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Prevenzione delle ricadute: come si scrive il piano
La prevenzione delle ricadute è il lavoro che si fa quando il comportamento è già cambiato: si mettono per iscritto le situazioni a rischio, i segnali che precedono la caduta, cosa fare in ciascun caso e chi chiamare. Il suo nucleo è la distinzione fra scivolone e ricaduta, e la preparazione di una risposta al primo che eviti di trasformarlo nella seconda.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Smettere è una cosa, non ricominciare è un’altra, e le due richiedono strumenti diversi. Nelle prime settimane la decisione è fresca, la motivazione è alta e le situazioni pericolose si evitano quasi per istinto. Dopo qualche mese la vigilanza cala, le occasioni tornano a presentarsi in forma normale — una cena, un weekend, una brutta giornata — e ci si trova a decidere senza averci pensato prima. Il piano scritto serve esattamente a questo: prendere le decisioni difficili adesso, mentre sei lucido, invece che venerdì sera alle undici.
La distinzione più importante è fra scivolone e ricaduta. Lo scivolone è l’episodio isolato: una sigaretta, una sera in cui si è bevuto, una giocata. La ricaduta è il ritorno al funzionamento di prima. Fra i due non c’è un passaggio automatico, c’è una reazione, ed è quasi sempre la reazione a decidere come va a finire. Chi tratta lo scivolone come un dato da capire e correggere quasi sempre si ferma lì; chi lo tratta come la prova che tutto è stato inutile, molto spesso prosegue.
Questa seconda reazione ha un nome: effetto di violazione dell’astinenza, descritto da Alan Marlatt. Funziona così: hai deciso di non bere, hai bevuto, e il conflitto fra la regola e il fatto produce vergogna e senso di colpa. Da lì arriva la conclusione «tanto ormai», che ha un vantaggio immediato — chiude il conflitto — e un costo enorme, perché autorizza tutto il resto della serata e poi della settimana. La cosa da capire è che questo passaggio non è inevitabile: è un pensiero, arriva quasi sempre con le stesse parole, e si può preparare una risposta in anticipo.
Un piano di prevenzione sta su un foglio solo e ha quattro colonne: i segnali precoci, cioè i cambiamenti che tipicamente precedono di giorni la caduta; le situazioni concrete ad alto rischio; una o due strategie per ciascuna, scritte in modo che si possano eseguire senza pensarci; e i nomi delle persone da contattare, con i numeri e l’accordo preso in anticipo con loro. Va scritto a mano, con le tue parole, e tenuto dove lo trovi anche al buio: il portafoglio, il cruscotto, la prima schermata del telefono.
Quando è utile
- Nella fase conclusiva di un percorso per alcol, sostanze, gioco d’azzardo, fumo o acquisti compulsivi.
- Dopo un periodo di astinenza o di controllo raggiunto, quando la vigilanza iniziale comincia a calare.
- Prima di un cambiamento prevedibile a rischio: un trasloco, la fine di una relazione, un periodo di ferie, un nuovo lavoro.
- Subito dopo uno scivolone, per ricostruire la catena e aggiornare il piano invece di ripartire da zero.
- Quando il percorso di cura si dirada o si chiude, come documento da portarsi via.
- Con i familiari coinvolti, per stabilire in anticipo cosa è utile che facciano e cosa no.
Come si fa, passo per passo
1. Definisci scivolone e ricaduta per iscritto
Prima colonna del foglio: cosa consideri uno scivolone e cosa una ricaduta, nel tuo caso specifico. Le definizioni generiche non servono: scrivi «una sera in cui bevo» e «tornare a bere tutti i giorni», con le tue parole. Senza questa distinzione fatta a freddo, il primo episodio verrà interpretato come il ritorno al punto di partenza.
2. Elenca le situazioni ad alto rischio
Concrete, con luoghi, orari e persone: il venerdì sera in centro, la domenica pomeriggio da solo, le trasferte di lavoro, le discussioni con tuo padre, la settimana dopo lo stipendio. Vanno incluse anche quelle piacevoli, perché la metà circa delle cadute avviene in stati emotivi positivi e in compagnia, non solo nei momenti neri.
3. Individua i segnali precoci
I cambiamenti che precedono di giorni la situazione critica: saltare gli appuntamenti, dormire male, smettere di rispondere ai messaggi, tornare a frequentare certe persone, iniziare a pensare che ormai potresti gestirla. Chiedi anche a chi ti sta vicino, perché i segnali precoci li vedono spesso prima gli altri.
4. Scrivi una strategia per ogni riga
Due al massimo, formulate come azioni eseguibili senza doverci riflettere: «esco dal locale e chiamo Marco», «lascio la carta a casa e porto contanti», «vado in palestra alle 19 invece che alle 21». Le strategie in forma di intenzione — «sto attento», «cerco di non pensarci» — non si possono eseguire e sul foglio non vanno.
5. Scegli le persone e avvisale prima
Due o tre nomi con il numero accanto, scelti perché sono raggiungibili e perché reagiscono in modo utile. E soprattutto: parlane con loro prima, dicendo esattamente cosa ti serve che facciano — venire a prenderti, restare al telefono, non fare prediche. Un nome scritto senza accordo preventivo, nel momento critico, non viene chiamato.
6. Prepara la risposta allo scivolone
La parte che quasi tutti saltano e che conta di più. Scrivi cosa farai nelle prime due ore: fermarti subito, non prolungare la serata, chiamare uno dei nomi, andare a casa, e il giorno dopo ricostruire cosa è successo passo per passo. Aggiungi la frase da opporre al «tanto ormai», scritta da te e non presa da un manuale.
7. Tieni il piano sempre a portata
Una copia in portafoglio, una in foto sul telefono, una attaccata all’anta di un mobile. Il piano che sta in un quaderno nel cassetto non esiste nel momento in cui serve. Rileggilo una volta a settimana per un minuto, così le righe sono familiari prima di diventare necessarie.
8. Aggiornalo ogni mese e dopo ogni episodio
Le situazioni a rischio cambiano con la vita, e un piano scritto sei mesi fa descrive una settimana che non esiste più. Dopo uno scivolone la revisione è obbligatoria: cosa mancava sul foglio, quale segnale precoce c’era stato, quale strategia non era eseguibile. Uno scivolone analizzato è l’informazione migliore che avrai.
Esempio
Il piano compilato da un uomo di trentanove anni alla fine di un percorso per uso problematico di alcol, dopo sette mesi di astinenza. Scritto a mano su un foglio unico, con una copia fotografata sul telefono e una consegnata alla compagna con il suo consenso.
| Segnali precoci | Situazioni a rischio | Strategie | Persone da contattare |
|---|---|---|---|
| Comincio a saltare la palestra e a dormire dopo l’una. | Settimane con più di due trasferte, cena in hotel da solo. | Ceno in camera e non al bar. Palestra dell’hotel alle 19, prima di cena. Videochiamata a casa alle 21. | Elena, ogni sera in trasferta. Giorgio se la serata si allunga. |
| Penso «ormai posso gestirne uno», di solito di mercoledì. | Aperitivo del venerdì con i colleghi, dalle 19 in poi. | Vado, ma arrivo alle 19:30 e ordino per primo. Alle 21 esco, senza annunciarlo. Auto parcheggiata lontano dal locale. | Giorgio, che viene con me e va via alla stessa ora. |
| Smetto di rispondere ai messaggi e mi chiudo in me stesso. | Dopo una discussione con mio padre, di solito la domenica. | Esco di casa e cammino trenta minuti. Non torno a casa passando davanti al bar di via Piave. | Elena. Se non risponde, mia sorella Chiara. |
| Mi accorgo di pensare al fine settimana già dal lunedì. | Sabato sera senza programmi, da solo in casa. | Il giovedì fisso qualcosa per il sabato: cena da mia sorella, cinema, partita con Giorgio. | Chiara, invito fisso già concordato con lei. |
| Rimando la seduta o il gruppo per «impegni di lavoro». | Periodi con molto lavoro e stanchezza accumulata. | La seduta non si sposta, si riduce semmai. Avviso Elena quando mi accorgo di volerla rimandare. | Elena. Il terapeuta, anche solo con un messaggio. |
| Se succede: primi due ore dopo un bicchiere. | Uno scivolone, ovunque avvenga. | Mi fermo lì e vado a casa. Non resto per «tanto ormai». Chiamo Giorgio dalla strada. Il giorno dopo scrivo cosa è successo e lo porto in seduta. | Giorgio per primo, poi Elena. Terapeuta entro le 48 ore. |
L’ultima riga è quella che rende il foglio un piano invece di una lista di buoni propositi. Prevede lo scivolone e stabilisce cosa succede nelle due ore successive, che è la finestra in cui un episodio isolato diventa o non diventa una ricaduta.
Le strategie sono scritte come azioni con un orario e un luogo, non come intenzioni. «Alle 21 esco, senza annunciarlo» si può eseguire alle nove di sera dopo due ore di conversazione; «cerco di non trattenermi troppo» no, perché richiede una decisione proprio nel momento in cui decidere è più difficile.
Due righe su sei riguardano situazioni piacevoli e non momenti di crisi. È una proporzione realistica: l’aperitivo del venerdì e il sabato sera libero sono contesti positivi, e i piani costruiti solo intorno ai momenti brutti lasciano scoperta la metà più frequente delle occasioni.
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Note per il professionista
Il piano lo scrive la persona, a mano, con le sue parole, e il terapeuta fa le domande. Un modulo compilato al computer dal clinico viene letto una volta e archiviato; un foglio scritto a mano con nomi propri, indirizzi e orari viene tenuto in tasca. Conviene lavorarci in due o tre sedute nella fase conclusiva del percorso, e comunque prima che la frequenza si diradi, perché il momento in cui il piano serve coincide spesso con quello in cui i contatti si fanno più rari. Una versione da mezza pagina che la persona conosce a memoria vale più di quattro pagine complete e mai riaperte.
L’effetto di violazione dell’astinenza va trattato prima che accada, in modo esplicito. Utile chiedere di anticipare le parole precise che passeranno per la testa dopo il primo bicchiere — quasi sempre qualche variante di «ormai ho rovinato tutto» — e costruire insieme la risposta, che finisce sulla carta e non nel discorso. Va anche esplicitata la lettura dell’episodio in termini di apprendimento: uno scivolone è un dato sulla catena, mostra quale anello mancava, e la sua utilità dipende interamente dal fatto che venga portato invece che nascosto. Dirlo prima riduce sia la vergogna sia il tempo che passa fra l’episodio e la telefonata.
Tre elementi che nella pratica fanno la differenza. Le decisioni apparentemente irrilevanti: la strada che passa davanti al locale, la bottiglia tenuta in casa per gli ospiti, l’app di scommesse non disinstallata perché «tanto non la apro». Vanno cercate con pazienza, perché sono i passi che avvicinano alla situazione a rischio senza mai comparire come scelte. Il coinvolgimento di almeno una persona vicina, con il consenso esplicito del paziente e istruzioni precise su cosa fare e cosa non fare. E la prova pratica in seduta: un role playing dell’aperitivo del venerdì, con la frase di rifiuto detta ad alta voce, che rende disponibile una risposta pronta nel momento in cui serve.
Il piano si rivede a intervalli, non si consegna e basta. Sedute di richiamo a uno, tre e sei mesi servono soprattutto a questo, insieme al controllo delle aree che la prevenzione delle ricadute non copre: il vuoto lasciato dal comportamento eliminato, che va riempito con attività e relazioni concrete, e i quadri clinici associati, in particolare la depressione, che è uno dei predittori più solidi di ripresa. Con le sostanze, va detto chiaramente che il piano psicologico convive con la parte medica e non la sostituisce, e che nelle dipendenze da oppioidi il rischio di sovradosaggio dopo un periodo di astinenza è un tema da affrontare apertamente.
Cautele e controindicazioni
- Dopo un periodo di astinenza la tolleranza si abbassa: la ripresa alle dosi precedenti, in particolare con gli oppioidi, comporta un rischio di sovradosaggio che va nominato apertamente nel piano.
- Il piano non sostituisce il trattamento medico di una dipendenza fisica né la gestione sanitaria dell’astinenza da alcol o benzodiazepine.
- Un piano scritto non è una garanzia, e presentarlo come tale rende ogni episodio successivo una smentita personale. Serve a ridurre le probabilità e ad accorciare gli episodi, non a escluderli.
- Le strategie che richiedono una decisione nel momento critico — «sto attento», «bevo solo uno» — non funzionano e sul foglio non vanno scritte.
- Condividere il piano con familiari o amici richiede il consenso esplicito della persona e istruzioni precise: un contatto che reagisce con rimproveri o controllo scoraggia la chiamata successiva.
- Se la ripresa si accompagna a un peggioramento depressivo o a pensieri di morte, il piano di prevenzione non è lo strumento: serve una valutazione del rischio e un piano di sicurezza.
Domande frequenti
Qual è la differenza fra uno scivolone e una ricaduta?
Lo scivolone è l’episodio singolo: una sera, una sigaretta, una giocata. La ricaduta è il ritorno stabile al funzionamento precedente. Fra i due non c’è un passaggio automatico e la differenza la fa in gran parte la reazione: chi si ferma subito, chiama qualcuno e il giorno dopo ricostruisce cosa è successo, di solito non prosegue. Chi legge l’episodio come la prova che tutto è stato inutile tende invece a continuare, perché quel pensiero toglie ogni motivo per fermarsi adesso.
Cosa devo fare se ho una ricaduta?
Le prime due ore contano più di tutto il resto: interrompere lì, non prolungare la serata, spostarsi fisicamente dal contesto e chiamare una delle persone del piano. Il giorno dopo si ricostruisce la sequenza per iscritto — dov’eri, con chi, cosa avevi fatto nelle ore prima, quale segnale precoce c’era stato — e si porta a chi ti segue. Nascondere l’episodio è la scelta che gli fa più danno, perché la vergogna cresce nel silenzio e il piano resta identico a com’era.
Quanto dura il rischio di ricaduta?
I primi tre mesi sono in genere il periodo più esposto, ma il rischio non finisce a una data: cambia forma. Le occasioni iniziali sono legate agli inneschi diretti e alla sindrome da astinenza, quelle successive a cambiamenti di vita, stati emotivi negativi e situazioni sociali piacevoli. Per questo il piano non è un documento della fase acuta ma un foglio che si aggiorna, e per questo vale la pena rileggerlo prima dei periodi prevedibilmente difficili, dalle ferie a un trasloco a una separazione.
Il piano serve anche se la mia non è una dipendenza da sostanze?
Sì, e la struttura è la stessa per gioco d’azzardo, acquisti compulsivi, abbuffate, uso problematico del telefono e comportamenti compulsivi in genere. Cambiano i contenuti delle colonne: le situazioni a rischio, i segnali precoci, le strategie eseguibili. Lo stesso impianto si usa anche alla fine dei percorsi per depressione e disturbi d’ansia, dove il piano elenca i segnali di riacutizzazione e cosa fare al loro comparire, invece dei contesti in cui si consuma.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.