastanza dettagli da risultare credibile al corpo prima ancora che alla testa. Può essere un posto esistente — una spiaggia d’inverno, la cucina della casa dove sei cresciuto, un sentiero in un bosco — oppure inventato da zero. L’unica condizione è che nulla di ciò che ci metti dentro sia legato a un ricordo doloroso: se nella cucina compare anche una discussione, quella cucina non va bene e se ne cerca un’altra.

Quello che rende l’esercizio efficace è la quantità di sensi coinvolti. Un luogo pensato solo con gli occhi resta un’immagine da cartolina e svanisce in pochi secondi. Un luogo in cui senti la temperatura dell’aria sulla pelle, un odore preciso, un rumore di fondo e la posizione del tuo corpo — seduto, sdraiato, appoggiato a qualcosa — è una scena in cui puoi entrare. Per questo la prima costruzione richiede dieci o quindici minuti e si fa con calma, non nel mezzo di una crisi.

Si allena quando stai bene, non quando stai male. È la parte che quasi tutti saltano e senza la quale l’esercizio non funziona: due o tre minuti al giorno, in un momento tranquillo, per qualche settimana. Serve a rendere la scena immediata, così che nei momenti difficili basti chiudere gli occhi, richiamare la parola che le hai associato e ritrovarla già pronta. Un luogo sicuro costruito una volta sola e poi cercato per la prima volta durante un momento di angoscia non si presenta.

Se mentre lo costruisci non trovi nessun posto in cui ti senta al sicuro, o se appena chiudi gli occhi arrivano immagini che non hai chiamato, non stai sbagliando nulla: succede spesso a chi ha vissuto esperienze traumatiche, e vuol dire soltanto che la parola «sicuro» è ancora troppo carica. In quel caso si cambia obiettivo e si cerca un posto neutro, o semplicemente calmo — una stanza vuota, un colore, un paesaggio senza persone — procedendo allo stesso modo e tenendo gli occhi aperti se serve.

Quando è utile

  • Nella fase di stabilizzazione di un percorso sul trauma, prima di qualunque lavoro sui ricordi.
  • Quando l’attivazione è così alta che parlare, ragionare o compilare una scheda non è possibile.
  • Per chiudere una seduta intensa e rientrare nella giornata senza portarsi dietro l’attivazione.
  • Nei risvegli notturni con il cuore che batte forte, come alternativa al rimuginio a letto.
  • Prima di una situazione temuta, come punto di appoggio da cui partire e a cui tornare dopo.
  • Con bambini e ragazzi, che spesso costruiscono il luogo più in fretta degli adulti.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Scegli il posto prima dei dettagli

    Un luogo reale in cui sei già stato, oppure inventato: non fa differenza, purché non contenga ricordi spiacevoli. Scartalo subito se insieme all’immagine arriva anche una scena sgradevole, anche minima: non si tratta di superarla, si cerca un altro posto. Molti trovano più semplice un esterno con pochi elementi — un pontile, una radura, una stanza vuota con una finestra.

  2. 2. Costruiscilo con i cinque sensi

    Uno alla volta, a voce o per iscritto. Cosa vedi, con quali colori e quanta luce. Cosa senti come suono di fondo. Che odore c’è. Che cosa tocchi e a che temperatura. La differenza fra un’immagine che svanisce e una in cui puoi entrare sta quasi tutta qui: servono dettagli troppo specifici per essere inventati al volo.

  3. 3. Aggiungi la sensazione nel corpo

    Dopo un minuto dentro la scena, controlla cosa fa il corpo: le spalle, la mascella, il respiro, lo stomaco. Annota quello che cambia, anche se è poco. È l’unico indicatore affidabile che la scena stia funzionando, ed è anche il segnale con cui più avanti capirai se sei arrivato davvero o se stai soltanto pensando al pontile.

  4. 4. Dagli una parola e un gesto

    Una parola sola — «pontile», «radura», «legno» — e un gesto piccolo e ripetibile, per esempio pollice e indice che si toccano. Parola e gesto si ripetono ogni volta che sei dentro la scena e solo allora: con le settimane diventano una scorciatoia che richiama l’immagine in pochi secondi, senza doverla ricostruire da capo.

  5. 5. Esci e rientra tre volte

    Apri gli occhi, guardati intorno, di’ ad alta voce dove sei e che giorno è. Poi richiudi gli occhi e torna nella scena usando la parola. Ripetilo tre volte nella stessa seduta. Serve a verificare che l’immagine sia richiamabile a comando e ad allenare il rientro nel presente, che è la metà dell’esercizio di solito trascurata.

  6. 6. Allenalo due minuti al giorno

    In un momento tranquillo, mai durante una crisi. Due o tre minuti, ogni giorno, per due o tre settimane. È la parte che quasi tutti saltano e senza cui l’immagine non è disponibile quando serve: un luogo sicuro cercato per la prima volta nel mezzo dell’angoscia quasi mai si presenta.

  7. 7. Usalo prima del picco

    Funziona meglio a metà salita che al massimo dell’attivazione. Quando riconosci i primi segnali — il respiro che si accorcia, i pensieri che accelerano — fermati, fai il gesto, ripeti la parola e resta nella scena un paio di minuti. Se l’attivazione è già altissima conviene prima un ancoraggio sensoriale sull’ambiente reale, e solo dopo il luogo sicuro.

Esempio

Scheda costruita in seduta con una persona seguita per memorie dolorose legate a un incidente. La costruzione ha richiesto quindici minuti; le righe sono state dettate da lei e trascritte con le sue parole.

Esempio di scheda del luogo sicuro compilata
ElementoCome è stato descritto
DoveIl pontile di legno sul lago, fine settembre, tardo pomeriggio. Non c’è nessuno.
Che cosa vedoL’acqua scura e ferma, le assi grigie con le venature, i canneti sulla destra, la luce bassa che arriva di lato.
Che cosa sentoLo sciacquio sotto il pontile ogni pochi secondi, un cane che abbaia lontano, nessuna voce.
Che odore c’èLegno bagnato ed erba appena tagliata dall’altra parte della riva.
Che cosa toccoLe assi tiepide sotto i palmi, l’aria fresca sulla faccia, i piedi che penzolano nel vuoto.
Dove lo sento nel corpoLe spalle scendono, la mascella si allenta, il respiro diventa più lungo e si sposta nella pancia.
Parola e gesto«Pontile». Pollice e indice della mano destra che si toccano.

L’induzione detta a voce suona così: «Chiudi gli occhi se ti va, o guarda un punto fermo davanti a te. Vai al pontile. È fine settembre, sei seduta sul bordo. Guarda l’acqua sotto di te… senti le assi tiepide sotto i palmi… ascolta lo sciacquio. Resta lì. Quando sei lì davvero, tocca il pollice con l’indice.» Fra una frase e l’altra passano cinque o sei secondi di silenzio.

La riga «dove lo sento nel corpo» non è decorativa: è il criterio con cui si capisce se la scena funziona. Se dopo due minuti nel corpo non cambia nulla, mancano dettagli sensoriali, non buona volontà.

Nella prima stesura comparivano anche la nonna seduta accanto e un’osteria sulla riva. Sono state tolte: la nonna era morta l’anno prima e l’immagine si portava dietro la tristezza. Il luogo sicuro resta disabitato, o al massimo popolato da figure senza una storia.

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Note per il professionista

Si presenta come una risorsa da costruire, non come un rilassamento: la differenza cambia l’aspettativa e toglie di mezzo il fallimento percepito di chi «non riesce a rilassarsi». La costruzione va fatta dal vivo in seduta, con la voce, guidando al presente e in seconda persona, una domanda sensoriale alla volta e cinque o sei secondi di silenzio fra una frase e l’altra. Le parole della persona vanno riprese esattamente come le ha dette — se dice «assi» non si dice «tavole» — perché la scena è sua e ogni sostituzione la allontana di un passo.

Il dosaggio utile è breve e frequente: due o tre minuti al giorno per due o tre settimane, sempre in condizioni di attivazione bassa, prima di chiedere di usarlo nei momenti difficili. In seduta conviene riprenderlo un minuto all’inizio e un minuto alla fine, soprattutto quando si è toccato materiale pesante: la chiusura con il luogo sicuro è igiene della seduta, non un vezzo. La scheda scritta resta alla persona con tutti i dettagli sensoriali, perché nell’arco della settimana la memoria dell’immagine si assottiglia in fretta.

Tre modi tipici in cui salta. Il primo: non esiste alcun posto sicuro, o appena si chiudono gli occhi compaiono immagini intrusive; si abbandona la parola «sicuro», si passa a un luogo «neutro» o «calmo», si tiene lo sguardo su un punto fisso e, se serve, si costruisce l’immagine disegnandola. Il secondo: la scena resta visiva e non produce alcuna variazione somatica; di solito mancano olfatto e tatto, che sono i canali più efficaci, e basta tornare a interrogarli. Il terzo: la persona scivola verso la dissociazione, con sguardo fisso e voce che si allontana; si interrompe, si nominano ad alta voce la stanza e la data, si passa a un ancoraggio esterno.

Il luogo sicuro appartiene alla stabilizzazione e ha senso perché prepara il lavoro successivo: senza un modo affidabile di rientrare, l’esposizione immaginativa e l’imagery rescripting sono rischiosi da proporre. Va però tenuto d’occhio l’uso difensivo: se compare ogni volta che la seduta si avvicina al materiale difficile, non è più una risorsa ma un evitamento, e conviene nominarlo apertamente. Quando nel percorso c’è anche un ancoraggio sensoriale sul presente, i due strumenti si distribuiscono per intensità: l’ambiente reale ai picchi, l’immagine nelle fasi intermedie.

Cautele e controindicazioni

  • Per alcune persone nessun posto risulta sicuro, e cercarlo fa comparire immagini intrusive: è un esito frequente dopo esperienze traumatiche, non un fallimento dell’esercizio. Si ripiega su un luogo neutro o semplicemente «calmo», anche astratto, e si procede a occhi aperti.
  • Nei quadri con dissociazione marcata l’invito a chiudere gli occhi può favorire il distacco. Si lavora a occhi aperti, con la voce presente e riferimenti costanti alla stanza, all’ora e al giorno.
  • Non sostituisce l’elaborazione del trauma: è una preparazione. Usato da solo e a lungo, finisce per confermare l’idea che le emozioni forti si possano soltanto spegnere.
  • Durante un’esposizione non va usato come rifugio: in quel contesto funziona da comportamento protettivo e impedisce proprio l’apprendimento che l’esercizio dovrebbe produrre.
  • Se il luogo scelto contiene una persona reale, l’immagine resta esposta a ciò che accade a quella persona: lutti, conflitti e rotture la rendono inutilizzabile proprio quando servirebbe.

Domande frequenti

L’esercizio del posto sicuro e il luogo sicuro sono la stessa cosa?

Sì, sono due nomi per la stessa procedura, e in italiano circolano entrambi: «posto sicuro» è la forma più diffusa nel parlato, «luogo sicuro» quella più frequente nei protocolli scritti. Cambia a volte l’accento: chi dice posto tende a insistere sul dettaglio dell’ambiente, chi dice luogo sull’esperienza di sicurezza. La procedura resta identica, e identico resta il criterio con cui si capisce se funziona, cioè la variazione nel corpo.

Non riesco a immaginare niente, è normale?

Una parte delle persone non produce immagini mentali nitide e qualcuna non ne produce affatto. L’esercizio resta praticabile: al posto della scena visiva si lavora sugli altri canali — il suono dello sciacquio, l’odore del legno bagnato, la temperatura dell’aria — oppure si tiene in mano una fotografia vera mentre si descrive il resto. Quello che conta non è la nitidezza dell’immagine, ma la variazione che si produce nel corpo.

Il luogo sicuro può essere una persona?

Può esserlo, e in diversi protocolli si usa la figura di una persona o di un animale che protegge. Ha però un limite: se quella persona è reale, l’immagine risente di ciò che accade nella relazione, e un litigio o un lutto la rendono inservibile. Per questo il primo luogo si costruisce di norma come uno spazio, e la figura protettiva si aggiunge in un secondo momento, come elemento separato e sostituibile.

Quanto tempo ci vuole perché funzioni davvero?

La costruzione richiede una quindicina di minuti; perché l’immagine diventi richiamabile in pochi secondi servono di solito due o tre settimane di pratica quotidiana breve. Il segnale che l’allenamento sta procedendo non è la bellezza della scena, ma il fatto che la sola parola-chiave produca già qualche cambiamento nel respiro o nelle spalle. Prima di quel punto, chiedere all’immagine di reggere un momento di angoscia è prematuro.

Che differenza c’è fra luogo sicuro e rilassamento muscolare?

Il rilassamento muscolare progressivo parte dal corpo, contraendo e rilasciando gruppi muscolari in sequenza; il luogo sicuro parte dall’immagine, e il corpo segue. Sono intercambiabili solo in apparenza: chi ha un rapporto difficile con le sensazioni corporee spesso tollera meglio l’immagine, mentre chi non produce immagini mentali si trova più a suo agio con la sequenza muscolare. In molti percorsi si provano entrambi e si tiene quello che dà una risposta.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.