Mindfulness e ACT

Esercizi di mindfulness: cinque pratiche di base

La mindfulness è l’addestramento a portare l’attenzione su quello che accade adesso — il respiro, il corpo, i suoni, i pensieri che passano — e a notarlo senza doverlo correggere. In psicoterapia non è una tecnica di rilassamento né una filosofia: è una pratica ripetuta, con istruzioni precise e tempi brevi, che serve a cambiare il rapporto con i propri stati interni. Le pratiche da cui si comincia sono quattro o cinque, e conviene impararle nell’ordine.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Il malinteso più comune è che la mindfulness serva a svuotare la mente o a calmarsi. La mente produce pensieri come la bocca produce saliva, e l’esercizio non consiste nel fermarla. Consiste nell’accorgersi di dove è finita l’attenzione e nel riportarla dove avevi deciso di tenerla: il respiro, i piedi, i suoni della stanza. Quel movimento di ritorno, ripetuto molte volte in dieci minuti, è tutto l’allenamento. Il rilassamento a volte arriva come effetto collaterale, a volte no, e non è il criterio con cui si giudica una pratica riuscita.

Le pratiche si dividono in due tipi. Quelle formali hanno un tempo dedicato e una posizione: ti siedi, metti un timer e per dieci o venti minuti fai solo quello. Quelle informali si innestano su qualcosa che faresti comunque — lavare i piatti, camminare fino alla macchina, bere il caffè del mattino — prestando attenzione a quello che senti davvero invece che al telefono. Le due si sostengono a vicenda: chi fa solo pratica formale si ritrova con una capacità che resta sul cuscino, chi fa solo pratica informale non costruisce la continuità che serve perché quella capacità sia disponibile nei momenti difficili.

Le pratiche di base sono cinque. La meditazione sul respiro è la più essenziale: un punto di contatto — le narici, il petto, l’addome — e l’attenzione che torna lì ogni volta che se ne va. Il body scan percorre il corpo una zona alla volta, dai piedi alla testa, e insegna a distinguere una sensazione fisica dal commento che le mettiamo sopra. Lo spazio di respiro di tre minuti è la versione breve, pensata per essere usata durante la giornata, anche in piedi in corridoio. La camminata consapevole porta la stessa attenzione dentro il movimento ed è la scelta migliore per chi da fermo si agita. Osservare i pensieri, infine, sposta l’oggetto dell’attenzione dal corpo alla mente: i pensieri si guardano passare senza inseguirli e senza discuterli.

Per cominciare bastano otto o dieci minuti al giorno, sempre alla stessa ora, per due settimane. Sarà noioso e la mente se ne andrà decine di volte: è previsto ed è letteralmente l’esercizio. Quello che cambia nelle prime settimane non è la quantità di pensieri, ma il tempo che passa prima che ti accorga di esserti perso: da cinque minuti a venti secondi. È una differenza piccola sul cuscino e grande in mezzo a una discussione o a un’ondata d’ansia.

Quando è utile

  • Ansia e preoccupazione continua, quando la giornata si passa dentro la testa più che nelle cose che si stanno facendo.
  • Prevenzione delle ricadute depressive, dove i protocolli costruiti sulla mindfulness hanno le prove più solide.
  • Ruminazione: rigirare gli stessi pensieri per ore senza che ne esca una decisione.
  • Dolore cronico e sintomi somatici persistenti, per ridurre la lotta con sensazioni che non si possono eliminare.
  • Impulsività: rabbia che scatta, abbuffate, craving, dove serve un intervallo fra l’impulso e l’azione.
  • Difficoltà di concentrazione e sovraccarico lavorativo, come pratica quotidiana breve e regolare.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Scegli un orario e proteggilo

    Sempre lo stesso, agganciato a qualcosa che già fai: dopo la sveglia, prima della doccia, appena rientri. La pratica che si fa «quando capita» non si fa. Se l’orario del mattino non regge per due giorni di fila, spostalo invece di recuperare il doppio il terzo giorno.

  2. 2. Sistema la postura, poi lascia stare

    Seduto su una sedia, piedi a terra, schiena dritta ma non rigida, mani appoggiate sulle gambe. Occhi chiusi oppure socchiusi con lo sguardo morbido a un metro davanti a te. La posizione del loto non serve: serve una postura che puoi tenere dieci minuti senza dover cambiare.

  3. 3. Comincia da otto minuti sul respiro

    Timer impostato, un solo punto di contatto scelto prima: l’aria alle narici, il petto che si alza, la pancia che si muove. Non modificare il respiro, guardalo com’è. Se otto minuti sembrano troppi, tre minuti fatti tutti i giorni valgono più di venti minuti fatti la domenica.

  4. 4. Tratta la distrazione come parte dell’esercizio

    Quando ti accorgi di essere altrove — e succederà dopo pochi secondi — nota dove eri andato, senza commentare, e torna al punto di contatto. Non conta quante volte la mente scappa, conta che ogni volta torni. Il pensiero «non ci riesco» è a sua volta un pensiero: si nota e si lascia passare.

  5. 5. Aggiungi una pratica informale al giorno

    Un’attività sola, la stessa per una settimana: lavare i piatti sentendo l’acqua e il peso degli oggetti, camminare fino alla macchina sentendo i piedi, mangiare i primi tre bocconi del pranzo senza schermi. Dura quanto dura l’attività, non aggiunge tempo alla giornata.

  6. 6. Alterna le pratiche dopo due settimane

    Quando il respiro è diventato familiare, inserisci il body scan a giorni alterni e prova la camminata consapevole nei giorni in cui stare fermo è insopportabile. Lo spazio di respiro di tre minuti si usa in aggiunta, due o tre volte al giorno, non al posto della pratica formale.

  7. 7. Registra due righe, non di più

    Dopo ogni pratica: che cosa hai fatto, per quanto, una cosa che hai notato. Serve a vedere la continuità e a cogliere i cambiamenti lenti, non a darti un voto. Se il registro comincia a produrre giudizi sulla qualità della pratica, si toglie il registro.

Esempio

La prima settimana di pratica di una persona che ha cominciato dopo alcuni mesi di insonnia e preoccupazione continua. La colonna delle note è volutamente corta: serve a registrare, non a valutare.

Esempio di registro della prima settimana di pratica
GiornoPratica formalePratica informaleChe cosa ho notato
LunedìRespiro, 8 minuti, ore 7:00Doccia senza pianificare la giornataPersa quasi subito dietro all’elenco delle cose da fare. Tornata al respiro forse dieci volte.
MartedìRespiro, 8 minuti, ore 7:00Caffè al bar senza telefonoAl bar ho sentito il rumore della macchina del caffè. Ci vado da tre anni e non l’avevo mai notato.
MercoledìSaltataCamminata fino alla metroGiornata piena. La camminata l’ho fatta lo stesso, quattro minuti dal portone alle scale.
GiovedìBody scan, 15 minuti, ore 22:30—Addormentata verso metà, alle gambe. Ho ripreso dal punto in cui ero quando mi sono svegliata.
VenerdìRespiro, 10 minuti, ore 7:00Piatti dopo cenaPrima volta in cui mi sono accorta di essere andata via mentre stava succedendo, non dopo.
SabatoSpazio di respiro di tre minuti, due volteSpesa senza lista al telefonoIl secondo fatto in piedi in corridoio dopo una telefonata con mia madre.
DomenicaCamminata consapevole, 15 minuti—Molto più facile che da ferma. Nessun colpo di sonno, a differenza del body scan.

Mercoledì la pratica formale salta e la riga resta lì, senza recuperi doppi il giorno dopo. Un registro che ammette i buchi viene compilato per mesi; uno che li punisce viene abbandonato in dieci giorni.

Nella colonna delle note non compare mai un giudizio sulla pratica — «fatta male», «non ci riesco» — ma un’osservazione su quello che è successo. È la differenza fra un diario utile e un ennesimo strumento per misurare quanto si vale.

Il body scan del giovedì finisce con l’addormentarsi. Se succede quasi sempre, la pratica si sposta al mattino o si fa seduti anziché sdraiati; se succede ogni tanto, si registra e si va avanti.

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Note per il professionista

Introdurre la mindfulness con una spiegazione teorica funziona male. Funziona meglio farne tre minuti in seduta, in silenzio, e poi chiedere che cosa è successo: quasi tutti riferiscono di essersi distratti, ed è esattamente lì che si colloca il razionale, perché l’esercizio è accorgersene e tornare, non restare. Vale la pena dire subito che non è una tecnica di rilassamento: l’aspettativa di calma è la prima causa di abbandono, dato che chi pratica per calmarsi legge ogni seduta agitata come un fallimento e smette entro due settimane.

Il dosaggio dei protocolli strutturati in otto settimane — un incontro settimanale e pratica guidata quotidiana fra i venti e i quarantacinque minuti — è pensato per il gruppo e per chi arriva già motivato. Nel lavoro individuale conviene partire più in basso: otto-dieci minuti al giorno per due settimane, una sola pratica, stesso orario, registrazione guidata se la persona da sola si perde. Si aumenta quando la regolarità è acquisita, non quando la persona riferisce che va meglio. La pratica informale va assegnata dalla prima settimana, perché è la parte che regge nei periodi in cui quella formale salta.

Tre modi tipici in cui va storto. Il primo è la mindfulness usata come evitamento esperienziale: si pratica per non sentire, e l’istruzione va riportata all’avvicinamento, «resta con quella sensazione e descrivimela». Il secondo è la pratica che diventa oggetto di ruminazione e controllo — «la sto facendo nel modo giusto» — tipica dei quadri perfezionistici e ossessivi: si accorcia la durata, si toglie il registro, si passa a pratiche guidate a voce dove non c’è spazio per verificare. Il terzo è l’emergere di materiale traumatico o di sintomi dissociativi nelle pratiche a occhi chiusi: si passa a pratiche ancorate all’esterno, suoni o piedi o camminata, con gli occhi aperti.

Nella maggior parte dei percorsi la mindfulness non è l’intervento, è l’infrastruttura su cui altri interventi poggiano. Sul versante ACT prepara defusione e accettazione: senza la capacità di notare un pensiero mentre passa non c’è niente da cui defondersi. In DBT è la prima delle abilità e regge tutte le altre. In un percorso cognitivo standard serve soprattutto a interrompere la ruminazione e a rendere osservabili i pensieri automatici prima di metterli alla prova. Va scelta in funzione di dove il trattamento sta andando, non aggiunta come pratica generica.

Cautele e controindicazioni

  • Nella fase acuta di un episodio depressivo maggiore i protocolli basati sulla mindfulness non sono la prima scelta: nascono per la prevenzione delle ricadute e chiedono una concentrazione che in quella fase spesso non è disponibile.
  • Con una storia di trauma le pratiche lunghe a occhi chiusi e il body scan possono attivare ricordi intrusivi o senso di distacco dal corpo. Si comincia con pratiche brevi, ancorate ai sensi esterni, con gli occhi aperti.
  • In presenza di sintomi psicotici attuali o pregressi le pratiche intensive e i ritiri silenziosi sono controindicati; le pratiche brevi e ancorate vanno concordate con chi ha in carico il caso.
  • La pratica non sostituisce un trattamento in corso e non è un motivo per modificare una terapia farmacologica, che si discute solo con il medico che l’ha prescritta.
  • Se dopo ogni pratica il malessere aumenta in modo netto e dura per ore, l’indicazione non è insistere con più minuti: è portare la cosa in seduta e rivedere la pratica.

Domande frequenti

Quanto bisogna meditare al giorno per cominciare?

Otto-dieci minuti al giorno, tutti i giorni, per le prime due settimane. La regolarità conta più della durata: tre minuti quotidiani costruiscono più capacità di mezz’ora una volta a settimana, perché quello che si allena è il gesto di accorgersi e tornare, e quel gesto si ripete molte volte anche in una pratica breve. Si allunga quando l’orario è diventato stabile, non prima.

Che differenza c’è fra mindfulness e meditazione?

«Meditazione» indica una famiglia molto ampia di pratiche, anche molto diverse fra loro. La mindfulness è una di queste, laicizzata e resa protocollo negli anni Settanta a partire dal lavoro di Jon Kabat-Zinn, e successivamente integrata in psicoterapia da Segal, Williams e Teasdale per la prevenzione delle ricadute depressive. In ambito clinico si parla di mindfulness quando ci sono istruzioni definite, tempi misurati e un obiettivo terapeutico esplicito.

La mindfulness serve a rilassarsi?

Non è il suo scopo, anche se spesso capita di sentirsi più calmi dopo. Quello che si allena è la capacità di stare con quello che c’è — compresi tensione, noia e agitazione — senza doverlo cambiare subito. Chi pratica avendo come obiettivo il rilassamento finisce per valutare ogni sessione agitata come sbagliata, e di solito smette. Per abbassare l’attivazione fisiologica esistono tecniche dedicate, come la respirazione diaframmatica, che funzionano in modo diverso.

Posso imparare la mindfulness da solo con un’app?

Le tracce guidate sono utili all’inizio, soprattutto per chi da solo perde il filo dopo due minuti, e per molte persone un percorso autonomo di pratiche brevi è sufficiente. Quello che un’app non fa è accorgersi se stai usando la pratica per evitare qualcosa, se il body scan riattiva memorie difficili o se la meditazione è diventata un altro compito da eseguire in modo perfetto. Se compare uno di questi segnali, serve qualcuno che guardi la pratica insieme a te.

Quanto tempo passa prima di notare qualcosa?

Nelle prime due settimane la maggior parte delle persone nota un solo cambiamento, ed è piccolo: si accorge prima di essersi distratta. Non è ancora meno ansia o meno pensieri, è un intervallo più corto fra il perdersi e il tornare. Gli effetti su ruminazione e reattività emotiva, quando arrivano, arrivano su tempi più lunghi e con pratica regolare. Non è possibile promettere né un esito né una data.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.