Abilità DBT

Analisi in catena DBT: ricostruire un comportamento problema

L’analisi in catena è la ricostruzione minuziosa di ciò che è successo fra il momento in cui la giornata era ancora normale e il comportamento che si voleva evitare. Si scompone l’episodio in anelli — pensieri, emozioni, sensazioni, azioni, reazioni degli altri — e in ognuno si cerca il punto in cui una mossa diversa sarebbe stata ancora possibile.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

Dopo un episodio che si sarebbe voluto evitare — una crisi, una sbandata, un litigio finito male, una ricaduta — la ricostruzione che si fa da soli suona quasi sempre così: «è successo e basta», oppure «sono fatto così». Nessuna delle due versioni si può modificare. L’analisi in catena serve a sostituirle con qualcosa di utilizzabile: una sequenza di passaggi, ciascuno piccolo e concreto, in cui si vede con precisione come si è arrivati lì.

La catena ha sempre la stessa struttura. All’inizio ci sono i fattori di vulnerabilità: quello che ti ha reso più esposto nelle ore o nei giorni precedenti, come una notte di quattro ore, un pranzo saltato, una brutta notizia del mattino. Poi c’è l’evento precipitante: la cosa specifica che ha dato il via, con un’ora precisa. Poi vengono gli anelli, che sono i singoli passaggi della sequenza: un pensiero, l’emozione che ha acceso, una sensazione nel corpo, un’azione, quello che è successo di conseguenza, il pensiero seguente.

In fondo alla catena c’è il comportamento problema — quello che si voleva evitare — e subito dopo le conseguenze, divise in due: quelle immediate, che di solito comprendono un sollievo reale, e quelle a distanza, che di solito comprendono un danno. Questa divisione non è un dettaglio: il sollievo immediato è la ragione per cui il comportamento si ripete, e vederlo scritto rende comprensibile una cosa che fino a quel momento sembrava solo insensata.

La parte che rende l’esercizio diverso da un rimprovero arriva alla fine. Si torna indietro sugli anelli, uno per uno, e in ciascuno si scrive che cosa si sarebbe potuto fare lì, in quel punto preciso: quale abilità, quale frase, quale gesto. Non una soluzione sola per tutto l’episodio, ma una per ogni anello, perché il punto in cui la catena era ancora interrompibile non è quasi mai quello che si immagina. È spesso molto più indietro, in un momento che sul momento non sembrava importante.

Quando è utile

  • Dopo un episodio autolesivo, una crisi grave o un comportamento a rischio, come strumento di elaborazione e non di rimprovero.
  • Dopo una ricaduta nell’uso di alcol o sostanze, o dopo un’abbuffata.
  • Sui comportamenti che interferiscono con il percorso: sedute saltate, compiti non fatti, silenzi in seduta.
  • Quando un litigio si ripete con la stessa struttura e nessuno dei due riesce a dire dove si guasta.
  • Su scoppi di rabbia, spese impulsive, controllo compulsivo del telefono, messaggi inviati di notte.
  • Quando la persona descrive l’episodio come arrivato «dal nulla», che è quasi sempre il segnale di anelli non visti.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Definisci il comportamento problema con precisione

    Uno solo, descritto come lo vedrebbe un osservatore: che cosa hai fatto, quando, per quanto tempo, quante volte. «Ho bevuto mezza bottiglia di vino fra le 22 e le 23:30 e ho mandato undici messaggi» è un comportamento problema. «Ho perso il controllo» non lo è, e senza questa precisione la catena non ha un punto di arrivo.

  2. 2. Individua l’evento precipitante con un orario

    La cosa specifica che ha dato il via: una telefonata, un messaggio, una frase detta da qualcuno, un pensiero comparso guardando una foto. Deve avere un’ora. Se la risposta è «è tutto il giorno che stavo male», quello è un fattore di vulnerabilità e l’evento precipitante va cercato più avanti nella giornata.

  3. 3. Elenca i fattori di vulnerabilità

    Sonno, pasti, alcol, malattia, dolore, farmaci saltati, eventi stressanti recenti, isolamento. È la parte che le persone considerano irrilevante e che spiega perché lo stesso evento precipitante un’altra settimana non avrebbe prodotto nulla. Riguarda le ventiquattro-quarantotto ore precedenti, non il carattere.

  4. 4. Ricostruisci gli anelli uno per uno

    Dall’evento precipitante al comportamento, senza saltare niente: ogni pensiero, ogni emozione con la sua intensità, ogni sensazione fisica, ogni azione, ogni reazione altrui. La domanda che si ripete è sempre la stessa: «e poi cosa è successo?». Un episodio ricostruito bene ha dai sei ai venti anelli, e i buchi vanno nominati invece che riempiti a posteriori.

  5. 5. Scrivi le conseguenze su due righe separate

    Immediate — che cosa hai ottenuto nei minuti successivi, incluso il sollievo, la fine della tensione, l’attenzione di qualcuno — e a distanza, cioè che cosa è rimasto il giorno dopo e la settimana dopo. La prima riga spiega il mantenimento, la seconda spiega perché il comportamento è un problema. Servono entrambe.

  6. 6. Inserisci una soluzione in ogni anello

    Anello per anello, dal basso verso l’alto: in questo punto, che cosa avrebbe potuto interrompere la catena. Un’abilità (STOP, TIP, azione opposta), una frase, una telefonata, un oggetto tolto di mezzo. Scrivere una soluzione sola per tutto l’episodio è l’errore che rende inutile l’esercizio, perché l’anello in cui sarà possibile intervenire la prossima volta non è prevedibile.

  7. 7. Scegli due anelli su cui lavorare

    Fra tutte le soluzioni scritte, due: una precoce, di solito sui fattori di vulnerabilità o sui primi anelli, e una tardiva, vicina al comportamento. Rendile concrete — che cosa fai, dove, con che cosa a portata di mano — e provale entro la settimana, anche in una situazione simile e meno intensa.

  8. 8. Aggiungi la riparazione, se serve

    Se l’episodio ha prodotto un danno a qualcuno o a qualcosa, la catena si chiude con una riparazione proporzionata e concreta: un messaggio, una restituzione, una cosa rimessa a posto. È una parte prevista dal metodo e ha una funzione precisa, che non è espiare ma chiudere l’episodio e toglierlo dal carico della settimana successiva.

Esempio

Catena ricostruita in seduta a tre giorni dall’episodio, su un comportamento che la persona aveva indicato come bersaglio nella diary card. La terza colonna è stata compilata alla fine, ripercorrendo la catena dal basso verso l’alto.

Analisi in catena: la sequenza completa con le soluzioni anello per anello
AnelloChe cosa è successoSoluzione inserita qui
Vulnerabilità (24 ore prime)Due notti da quattro ore e mezza. Pranzo saltato per una riunione. Nessun contatto con nessuno da lunedì.Sonno: telefono fuori dalla camera, sveglia fissa. Pranzo bloccato in agenda. Una telefonata programmata il mercoledì.
Evento precipitante (21:40)Vedo su Instagram una foto del mio ex in un locale con altre persone.Silenziare l’account per il periodo in cui guardarlo produce questo. Non aprire i social dopo le 21.
Anello 1 — pensiero«Sta benissimo senza di me. Sono stata io a non valere abbastanza.»Riconoscere il pensiero come pensiero e non come notizia: annotarlo su una riga invece di seguirlo.
Anello 2 — emozioneTristezza 70, vergogna 60. Peso allo sterno, gola stretta.Nominare le due emozioni ad alta voce. Azione opposta alla tristezza: alzarmi dal divano e uscire sul balcone.
Anello 3 — azioneScorro il suo profilo per venticinque minuti, ingrandendo le foto.Il punto in cui STOP era ancora facile. Telefono posato in cucina, timer di dieci minuti.
Anello 4 — pensiero«Devo sapere chi è quella persona accanto a lui.»Scrivere la domanda su un foglio con l’orario in cui potrò riprenderla: domani alle 18, in seduta.
Anello 5 — azioneApro il frigorifero, verso il primo bicchiere di vino. Sono le 22:05.Non tenere vino in casa nelle settimane difficili. Se è già versato, buttarlo prima del secondo.
Anello 6 — emozione e pensieroRabbia 80. «Merita di sapere quanto mi ha fatto male.» L’urgenza di scrivere diventa quasi fisica.Intensità sopra 70: manovra TIP. Ghiaccio sul viso trenta secondi, poi rivalutazione.
Comportamento problema (22:40-23:30)Mezza bottiglia di vino. Undici messaggi al mio ex, gli ultimi tre molto duri. Due chiamate senza risposta.Numero bloccato per la notte con la funzione del telefono. Messaggio scritto nelle note e non inviato.
Conseguenze immediatePer venti minuti la tensione scende. Sensazione di aver finalmente detto le cose. Poi mi addormento verso le due.Il sollievo è reale e va riconosciuto: è la ragione per cui la sequenza si ripete, non una debolezza da negare.
Conseguenze a distanzaVergogna 90 al risveglio. Mail di lavoro rimandate. Lui non risponde e io controllo il telefono per tre giorni.Riparazione: un solo messaggio breve di scuse, senza altre spiegazioni. Poi nessun ulteriore contatto.

La catena ha dodici righe per un episodio che la persona aveva descritto in seduta con due frasi. Quasi tutto il materiale utile sta fra l’anello 3 e l’anello 6, cioè in un’ora che nel racconto iniziale non esisteva.

Le soluzioni scelte per la settimana successiva sono state due, non dodici: il telefono fuori dalla camera e il vino fuori casa. Una precoce e una tardiva, entrambe verificabili guardando un cassetto invece che ricordando un proposito.

La riga delle conseguenze immediate contiene un sollievo, ed è scritta senza correttivi. Cancellarla o minimizzarla è l’errore che rende la catena moralistica e inservibile: finché il sollievo non è sul foglio, la sequenza sembra irrazionale e non lo è.

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Note per il professionista

L’analisi in catena è l’intervento centrale della DBT individuale e si fa ogni volta che compare un comportamento bersaglio sulla diary card, non solo dopo gli episodi gravi. Il tono determina il risultato: la catena è una ricostruzione tecnica, condotta con curiosità e con molte domande brevi — «e poi cosa è successo?» ripetuto venti volte — e non un interrogatorio. Se la persona comincia a giustificarsi, l’analisi è già scivolata nel rimprovero e conviene fermarsi e dirlo esplicitamente. La prima catena richiede spesso l’intera seduta; dopo qualche ripetizione, venti-trenta minuti.

Sul dosaggio e sul metodo: si ricostruisce un episodio solo, il più recente fra quelli della stessa classe, entro pochi giorni. Le catene su episodi di mesi prima producono una ricostruzione plausibile e inutile, perché gli anelli intermedi sono già stati riscritti dalla memoria. Vale la pena insistere sul livello di grana: fra due anelli deve essere impossibile inserirne un terzo. L’errore di compilazione più frequente è saltare dall’evento precipitante al comportamento con un solo passaggio, e la correzione è rallentare chiedendo la scena minuto per minuto, inclusi i movimenti fisici, gli oggetti, le stanze.

Tre modi in cui fallisce. Il primo è la catena usata come punizione: se la persona la percepisce come la conseguenza sgradevole dell’aver riportato un comportamento, smetterà di riportarlo, e questo è il danno peggiore che l’esercizio possa produrre. Il secondo è la soluzione unica e generica — «avrei dovuto usare le abilità» — che va rifiutata e sostituita con una soluzione per anello, formulata con verbi e oggetti. Il terzo è la catena che non produce nulla nella settimana successiva, perché le soluzioni non sono state provate: l’analisi si chiude sempre scegliendo due anelli e programmando la prova, se possibile in seduta con il role playing.

Nel percorso, la catena è il punto in cui tutto il resto si aggancia. I fattori di vulnerabilità rimandano a PLEASE, gli anelli emotivi ad azione opposta e alla verifica dei fatti, gli anelli a intensità alta alle abilità di sopravvivenza alla crisi, gli anelli relazionali a DEAR MAN. Nelle dipendenze ha una parentela stretta con l’analisi funzionale del comportamento e con il lavoro sulle situazioni a rischio della prevenzione delle ricadute, da cui differisce per grana e per l’enfasi sulle soluzioni inserite in ogni punto. Le catene ripetute sulla stessa classe di comportamenti tendono a convergere su due o tre anelli ricorrenti: quello è il materiale con cui si riscrive il piano di crisi.

Cautele e controindicazioni

  • Non è uno strumento di colpevolizzazione. Se la ricostruzione produce vergogna crescente, va interrotta e ripresa più avanti, perché una catena che aumenta la vergogna aumenta anche la probabilità dell’episodio successivo.
  • Su comportamenti autolesivi o su episodi con rischio per la vita, la catena va fatta dentro un percorso strutturato e accompagnata da un piano di sicurezza: non è un esercizio da affrontare da soli subito dopo l’episodio.
  • Nelle memorie traumatiche la ricostruzione minuziosa può attivare intrusioni o dissociazione. In quei casi il livello di dettaglio va calibrato e il lavoro sul trauma segue un protocollo diverso.
  • Nel disturbo ossessivo-compulsivo l’analisi può diventare un rituale di revisione mentale, con catene sempre più lunghe alla ricerca della causa esatta. Se compare, si limita il numero di catene e si lavora sulla funzione della ricerca.
  • Ricostruire episodi molto lontani nel tempo produce narrazioni coerenti ma poco affidabili: l’esercizio ha senso sugli episodi recenti.
  • La catena descrive una sequenza, non stabilisce una diagnosi né una responsabilità morale, e non sostituisce la valutazione clinica dell’episodio.

Domande frequenti

Quanto tempo serve per fare un’analisi in catena?

La prima richiede spesso tutta una seduta, fra i quaranta e i cinquanta minuti, perché bisogna imparare il livello di dettaglio. Dopo qualche ripetizione si scende a venti o trenta minuti. Farla in cinque minuti non è possibile: a quella velocità si ottiene il racconto che la persona già si faceva, ed è proprio quel racconto che l’esercizio serve a sostituire.

Che differenza c’è fra analisi in catena e analisi funzionale?

Condividono la logica ma non la grana. L’analisi funzionale classica individua antecedenti, comportamento e conseguenze, e serve a capire a che cosa serve un comportamento. La catena scompone lo stesso episodio in molti più passaggi — ogni pensiero, emozione e azione intermedia — e soprattutto inserisce una soluzione possibile in ciascun anello, perché il suo scopo è trovare i punti in cui la sequenza era ancora interrompibile.

Posso farla da solo dopo un episodio?

Sì, e molte persone in percorso DBT la compilano a casa prima di portarla in seduta. Due accortezze contano più delle altre: farla quando l’intensità emotiva è scesa, non nell’ora successiva, e fermarsi se la ricostruzione sta diventando un atto d’accusa contro di sé. Per gli episodi con rischio per la propria incolumità, la catena si fa accompagnati, perché il rischio della versione solitaria è che aggiunga vergogna anziché informazioni.

E se non mi ricordo tutti i passaggi?

È normale, soprattutto per gli anelli vicini al comportamento, dove l’attivazione era più alta. I buchi si nominano come buchi invece di essere riempiti con ricostruzioni plausibili: «da qui alle 22:40 non ricordo» è un dato utile, perché indica dove l’attenzione era già andata. Per i punti persi aiuta ripercorrere la scena fisicamente — in quale stanza, in che posizione, con quali oggetti in mano — che recupera più dettagli delle domande dirette.

Ogni quanto si fa?

Ogni volta che compare un comportamento bersaglio sulla diary card, quindi in certe fasi anche una volta a settimana. Non si fa su tutto: se in una settimana ci sono tre episodi, si sceglie il più significativo e gli altri si annotano. Dopo qualche catena sulla stessa classe di comportamenti, gli anelli ricorrenti emergono da soli, e a quel punto il lavoro si sposta sulle soluzioni anziché sulla ricostruzione.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.