Lavoro sui comportamenti

Training assertivo: esercizi di assertività passo per passo

Il training assertivo è un addestramento a dire quello che si pensa, si sente e si vuole in modo diretto, senza attaccare l’altro e senza sparire. Si lavora su tre cose distinte: riconoscere quando si sta rispondendo in modo passivo o aggressivo, costruire la frase con uno schema fisso, e reggere l’insistenza dell’altro senza cedere e senza alzare i toni. Si allena su situazioni piccole, non sulla conversazione decisiva.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Davanti alla stessa richiesta scomoda ci sono tre modi di rispondere. Il passivo dice sì e paga dopo, con il rancore, la serata saltata e il silenzio dei giorni successivi. L’aggressivo difende il proprio spazio qualificando l’altro — «sei il solito», «non ti importa niente» — e ottiene magari il risultato, perdendo pezzi di relazione ogni volta. L’assertivo dice la stessa cosa del secondo senza il giudizio sulla persona: descrive il fatto, dice che effetto ha su di sé, formula una richiesta al singolare. È l’unica delle tre che si può ripetere cento volte con la stessa persona.

Essere assertivi non significa ottenere. L’altro può dire di no, può offendersi, può insistere: l’assertività riguarda cosa hai detto e come lo hai detto, non come è finita. La distinzione sembra una consolazione e invece è la parte operativa di tutto l’allenamento: se il criterio di riuscita fosse il risultato, il primo rifiuto ricevuto insegnerebbe che il metodo non funziona, e si tornerebbe nel giro di una settimana al silenzio o all’attacco, che almeno sono familiari.

La difficoltà non è trovare le parole, è reggere i tre secondi successivi. Dopo aver detto «no, questa volta non posso» arriva un silenzio, e in quel silenzio compare quasi sempre la stessa previsione: che l’altro si offenda, che il rapporto si incrini, che si venga considerati egoisti. La tentazione è riempirlo aggiungendo giustificazioni, e ogni giustificazione aggiunta apre una trattativa, perché offre all’altro un appiglio da smontare.

Si comincia da situazioni che contano poco: chiedere che ti riscaldino un piatto freddo, rifiutare un invito a cui non vuoi andare, chiedere a un collega di abbassare la voce. Non perché siano esercizi finti, ma perché la frase assertiva è una competenza motoria come un’altra e si impara dove sbagliare non costa. La conversazione importante — quella con il proprio padre, con il partner, con il capo — si affronta quando le piccole sono diventate quasi automatiche.

Quando è utile

  • Chi dice sempre di sì e poi si ritira, accumula e a un certo punto esplode per un motivo minore.
  • Ansia sociale: chiedere un’informazione, restituire un capo difettoso, esprimere un parere diverso in riunione.
  • Coppie in cui una richiesta non viene mai formulata e passa per allusioni, musi lunghi o silenzi lunghi giorni.
  • Contesti di lavoro dove i carichi si distribuiscono su chi non riesce a rifiutare.
  • Gestione della rabbia, in chi oscilla fra sopportazione prolungata e scoppi sproporzionati.
  • Adolescenti e giovani adulti che devono rifiutare una proposta del gruppo senza perdere il gruppo.
  • Dopo un periodo di malattia, dipendenza o crisi, quando i confini con chi ha assistito si sono confusi.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Riconosci i tuoi tre modi di rispondere

    Prendi tre episodi della settimana e scrivi per ciascuno cosa hai detto davvero, con le parole esatte. Poi classifica: passivo se hai ceduto o taciuto, aggressivo se hai qualificato l’altro, assertivo se hai detto un fatto e una richiesta. Quasi nessuno usa un solo stile: di solito compare un passivo prolungato e, ogni tanto, un aggressivo verso la persona sbagliata.

  2. 2. Scegli una situazione da 30 su 100

    Costruisci un elenco di situazioni in cui vorresti dire qualcosa e non lo dici, e assegna a ciascuna un punteggio di difficoltà da 0 a 100. Il primo esercizio sta intorno a 30: fastidioso ma affrontabile, con conseguenze piccole se va male. Partire dalla conversazione a 90 produce un fallimento che conferma esattamente ciò che si temeva.

  3. 3. Costruisci la frase con lo schema DESC

    Quattro pezzi, in quest’ordine. D, descrivi il fatto come lo registrerebbe una telecamera: «è la terza volta questo mese che mi chiedi di restare oltre le 18». E, esprimi l’effetto su di te, in prima persona: «mi trovo a disdire impegni presi». S, specifica la richiesta, una sola e concreta: «venerdì esco alle 18». C, chiudi indicando cosa proponi in cambio o cosa succede: «posso darti una mano giovedì mattina».

  4. 4. Provala ad alta voce prima di usarla

    Scritta e detta sono due cose diverse: una frase che sulla carta sembra dura, pronunciata a volume normale risulta neutra, e viceversa. Dilla tre volte ad alta voce, da sola, poi se puoi a qualcuno che non c’entra. Accorcia finché non sta in un respiro: le frasi assertive lunghe contengono quasi sempre una giustificazione di troppo.

  5. 5. Reggi la pausa senza aggiungere motivi

    Dopo la tua frase, taci. Il silenzio dura pochi secondi e sembra molto più lungo; è lì che di solito si rovina tutto, aggiungendo «però se proprio serve…» oppure una spiegazione nuova. Ogni motivo aggiunto è un appiglio che l’altro può smontare, e la conversazione si sposta dalla tua richiesta alla validità delle tue scuse.

  6. 6. Usa il disco rotto quando insistono

    Se l’altro insiste, ripeti la stessa frase, con le stesse parole e lo stesso tono, preceduta da un breve riconoscimento: «capisco che sia un problema, e venerdì alle 18 esco». Nessun argomento nuovo, nessun aumento di volume, nessun sarcasmo. Due o tre giri bastano quasi sempre; il punto non è convincere, è rendere evidente che la risposta non cambia con l’insistenza.

  7. 7. Annota l’esito, non solo l’emozione

    Subito dopo scrivi tre righe: cosa avevi previsto che sarebbe successo, cosa è successo davvero, cosa hai detto esattamente. Senza questa annotazione la memoria riscriverà l’episodio a favore della paura, e un no accolto senza problemi verrà ricordato come «si è offeso». Il registro di quattro o cinque episodi vale più di qualsiasi ragionamento.

Esempio

Quattro situazioni portate in seduta da una persona che aveva chiesto aiuto per scoppi di rabbia in famiglia e difficoltà a rifiutare richieste al lavoro. Per ciascuna abbiamo scritto le tre risposte, comprese quelle che aveva già dato.

Stessa situazione, tre stili di risposta a confronto
SituazioneRisposta passivaRisposta aggressivaRisposta assertiva
Un collega ti chiede per la terza volta questo mese di restare oltre le 18 di venerdì.«Va bene, mi organizzo.» Poi disdici la cena e per due giorni gli rispondi a monosillabi.«Sei sempre il solito. Non sono io il tappabuchi di questo ufficio.»«È la terza volta questo mese. Venerdì alle 18 esco, ho un impegno preso. Posso darti una mano giovedì mattina.»
Al ristorante ti portano un secondo freddo.Lo mangi, ne lasci metà e la sera scrivi una recensione da una stella.«Ma lo assaggiate quello che mandate fuori? Portatemi il conto.»«Questo piatto è freddo. Me lo può far riscaldare, per favore.»
Il tuo partner commenta il tuo modo di guidare davanti ad amici, in auto.Non rispondi e guidi in silenzio fino a casa. Ne parlate tre giorni dopo, male.«Guida tu, visto che sei l’unico che sa fare le cose.»«Quando commenti come guido davanti ad altri mi sento sminuito. Se c’è qualcosa che non va, preferisco che me lo dici dopo, quando siamo soli.»
Un amico ti chiede in prestito 300 euro e non ha ancora restituito i 200 di marzo.Glieli presti e per due mesi eviti di rispondergli al telefono.«Non ti ho mai visto restituire un euro in vita tua.»«No, questa volta non me la sento. I 200 di marzo sono ancora aperti e preferisco chiudere quello prima di parlare d’altro.»

Fra la terza e la quarta colonna la differenza costante non è il tono, è il soggetto della frase. La risposta aggressiva parla di chi è l’altro; quella assertiva parla di un fatto e di una richiesta al singolare. Una frase può essere detta con voce dolcissima e restare aggressiva, se qualifica la persona.

La quarta riga regge solo se si è pronti a ripeterla. Nella prova in seduta è andata così: «Dai, te li ridò a fine mese.» — «Ci credo. Questa volta non me la sento.» — «Pensavo fossimo amici.» — «Lo siamo. Questa volta non me la sento.» Stessa frase, stesso volume, nessun motivo nuovo: è la tecnica del disco rotto, e serve proprio a non trasformare il no in un dibattito.

Le risposte passive della seconda colonna hanno tutte un costo differito e invisibile all’altro: la recensione, i monosillabi, i due mesi di chiamate evitate. Chi le riceve non le collega alla richiesta iniziale, e questo è il motivo per cui la stessa richiesta arriva di nuovo il mese dopo.

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Note per il professionista

L’introduzione più efficace non è la spiegazione del continuum ma la ricostruzione di un episodio della settimana appena trascorsa nelle tre versioni, scritte a mano su un foglio diviso in colonne. La persona riconosce il proprio schema in pochi minuti, e il modello diventa suo invece che nostro. Da lì si passa subito alla prova in seduta: tre o quattro sedute di spiegazione senza mai pronunciare una frase ad alta voce producono persone che sanno descrivere l’assertività molto bene e non la usano mai. Il terapeuta interpreta per primo la parte assertiva, poi si invertono i ruoli.

Il dosaggio somiglia a quello dell’esposizione: una gerarchia di situazioni con punteggi di difficoltà, uno o due compiti a settimana a partire da 30 su 100, e si sale solo quando il gradino è diventato prevedibile. Ogni compito va preparato scrivendo la frase in seduta — non «prova a essere più assertivo», ma la frase esatta, provata ad alta voce almeno tre volte — e va accompagnato dalla previsione scritta di cosa accadrà. La previsione è ciò che rende l’esercizio anche un esperimento comportamentale: quasi sempre il temuto crollo della relazione non si verifica, e quel dato vale più del nostro incoraggiamento.

Tre fallimenti tipici. Il primo: la forma è assertiva e il contenuto è un’accusa mascherata — «quando tu, così egoisticamente, decidi di…» — tipico di chi arriva per problemi di rabbia; si corregge lavorando sul soggetto della frase e sull’attivazione fisiologica prima della conversazione, non sulla sintassi. Il secondo: la frase viene pronunciata bene e crolla alla prima insistenza; si allena il disco rotto in seduta facendo la parte di chi insiste, per almeno cinque scambi, finché la ripetizione non diventa noiosa. Il terzo: la persona generalizza a un contesto in cui il no ha conseguenze reali, e l’esercizio la mette nei guai.

Prima di ogni compito va fatta una verifica realistica delle conseguenze, perché non tutti i contesti sono simmetrici: un contratto precario, una gerarchia rigida, una famiglia in cui il dissenso viene punito sono situazioni in cui il costo del no è concreto e va calcolato insieme, non minimizzato. Quando la difficoltà riguarda soprattutto la tolleranza del disagio nell’istante in cui si dice no, il passaggio successivo è il lavoro sulle abilità di regolazione emotiva; quando riguarda la previsione catastrofica sul giudizio altrui, si passa agli esperimenti comportamentali e all’esposizione sociale.

Cautele e controindicazioni

  • Dove esiste violenza fisica, psicologica o economica, l’allenamento all’assertività non è l’intervento indicato e può aumentare il rischio: la priorità è la sicurezza, non la qualità della comunicazione.
  • Nessun esercizio garantisce che l’altro accolga la richiesta. Presentare l’assertività come tecnica per ottenere ciò che si vuole prepara un fallimento e un ritorno rapido allo stile precedente.
  • In contesti rigidi — lavoro precario, gerarchie chiuse, famiglie in cui il dissenso ha un prezzo — le conseguenze reali di un rifiuto vanno valutate prima di assegnare il compito.
  • Con chi ha difficoltà a contenere la rabbia, la frase assertiva usata ad alta attivazione diventa un veicolo di accusa: prima si abbassa l’attivazione, poi si parla.
  • Da soli si possono allenare le situazioni a basso punteggio. Quando l’ostacolo è una convinzione radicata sul proprio diritto a chiedere, o una storia in cui dire di no è stato pericoloso, il lavoro da fare non è sulla frase.

Domande frequenti

Qual è la differenza fra assertività e aggressività?

Entrambe dicono quello che si vuole, ma cambiano oggetto. La risposta assertiva parla di un fatto e formula una richiesta al singolare: «è la terza volta questo mese, venerdì alle 18 esco». Quella aggressiva parla di chi è l’altro: «sei il solito approfittatore». Il tono inganna: si può essere aggressivi a voce bassissima, se la frase contiene un giudizio sulla persona, ed essere assertivi a voce alta in mezzo al rumore.

Come si dice di no senza sentirsi in colpa?

Il senso di colpa nell’immediato non si evita: compare comunque nei primi secondi e dura poco. Quello che si può fare è non lasciargli guidare la frase, cioè non aggiungere giustificazioni per attenuarlo, perché ogni motivo in più apre una trattativa. Con la ripetizione il disagio cala da solo: chi tiene un registro dei propri rifiuti nota che dopo cinque o sei episodi il picco di colpa è molto più basso e il ricordo di ciò che è successo davvero molto più preciso.

Che cos’è la tecnica del disco rotto?

Consiste nel ripetere la propria frase con le stesse parole e lo stesso tono ogni volta che l’altro insiste, facendola precedere da un breve riconoscimento di ciò che ha detto: «capisco che sia un problema, e venerdì alle 18 esco». Non si aggiungono argomenti nuovi e non si alza la voce. Serve a impedire che il no si trasformi in un dibattito sulle proprie ragioni, perché ogni ragione nuova offre qualcosa da confutare e sposta la conversazione altrove.

Quante volte a settimana si fanno gli esercizi di assertività?

Uno o due compiti concordati a settimana, scelti da una lista ordinata per difficoltà e preparati parola per parola prima di uscire dalla seduta. Meglio ripetere tre volte la stessa situazione facile che affrontarne una difficile al mese: la competenza si consolida con la frequenza, non con l’intensità. Si sale di gradino quando quella situazione ha smesso di richiedere preparazione e viene affrontata senza pensarci troppo.

Posso allenare l’assertività da solo?

Le situazioni a basso punteggio si allenano benissimo da soli: chiedere un’informazione, rifiutare un invito, riportare un prodotto difettoso. Servono tre cose — scrivere la frase, dirla ad alta voce prima, annotare l’esito — e nessuna richiede un terapeuta. Il limite compare quando dietro il silenzio c’è una convinzione sul proprio valore o una storia in cui esprimersi è costato caro: in quel caso la frase esce anche bene, ma non cambia nulla nel modo in cui si sta nelle relazioni.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.