Quando cerchi per qualcun altro, o di nascosto

Convincere qualcuno ad andare dallo psicologo: che cosa funziona

Non puoi far andare in terapia un adulto che non vuole andarci: nessun trattamento sanitario comincia o prosegue senza il consenso libero e informato della persona, e non esistono scorciatoie. Quello che puoi fare è più piccolo di una conversazione decisiva, e più utile: scegliere la porta giusta fra quelle che esistono davvero, chiedere un passo alla volta invece di «la terapia», e occuparti di quello che questa situazione sta facendo a te.

Aggiornato il 1 ottobre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

Se stai male adesso

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In breve

  • Per un maggiorenne non c’è nessuna procedura che sostituisca il suo consenso, e il trattamento sanitario obbligatorio è un’altra cosa, con tre condizioni strette e il controllo del giudice tutelare.
  • Le porte pubbliche hanno un nome: medico di base, Centro di salute mentale per i maggiorenni, pediatra e neuropsichiatria infantile per i minorenni, consultorio familiare, servizio per le dipendenze, servizio sociale del Comune.
  • Tempi di attesa, ticket e regole d’ingresso li fissa la Regione: in alcune ASL al Centro di salute mentale si entra in libero accesso, in altre serve la richiesta del medico di base.
  • Una proposta piccola e precisa, un colloquio solo con un giorno e un indirizzo, è più difficile da rifiutare di «dovresti andare in terapia».
  • Se temi che la persona possa farsi del male adesso, la strada non è convincerla: è il 112 o il pronto soccorso.
  • Quello che questa situazione sta facendo alla tua salute è un motivo sufficiente per andare da uno psicologo per conto tuo, e non richiede il permesso di nessuno.

Nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. È il principio della legge sul consenso informato ed è scritto con le stesse parole nel Codice deontologico degli psicologi. Vale anche quando la persona sta male da anni e anche quando saresti tu a pagare la seduta.

Per questo la convinzione che la psicoterapia imposta non serva a niente è giusta nella parte che conta. Un professionista può lavorare anche con chi arriva controvoglia, mandato dal partner, dal medico o dal giudice. Quello che nessuno può fare al posto della persona è il resto: presentarsi, dire qualcosa di vero, decidere di tornare la settimana dopo.

Quello che ti resta in mano è una lista corta, e nessuna voce somiglia alla frase giusta: ridurre la richiesta a un passo solo, sapere quale porta è quella del suo caso, togliere gli ostacoli pratici, e smettere di spendere tutte le tue energie su qualcuno che per ora non si muove.

Che cosa dire, e che cosa fa peggiorare le cose

La proposta che riceve più no è anche la più grande: «dovresti andare in terapia». Chiede di ammettere di stare male, di scegliere un professionista, di impegnarsi per un tempo indefinito e di spendere, tutto nello stesso momento. Una proposta più piccola è più difficile da rifiutare: un colloquio solo, un giorno preciso, un indirizzo, e l’offerta di accompagnarlo e di aspettarlo fuori.

Parla della tua parte, non della sua diagnosi. «Sei depresso» è una perizia che non puoi firmare e che manda la conversazione sulla difensiva. «Da tre mesi non esci di casa e io ho smesso di dormire» è un fatto, e sui fatti si può ancora discutere.

  • Dare un nome clinico a quello che vedi: detta da un familiare, la diagnosi suona come un’etichetta e la persona passa il resto della conversazione a smentirla.
  • Tornare sull’argomento ogni settimana: dopo la terza volta non è più una proposta, è un braccio di ferro, e lo si vince restando fermi.
  • Minacciare di andartene o di togliere qualcosa, se non hai davvero deciso di farlo.
  • Prendere l’appuntamento di nascosto e mettere la persona davanti al fatto compiuto: il consenso glielo chiederà comunque il professionista, e tu avrai bruciato l’unica occasione.
  • Promettere che sarà breve, che funzionerà, che bastano quattro sedute: nessuno può prometterlo, e una promessa smentita chiude la porta per anni.

Da quale porta si entra, caso per caso

Il medico di base è la porta generale: conosce la persona, può scrivere l’impegnativa e in molti territori è il passaggio che apre il resto. Per i maggiorenni il servizio pubblico che se ne occupa è il Centro di salute mentale della ASL, dove lavorano psichiatri, psicologi, infermieri, educatori e assistenti sociali.

Come ci si entra cambia da territorio a territorio. All’Azienda USL di Bologna, per esempio, al Centro di salute mentale si accede dopo i diciotto anni con la richiesta del medico di medicina generale oppure in libero accesso negli orari di apertura, anche in urgenza; il primo colloquio è con un infermiere, che poi fissa la visita specialistica. Il ticket e i tempi di attesa li decide la Regione, e la risposta sul tuo caso la dà il sito della tua ASL o una telefonata al servizio.

Due porte le conoscono in pochi. Il servizio sociale del Comune si occupa di casa, reddito, anziani non autosufficienti, e lavora stabilmente con i servizi di salute mentale: una famiglia può presentarsi per un problema pratico e arrivare da lì al sostegno psicologico, che è anche un modo di proporlo a chi non accetterebbe di essere il malato della situazione. Il servizio per le dipendenze della ASL, il SerD, accoglie la richiesta della persona stessa, anche se minorenne, oltre a quella di chi esercita la responsabilità genitoriale, e su richiesta garantisce l’anonimato nei rapporti con il servizio.

Dove si entra e chi può fare il primo contatto
La situazioneDove si entraChi può fare il primo contatto
Un adulto che sta male e non si muoveMedico di base, poi Centro di salute mentale della ASLChiunque può telefonare per informazioni; appuntamento e consenso restano suoi
Un figlio con meno di diciotto anniPediatra o medico di base, poi neuropsichiatria infantile della ASLChi esercita la responsabilità genitoriale
Un adolescente, una coppia, una famigliaConsultorio familiare, con accesso diretto senza impegnativaLa persona stessa o la famiglia
Alcol, gioco, sostanzeServizio per le dipendenze della ASL (SerD)La persona stessa, anche minorenne, con anonimato su richiesta
Casa, soldi, un anziano non autosufficienteServizio sociale del ComuneUn familiare può chiedere l’intervento
Rischio immediato per la vita112 o pronto soccorsoChiunque, subito

Mio figlio ha meno di diciotto anni: chi decide?

Per un minorenne il consenso all’intervento psicologico lo danno gli esercenti la responsabilità genitoriale. Il codice civile dice che la responsabilità genitoriale è di entrambi i genitori e si esercita di comune accordo; la legge sul consenso informato aggiunge che il consenso va espresso tenendo conto della volontà del minore in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, e che il ragazzo ha diritto di ricevere le informazioni sulla propria salute in una forma adatta a lui.

Se i genitori sono separati la sostanza non cambia: le decisioni di maggiore interesse relative alla salute si prendono di comune accordo, e in caso di disaccordo decide il giudice. Ciascun genitore può rivolgersi al giudice senza formalità; il giudice sente i genitori e ascolta il figlio che ha compiuto dodici anni, o anche più piccolo se capace di discernimento.

La porta, per un bambino o un ragazzo, non è il Centro di salute mentale, che in molte ASL comincia dai diciotto anni. È il pediatra o il medico di base, che indirizza alla neuropsichiatria infantile della ASL, oppure il consultorio familiare, dove si entra senza impegnativa. Che cosa può fare un ragazzo che vuole andarci senza passare dai genitori è il tema di un’altra pagina di questa serie.

Quando non è uno psicologo che serve

Lo psichiatra è un medico e può prescrivere farmaci; nel Centro di salute mentale lavora insieme agli psicologi, e dall’esterno la distinzione conta meno di quanto sembra, perché la porta d’ingresso è la stessa e la valutazione la fa chi visita. Scegliere al posto suo quale figura serve non è compito tuo, e la differenza fra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra è spiegata in un’altra pagina di questa serie.

Se temi che la persona possa farsi del male adesso, la cosa da fare non è convincerla: chiama il 112 o accompagnala al pronto soccorso. I numeri di ascolto attivi sono nel riquadro in cima a questa pagina.

Il trattamento sanitario obbligatorio esiste e non assomiglia a quello che si immagina. Gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono di norma volontari; il TSO lo dispone il sindaco come autorità sanitaria, su proposta motivata di un medico. Per il ricovero in ospedale servono tre condizioni insieme: alterazioni psichiche che richiedono interventi terapeutici urgenti, il rifiuto di quegli interventi da parte della persona, e l’assenza di condizioni per prendere misure adeguate fuori dall’ospedale. La proposta va convalidata da un medico della ASL.

Il provvedimento va poi notificato entro quarantotto ore al giudice tutelare, che entro altre quarantotto ore lo convalida oppure lo fa cessare, e oltre il settimo giorno serve una nuova proposta motivata. Durante il ricovero la persona ha diritto di comunicare con chi ritiene opportuno, e chiunque può chiedere al sindaco la revoca o la modifica del provvedimento, su cui il sindaco decide entro dieci giorni. È una misura sanitaria d’urgenza, non un modo per far cominciare una psicoterapia a chi non la vuole.

Quanto costa, se poi accetta

La domanda arriva tardi e pesa, perché il numero che spaventa non è quello della singola seduta: è il totale di mesi di cui nessuno conosce in anticipo la lunghezza. Le cifre, le frequenze abituali e il conto su base mensile stanno nella pagina di questa serie su quanto costa uno psicologo.

Prima di cominciare si può chiedere un preventivo, e non è una scortesia. Dal 2017 un professionista deve rendere nota la misura del compenso obbligatoriamente in forma scritta o digitale, con un preventivo di massima che indica le singole voci di costo, e deve dire al cliente quanto è complesso l’incarico e quali oneri sono ipotizzabili fino alla fine. Una mail vale; a voce non vale più.

Sulle sedute di psicologi e psicoterapeuti c’è la detrazione del 19% prevista per le spese sanitarie, sulla parte che supera la franchigia di 129,11 euro l’anno, e dal 1° gennaio 2020 il pagamento deve essere tracciabile. Se paghi tu per un familiare fiscalmente a tuo carico, cioè con un reddito fino a 2.840,51 euro l’anno, 4.000 euro per i figli fino a 24 anni, la detrazione la porti tu.

E tu, che stai cercando per qualcun altro?

Se da quando la situazione è cominciata dormi male, se hai avuto il primo attacco di panico della tua vita, se organizzi le giornate intorno all’umore di un’altra persona, quello non è un effetto collaterale da sopportare finché l’altro si decide. È un motivo sufficiente per andare da uno psicologo per conto tuo, e per andarci non serve il permesso di nessuno né che l’altro lo sappia.

È anche l’unica parte della faccenda su cui decidi tu. Cambiare quello che chiedi, quanto spesso lo chiedi e quanto sei disposto a reggere modifica la situazione in cui l’altro sta fermo, a prescindere da come andrà a finire.

Esistono poi i gruppi di auto mutuo aiuto per familiari, attivi in molte ASL insieme alle associazioni di utenti e familiari che collaborano con i Dipartimenti di salute mentale. Non sostituiscono un percorso, e mettono nella stessa stanza persone che hanno la tua giornata.

Domande frequenti

Posso obbligare mio marito ad andare dallo psicologo?

No. Un trattamento sanitario non può cominciare né proseguire senza il consenso libero e informato della persona, e fra coniugi non cambia nulla. Puoi raccogliere informazioni, telefonare a un servizio, pagare la seduta e accompagnarlo: l’appuntamento però lo tiene lui.

Mia madre rifiuta qualsiasi aiuto, né psicologo né farmaci. Che cosa posso fare?

Puoi muovere i servizi che accettano la richiesta di un familiare anche senza la sua adesione iniziale: il medico di base, che la conosce e può valutare una visita a domicilio, il servizio sociale del Comune, che entra da un bisogno pratico, e il Centro di salute mentale, che dà informazioni anche ai familiari. Se c’è un rischio immediato, il riferimento è il 112. Se nessuna di queste strade si apre, la risposta onesta è che quest’anno potresti non riuscirci, e che nel frattempo puoi curare quello che sta succedendo a te.

Posso prenotare io la prima visita per un’altra persona?

Per un maggiorenne puoi telefonare, chiedere informazioni e anche fissare un orario, ma il consenso al colloquio lo dà la persona che entra nella stanza: se non ha deciso di venire, l’appuntamento salta. Per un figlio minorenne vale il contrario: la richiesta la fai tu, perché il consenso spetta a chi esercita la responsabilità genitoriale.

Mio figlio di otto anni sta male, a chi mi rivolgo per primo?

Al pediatra, che è il medico che lo segue e che può indirizzarlo al servizio di neuropsichiatria infantile della ASL. L’altra porta senza impegnativa è il consultorio familiare. Il Centro di salute mentale, in molte ASL, si occupa invece dei maggiorenni.

Il TSO serve a far curare una persona che rifiuta?

Serve a un’altra cosa. Il trattamento sanitario obbligatorio in ospedale richiede insieme alterazioni psichiche che impongono interventi urgenti, il rifiuto di quegli interventi e l’impossibilità di misure fuori dall’ospedale; lo dispone il sindaco su proposta motivata di un medico, con convalida di un medico della ASL e controllo del giudice tutelare entro quarantotto ore. Non è una via per far iniziare una psicoterapia.

Fonti

Da leggere dopo

Esercizi citati in questa pagina

Le schede degli esercizi spiegano che cosa si fa concretamente fra una seduta e l’altra. Sono scritte per chi è già in terapia e per chi la conduce.

Tutte le schede

Cerchi un nome, non solo una risposta?

Una persona legge la richiesta e ti propone uno psicologo iscritto all’Albo, libero negli orari che indichi. Per ora lo facciamo in poche città.

Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica né una consulenza fiscale o legale. Le regole su contributi, detrazioni e accesso ai servizi pubblici cambiano: le fonti qui sopra sono il riferimento aggiornato.