Lavoro sui pensieri

Coping card: cosa scrivere sulla carta di coping

La coping card è un cartoncino, o una nota sul telefono, che riporta da un lato il pensiero che compare nel momento difficile e dall’altro la risposta costruita in seduta, con l’azione da fare. Serve perché quando l’ansia è alta non si ragiona come a mente fredda: la carta non chiede di pensare meglio sul momento, chiede solo di leggere qualcosa che è già stato pensato bene.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

In seduta, o in un momento tranquillo, si arriva spesso a una conclusione che sta in piedi: hai esaminato i fatti, hai visto come sono andate le altre volte, hai formulato una frase che ti convince. Poi arriva il lunedì mattina, il battito accelera in metropolitana, e di quella conclusione non resta niente. Non è una tua mancanza: sotto attivazione intensa la memoria funziona in modo diverso, e recuperare un ragionamento fatto la settimana prima diventa improbabile. La coping card risolve esattamente questo problema, e niente più di questo: mette il ragionamento in un posto da cui si può rileggere.

Sul fronte va il pensiero come ti arriva davvero, nelle parole tue, non ripulito: «sto per svenire e mi vedono tutti». Sul retro va la risposta che hai costruito, con i fatti che la sostengono e con una cosa da fare, precisa. Non uno slogan. «Andrà tutto bene» sul retro di una carta è la cosa peggiore che ci si possa scrivere: alla prima volta che non va bene, cade la frase e cade la carta. Quello che regge è il contrario, cioè una frase che tiene dentro anche la parte scomoda: «è successo altre quattro volte e ogni volta è passato in venti minuti, anche quando ero sicuro del contrario».

La carta va portata dove serve, non tenuta in un cassetto: nel portafoglio, nella tasca interna dello zaino, come nota bloccata sulla schermata del telefono. E soprattutto va letta anche quando stai bene. È il punto che quasi tutti saltano: una carta letta soltanto durante la crisi arriva in un momento in cui non si impara niente di nuovo, mentre una carta riletta ogni sera per due settimane diventa una frase che arriva da sola, anche senza cartoncino. La lettura a mente fredda è l’allenamento; la lettura nel momento difficile è la partita.

Quando è utile

  • Nei momenti di ansia alta, quando il ragionamento fatto in seduta non è recuperabile.
  • Prima di un’esposizione, per tenere fermo il razionale quando l’impulso di uscire preme.
  • Con i pensieri che tornano identici, parola per parola, in situazioni prevedibili.
  • Nella depressione, per l’ora del giorno in cui il rinvio delle attività è più forte.
  • Negli impulsi ricorrenti: abbuffata, acquisto, sigaretta, messaggio da mandare di notte.
  • In prevenzione delle ricadute, per i segnali precoci e per la sequenza da mettere in atto.
  • Fra una seduta e l’altra, per portare fuori dallo studio ciò che è stato costruito dentro.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Scegli un momento preciso

    Una carta serve a un momento, non a un problema. «Quando il treno si ferma in galleria», «la domenica sera davanti al calendario della settimana», «alle undici, davanti alla dispensa». Se il momento non ha un orario o un luogo, la carta diventa un elenco di buoni principi e non verrà tirata fuori quando serve.

  2. 2. Scrivi sul fronte il pensiero esatto

    Nelle parole in cui arriva, comprese quelle poco eleganti, in prima persona e al presente. Una carta con scritto «tendo a sovrastimare il pericolo» non viene riconosciuta dalla parte di te che si spaventa; una con scritto «sto per svenire e mi vedono tutti» sì. Il riconoscimento immediato è ciò che fa girare il cartoncino.

  3. 3. Scrivi sul retro la risposta

    Non un incoraggiamento, ma la conclusione costruita a mente fredda, con dentro i dati che la sostengono: quante volte è successo, come è finita, cosa ha detto il medico, cosa hai già superato. Tre o quattro righe al massimo. Una risposta lunga non viene letta, e una risposta senza fatti non viene creduta.

  4. 4. Aggiungi una sola azione da fare

    Concreta, eseguibile in quella situazione, scritta all’imperativo: «resta in carrozza fino a Loreto, tieni le mani sulle gambe», «apri il documento e scrivi per dieci minuti, anche male». La parte comportamentale è quella che interrompe la sequenza abituale; senza, la carta resta una lettura e la situazione prosegue come sempre.

  5. 5. Provala ad alta voce in seduta

    Si legge a voce alta subito dopo averla scritta e si cambia ogni parola che suona da manuale. Il criterio è semplice: deve sembrare qualcosa che potresti dirti tu, non qualcosa che ti è stato detto. Le carte scritte con il lessico del terapeuta hanno una vita media di pochi giorni.

  6. 6. Tienila dove si attiva il problema

    Nel portafoglio, nella custodia del telefono, nello zaino della palestra, come promemoria che compare alle ventuno. Una carta in un cassetto non esiste. Se il momento difficile è sempre fuori casa, la versione fotografata sul telefono è più affidabile del cartoncino dimenticato sulla scrivania.

  7. 7. Rileggila ogni giorno a mente fredda

    Due minuti, in un momento tranquillo, per due settimane. È la parte che quasi tutti saltano e che decide se la carta funzionerà: la frase diventa disponibile nel momento critico solo se è stata ripassata quando il cervello poteva ancora registrarla. La lettura quotidiana vale più della carta perfetta.

  8. 8. Aggiorna la carta che non regge

    Dopo due o tre settimane si verifica: l’hai tirata fuori, ha cambiato qualcosa. Se non è mai stata usata, il momento era sbagliato o la frase non ti somiglia. Se non funziona più perché ormai è ovvia, ha finito il suo lavoro e se ne scrive un’altra su un gradino più difficile.

Esempio

Due carte scritte in seduta e trascritte come sono, senza correzioni. La prima appartiene a una persona in trattamento per attacchi di panico, la seconda a una persona in fase di attivazione comportamentale dopo un episodio depressivo. Entrambe sono state riscritte una volta, perché la prima versione conteneva frasi che non avrebbero retto.

Due coping card, fronte e retro
Quando si usaFronteRetro
In metropolitana, quando il treno si ferma fra due stazioni«Il cuore batte forte, sta ricominciando. Qui dentro non mi soccorre nessuno e non posso scendere.»«Il cuore accelera perché ho paura, non perché sto per stare male. È successo sei volte: quattro in metropolitana, due al supermercato. Il picco è durato fra i tre e i dieci minuti e non sono mai svenuto. La visita cardiologica di febbraio è a posto. Adesso: resto in carrozza fino a Loreto. Mani sulle gambe, niente polso, niente conta dei battiti. Se voglio scendere, scendo alla fermata dopo quella in cui ho voglia di scendere.»
Domenica sera e ogni mattina in cui il risveglio è pesante«Non ce la faccio, oggi non combino niente. Tanto vale rimandare a domani, così sto peggio ma almeno adesso non crollo.»«Non aspetto di avere voglia: la voglia arriva dopo che ho cominciato, l’ho verificato dodici volte su quindici nel diario delle attività. Le giornate in cui rimando sono anche quelle in cui alle diciotto sto peggio. Adesso: alzo le tapparelle, faccio la doccia e scendo a comprare il pane. Un’ora dopo segno come mi sento, sul quaderno, e decido il resto della giornata da lì. Non serve che vada bene, serve che cominci.»

Nella prima carta la frase «se voglio scendere, scendo alla fermata dopo quella in cui ho voglia di scendere» non è un contenuto cognitivo ma un’istruzione: era stata concordata con il razionale dell’esposizione. Una coping card usata durante un lavoro espositivo deve dire cosa fare dell’impulso a uscire, altrimenti giustifica la fuga con parole più gentili.

La prima versione della seconda carta finiva con «sei più forte di quanto pensi». È stata tolta dopo tre giorni, su richiesta della persona: era l’unica riga che non le somigliava, e ogni volta che la leggeva smetteva di credere anche al resto. Al suo posto è arrivata la riga sul quaderno, che è verificabile.

Entrambe le carte sono state rilette ogni sera per due settimane, non solo nel momento difficile. Sulla prima è stato annotato a matita, dopo ogni uso, quanto era durato il picco: dopo un mese la carta era diventata anche il registro delle disconferme, e la persona la rileggeva più per i numeri scritti a matita che per il testo stampato.

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Note per il professionista

La carta si scrive in seduta, alla fine del lavoro che l’ha generata, e la scrive la persona con la sua calligrafia e il suo lessico. Il terapeuta interviene su due cose sole: che il fronte contenga il pensiero nella forma in cui compare davvero, e che il retro contenga dati e non incoraggiamenti. Il test da fare prima di chiudere la seduta è la lettura ad alta voce, seguita dalla domanda se quella frase sarebbe utilizzabile con ansia a 80. Una carta che convince a 20 e non a 80 è scritta troppo in astratto e va riscritta con più fatti e meno ragionamento.

Il dosaggio è la variabile più trascurata. La carta va ripassata a bassa attivazione, ogni giorno per due o tre settimane, perché nel momento critico il recupero è possibile solo se la traccia è già consolidata. Prescrivere la sola lettura durante la crisi produce quasi sempre un fallimento e la conclusione, da parte della persona, che «con me non funziona». Due o tre carte alla volta sono il massimo utile: oltre, diventano un mazzo che nessuno consulta. Conviene collocare la lettura dopo un’abitudine già stabile — il caffè del mattino, la sveglia della sera — e chiederne conto nella seduta successiva insieme agli altri compiti.

Tre modi in cui fallisce, tutti riconoscibili. La carta consolatoria, con frasi che promettono un esito: cade alla prima disconferma e trascina con sé la credibilità dell’intero lavoro. La carta in lingua terapeutica, riconoscibile perché contiene parole che la persona non usa: si corregge chiedendo di riscriverla come un messaggio vocale a sé stessa. La carta mai usata, che di solito segnala un errore di collocazione — il momento scelto non è quello in cui il problema si presenta — oppure che la persona non la porta con sé, e vale la pena verificarlo con una domanda diretta invece di presumere una mancata aderenza.

Come si collega al resto: la carta è il ponte fra la seduta e la vita, e cambia funzione con la fase. All’inizio raccoglie l’esito di una ristrutturazione o di un esame delle evidenze. Durante l’esposizione contiene il razionale e l’istruzione sul comportamento protettivo da non usare, ed è uno dei pochi supporti che non funzionano da rassicurazione, a condizione che dica cosa fare e non che tranquillizzi. In chiusura di percorso diventa il materiale della prevenzione delle ricadute: segnali precoci sul fronte, sequenza da attivare sul retro. Va distinta dalla flashcard della schema therapy, che è più lunga, costruita sui mode e sui bisogni non soddisfatti, e si scrive in un’altra fase del lavoro.

Cautele e controindicazioni

  • Una carta che promette un esito — «andrà tutto bene», «non succederà niente» — funziona da rassicurazione e crolla alla prima smentita, portando con sé la fiducia nel resto del lavoro.
  • Nel disturbo ossessivo-compulsivo la rilettura può diventare un rituale: se compaiono letture ripetute per ottenere sollievo, si limita il numero di consultazioni giornaliere e si verifica se stia sostituendo l’esposizione.
  • La coping card non è un piano di sicurezza: in presenza di ideazione suicidaria servono un piano dedicato, i contatti di emergenza e una valutazione del rischio.
  • Non sostituisce l’esposizione né i compiti comportamentali: se viene usata per attraversare la situazione temuta senza affrontarla davvero, diventa un comportamento protettivo.
  • Nessuna carta contiene indicazioni sui farmaci: dosaggi, sospensioni e assunzioni al bisogno si discutono con il medico che li ha prescritti.
  • Se la carta viene persa o letta da altri può esporre contenuti molto personali: conviene concordare dove tenerla e, sul telefono, valutare una nota protetta.

Domande frequenti

Cosa si scrive sulla coping card?

Sul fronte il pensiero come arriva davvero nel momento difficile, in prima persona e con le parole vere. Sul retro la risposta costruita a mente fredda, con i fatti che la sostengono — quante volte è successo, come è finita, cosa hai già verificato — e una sola azione concreta da fare in quella situazione. Tre o quattro righe per lato. Si evitano gli slogan e le promesse sull’esito: quello che regge è ciò che si può controllare, non ciò che si spera.

Quante coping card conviene avere?

Due o tre attive alla volta, non di più. Ogni carta è legata a un momento specifico, e quando i momenti diventano cinque o sei nessuno le consulta più. Man mano che una situazione smette di essere difficile, la carta corrispondente si ritira e se ne scrive una nuova su un gradino più impegnativo. Chi ne ha accumulate dieci di solito non ne usa nessuna: conviene rileggerle tutte insieme e tenere le due che sono state effettivamente tirate fuori.

Posso scriverle da solo, senza terapeuta?

Sì, purché il retro contenga fatti tuoi e non frasi generiche prese altrove. Il metodo è lo stesso: pensiero esatto sul fronte, risposta con dati e azione sul retro, rilettura quotidiana per due settimane. Il limite dell’uso autonomo è che la risposta sul retro vale quanto il lavoro che l’ha prodotta: se non è passata da un esame dei fatti o da una verifica pratica, resta un’intenzione scritta bene, e nei momenti di forte attivazione non tiene.

Perché nel momento di ansia non riesco a leggerla?

Perché una carta letta solo durante la crisi arriva quando l’attivazione è già alta e la capacità di registrare informazioni nuove si è ridotta. La soluzione è la ripetizione a bassa attivazione: due minuti al giorno, in un momento tranquillo, per due o tre settimane. Dopo quel periodo, di solito, la frase compare da sola nella situazione difficile, anche senza cartoncino in mano. Se continui a non tirarla fuori, va rivisto il momento a cui è dedicata.

Che differenza c’è fra coping card e flashcard terapeutica?

La coping card della terapia cognitivo-comportamentale è breve e situazionale: un pensiero, una risposta basata sui fatti, un’azione. La flashcard della schema therapy è più lunga e ha una struttura fissa che parte dall’emozione, la collega allo schema e alla sua origine, distingue ciò che appartiene al passato da ciò che accade ora e indica un comportamento sano. Sono strumenti diversi per profondità e fase del lavoro, e spesso convivono nello stesso percorso.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.