Valutazione e monitoraggio

Piano di sicurezza in psicologia: i sei passi, con esempio

Il piano di sicurezza è un foglio breve, scritto in un momento di calma e con l’aiuto di un professionista, che elenca in ordine che cosa fare quando una crisi comincia: i propri segnali di allarme, le cose da provare da soli, le persone e i luoghi che distraggono, chi chiamare, i numeri di emergenza e le misure per rendere più sicuro l’ambiente. Non è un contratto e non chiede promesse: è una sequenza pensata per un momento in cui ragionare con lucidità è difficile.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

Se stai male adesso

Questa pagina non è un servizio di emergenza e nessuno risponde qui di notte. Se sei in pericolo chiama il 112. Per parlare subito con qualcuno: Telefono Amico Italia 02 2327 2327, tutti i giorni. Se hai meno di 18 anni, Telefono Azzurro 19696.

Che cos’è e a che cosa serve

Nei momenti peggiori il pensiero si restringe. Le alternative spariscono, il tempo sembra fermo e le cose che di solito aiutano non vengono in mente: non perché non si sappiano, ma perché in quello stato non si riesce a cercarle. Il piano di sicurezza esiste per questo. Lo si scrive quando si sta meglio, e nel momento della crisi non chiede di decidere nulla: chiede solo di leggere la riga successiva e provare a farla.

Si scrive a mano, con parole proprie, e sta in una pagina. Ogni passo contiene cose concrete: il nome del bar in cui si può stare seduti, la frase esatta da mandare a una persona, il numero già scritto per intero perché cercarlo in rubrica, in quel momento, è un ostacolo in più. Un piano generico — «distrarmi», «parlare con qualcuno» — non si riesce a usare. Il piano è tuo: nessuno ti chiede di firmarlo e nessuno ti chiede di promettere niente.

L’ordine dei passi non è casuale. Si comincia da ciò che puoi fare da solo, perché molte crisi si esauriscono lì e perché quelle azioni sono a portata di mano in qualsiasi ora della notte. Se non basta, si passa alle persone e ai luoghi che distraggono, poi a chi puoi chiamare dicendo apertamente come stai, poi ai professionisti e ai numeri di emergenza. L’ultimo passo riguarda la casa: mettere distanza fra te e i mezzi con cui potresti farti male — farmaci, alcol, oggetti — affidandoli per un periodo a qualcuno di cui ti fidi. È il passo che si tende a saltare, ed è quello che fa la differenza più grande, perché gli impulsi più intensi durano poco e la distanza fa guadagnare tempo.

Se in questo momento stai pensando di farti del male, questa pagina non basta e non deve bastare. In Italia puoi chiamare il 112, che è il numero unico di emergenza, o andare al pronto soccorso più vicino, anche accompagnato. Per parlare con qualcuno c’è Telefono Amico Italia, 02 2327 2327, attivo tutti i giorni; se hai meno di diciotto anni, Telefono Azzurro risponde al 19696, ventiquattro ore su ventiquattro. Chiamare non impegna a nulla e non comporta automaticamente un ricovero: serve a non restare solo mentre passa la parte peggiore.

Quando è utile

  • Dopo una crisi o un passaggio in pronto soccorso, come parte di ciò che si mette in piedi nelle settimane successive.
  • Quando compaiono pensieri di farsi del male, anche in assenza di un’intenzione precisa.
  • Con impulsi autolesivi che arrivano rapidamente e si esauriscono nel giro di minuti o di poche ore.
  • In chi ha già attraversato crisi simili e riconosce da che cosa cominciano.
  • Nei periodi più esposti: perdite, separazioni, anniversari difficili, notti insonni ripetute, isolamento prolungato.
  • Quando si vive soli e una crisi rischia di non essere vista da nessuno.
  • Nella parte finale di un percorso, insieme al piano di prevenzione delle ricadute.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Riconosci i tuoi segnali di allarme

    Che cosa succede prima, di solito: due notti senza dormire, smettere di rispondere ai messaggi, pensieri ricorrenti in una forma riconoscibile, bere più del solito, mettere in ordine le proprie cose. Scrivi i tre o quattro che compaiono più spesso e indica quale arriva per primo, perché è quello su cui il piano si attiva.

  2. 2. Elenca le cose da fare da solo

    Azioni concrete che abbassano l’intensità senza bisogno di nessuno, con durata e dettagli: una doccia fredda, ghiaccio sul viso o sui polsi per due minuti, una camminata su un percorso preciso, una playlist, un video da riguardare. Vanno scelte fra quelle che hanno già funzionato almeno una volta, non fra quelle che dovrebbero funzionare.

  3. 3. Scegli persone e luoghi che distraggono

    Posti in cui puoi stare in mezzo ad altri senza dover spiegare niente e persone con cui si parla d’altro: un bar con l’orario di chiusura, la biblioteca, il corso del martedì, un cugino con cui si commenta una partita. Qui non stai chiedendo aiuto, stai cambiando ambiente, ed è una distinzione che conviene tenere separata nel foglio.

  4. 4. Indica chi puoi chiamare per chiedere aiuto

    Due o tre persone che sanno del piano e hanno detto sì, con nome, numero per esteso e, se serve, le ore in cui sono raggiungibili. Scrivi anche la frase che userai, perché nel momento è la parte più difficile: «sto avendo un brutto momento, puoi restare al telefono con me». Se il primo non risponde, si passa al secondo senza rileggere tutto il foglio.

  5. 5. Scrivi professionisti e numeri di emergenza

    Il tuo psicologo o psichiatra con il recapito della segreteria, il medico di base, l’ospedale più vicino con il tempo che serve per arrivarci. Poi i numeri pubblici, scritti per esteso: 112, numero unico di emergenza; Telefono Amico Italia 02 2327 2327, tutti i giorni; Telefono Azzurro 19696 per i minorenni, attivo ventiquattro ore su ventiquattro.

  6. 6. Rendi sicuro l’ambiente

    Metti distanza fra te e i mezzi con cui potresti farti male: le confezioni di farmaci affidate a una persona di fiducia, che te ne consegna una settimana per volta; niente alcolici in casa; le chiavi di un locale o di un’arma custodite da altri. Questo passo si concorda con qualcuno, con tempi precisi, e va scritto nel piano con nomi e scadenze.

  7. 7. Tieni il piano dove lo trovi subito

    Una copia su carta dove passi ogni giorno — il frigorifero, il comodino, il portafogli — e una fotografia sul telefono, meglio se come immagine di blocco, così compare senza dover cercare. Una copia la tiene chi ti segue, una le persone indicate al quarto passo. Un piano dentro un cassetto non viene letto nel momento in cui servirebbe.

Esempio

Piano compilato in seduta da una persona seguita dopo alcune settimane difficili, riportato con i nomi cambiati. Le frasi sono le sue: è il motivo per cui funziona come promemoria.

Esempio di piano di sicurezza, sei passi più la collocazione del foglio
PassoChe cosa ho scritto
1. Segnali di allarmeDue notti quasi senza dormire. Smetto di rispondere ai messaggi. Torna la frase «tanto per gli altri sarebbe più semplice». Comincio a mettere in ordine le mie cose. Il primo che arriva è sempre non rispondere ai messaggi.
2. Cose che posso fare da soloDoccia fredda, oppure ghiaccio sul viso per due minuti. Cammino fino al ponte e torno indietro: quaranta minuti esatti. Riguardo il video del compleanno di mio nipote. Non bevo niente: quando bevo, peggiora sempre.
3. Persone e luoghi che distraggonoBar Trieste in piazza, aperto fino alle 23, anche solo seduta al tavolo. La piscina il martedì e il giovedì. Scrivo a Giulia di qualcosa di banale: con lei si parla d’altro e mi tira fuori dalla testa.
4. Persone a cui posso chiedere aiutoMia sorella Elena, in rubrica come «Ele», mi ha detto di chiamare a qualsiasi ora e sa che esiste questo foglio. Marco, dopo le 18. La frase: «sto avendo un brutto momento, puoi restare al telefono con me».
5. Professionisti e numeriLa mia psicologa, segreteria dal lunedì al venerdì 9-18, numero in rubrica e sul frigorifero. Il dottor R., medico di base. Telefono Amico Italia 02 2327 2327, tutti i giorni. Telefono Azzurro 19696 per i più giovani. 112 se non riesco a mettermi al sicuro. Pronto soccorso dell’ospedale civile, quindici minuti a piedi.
6. Rendere sicuro l’ambienteLe scatole dei farmaci sono da Elena, io tengo la dose di una settimana nel portapillole. In casa non tengo alcolici, ho svuotato il mobile sabato scorso. Le chiavi della cantina le ha mio padre da venerdì.
Dove tengo il pianoUn foglio sul frigorifero, una foto come sfondo di blocco del telefono, una copia alla mia psicologa e una a Elena.

I primi due passi non coinvolgono nessuno ed è deliberato: molte crisi si esauriscono lì, e sono anche i passi disponibili alle quattro del mattino, quando chiamare sembra impossibile.

Il terzo e il quarto passo sono separati apposta. Al terzo non si chiede aiuto e non si parla di come si sta: si cambia ambiente. Al quarto si dice apertamente che è un brutto momento. Tenerli confusi nello stesso elenco porta, nella pratica, a non usare nessuno dei due.

Il sesto passo ha nomi e date perché è quello che resta un’intenzione se non lo si concorda con qualcuno. «Chiederò a mio padre» non è una misura, «le chiavi le ha mio padre da venerdì» sì.

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Non ti chiediamo altro: né che cosa ti succede, né da quanto tempo. Di questo parlerai con il professionista nel primo colloquio.

Note per il professionista

Il piano si scrive dopo una valutazione del rischio, mai al posto di essa, e si compila insieme in seduta: venti o trenta minuti, a mano, con le parole della persona. Il modo più efficace di arrivarci è ricostruire l’ultima crisi lungo la linea del tempo — che cosa è successo il giorno prima, che cosa ha pensato, che cosa ha fatto, che cosa l’ha interrotta — perché da quel racconto escono segnali di allarme riconoscibili e strategie già sperimentate, che è esattamente il materiale che rende un piano utilizzabile. Un modulo compilato dal clinico e consegnato firmato non ha lo stesso valore, neanche se le voci sono identiche.

Tre dettagli tecnici fanno la differenza. Il primo è la gerarchia: strategie interne prima dei contatti, contatti di distrazione prima delle richieste esplicite di aiuto, perché aumenta la probabilità che il piano venga iniziato. Il secondo è la specificità dei contatti, che vanno interpellati e informati con il consenso della persona: un nome in un elenco di cui l’interessato non sa nulla è una riga che non verrà usata. Il terzo è la riduzione dell’accesso ai mezzi, il passo con il supporto empirico più solido e il più spesso omesso per imbarazzo: farmaci, alcol, armi, luoghi vanno nominati uno per uno, con la domanda diretta su che cosa c’è in casa e chi può custodirlo.

I modi in cui un piano diventa carta morta sono prevedibili. È troppo lungo, e nel momento della crisi non si legge. È conservato in un cassetto invece che sul frigorifero e sullo schermo del telefono. Le persone indicate non sanno di esserlo. Non viene più riaperto dopo la seduta in cui è nato. Oppure viene confuso con il contratto di non suicidio, che chiede una promessa, sposta la responsabilità sul paziente e non ha mostrato di proteggere nessuno. La revisione periodica è parte del piano: due minuti nelle sedute successive, aggiornamento dopo ogni crisi e dopo ogni cambiamento di numeri, persone, abitazione.

Il piano è un supporto, non il trattamento, e funziona se è inserito in una continuità di cura reale: appuntamenti ravvicinati nelle settimane più esposte, un canale concordato per i contatti fra una seduta e l’altra, un raccordo esplicito con lo psichiatra e con il medico di base. Il secondo passo si arricchisce bene con le abilità di tolleranza della sofferenza — acqua fredda e attivazione fisica intensa fra tutte — perché offrono qualcosa di fisico da fare quando l’intensità è troppo alta per qualsiasi ragionamento. Con i minorenni il piano coinvolge sempre gli adulti responsabili, e la parte sulla sicurezza dell’ambiente è a loro carico.

Cautele e controindicazioni

  • Il piano di sicurezza non sostituisce una valutazione urgente. Se il rischio è attuale — intenzione presente, mezzi disponibili, impossibilità di garantire la propria incolumità nelle prossime ore — si chiama il 112 o ci si presenta al pronto soccorso, e il piano si scrive dopo.
  • Non è il contratto di non suicidio: quello chiede una promessa e non ha dimostrato di ridurre il rischio, mentre il piano descrive azioni e non richiede alcun impegno da firmare.
  • La riduzione dell’accesso ai mezzi non può essere lasciata alla sola persona in crisi: va concordata con un familiare o una persona di fiducia, con tempi, oggetti e responsabilità scritti nel foglio.
  • Alcol e sostanze abbassano la soglia dell’impulsività e rendono inutilizzabile qualunque piano: la loro presenza in casa va affrontata esplicitamente nella parte sull’ambiente.
  • Con i minorenni il piano si costruisce coinvolgendo gli adulti responsabili, e la sicurezza dell’ambiente domestico resta compito loro.
  • Un piano scritto una volta e mai più riaperto non protegge: va riletto nelle sedute successive, aggiornato dopo ogni crisi e ogni volta che cambiano numeri, persone o abitudini.

Domande frequenti

Che cos’è esattamente un piano di sicurezza?

È un foglio di una pagina, scritto in un momento di calma insieme a un professionista, che elenca in ordine sei cose: i segnali che la crisi sta iniziando, le strategie da usare da soli, i luoghi e le persone che distraggono, chi chiamare per chiedere aiuto, i professionisti e i numeri di emergenza, le misure per rendere sicuro l’ambiente. Serve a non dover decidere nulla nel momento in cui decidere è più difficile.

Cosa faccio se sto male adesso?

Se pensi di poterti fare del male nelle prossime ore, chiama il 112 o vai al pronto soccorso più vicino, anche facendoti accompagnare. Se hai bisogno di parlare con qualcuno subito, Telefono Amico Italia risponde al 02 2327 2327 tutti i giorni; se hai meno di diciotto anni puoi chiamare Telefono Azzurro al 19696, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Nel frattempo, resta in compagnia di qualcuno e allontana da te ciò con cui potresti farti male.

Chi mi aiuta a scriverlo?

Lo psicologo o lo psichiatra che ti segue, in seduta: il piano nasce da una valutazione e dal racconto dettagliato dell’ultima crisi, da cui si ricavano i segnali di allarme e le strategie che hanno già funzionato per te. Può essere impostato anche in un servizio pubblico o alla dimissione dopo un accesso in ospedale. Scriverlo da soli è meglio che non averlo, ma la parte sull’accesso ai mezzi richiede in ogni caso il coinvolgimento di un’altra persona.

Devo dire ai miei familiari che l’ho scritto?

Le persone che inserisci al quarto passo sì: vanno avvisate e devono aver detto di sì, altrimenti quel numero resta una riga che non chiamerai. Non sei tenuto a condividere l’intero foglio né a raccontare tutto: si può dire semplicemente che stai attraversando un periodo difficile e che, se scrivi o chiami, ti serve che restino al telefono. Chi custodisce farmaci o chiavi deve invece sapere che cosa gli viene chiesto e per quanto tempo.

Il piano di sicurezza vale anche per l’autolesionismo senza intenzione suicidaria?

Sì, e la struttura resta la stessa. Cambia il peso dei passi: gli impulsi autolesivi hanno spesso una durata breve e intensa, quindi il secondo passo — ciò che si può fare da soli, in particolare il freddo e l’attivazione fisica — e la distanza dagli oggetti contano più di tutto il resto. Le due cose possono comunque coesistere, ed è un motivo in più perché il piano nasca dentro un percorso e non da solo.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.