Emozioni e corpo

Training autogeno: i sei esercizi di Schultz, in pratica

Il training autogeno è il metodo di distensione messo a punto da Johannes Heinrich Schultz negli anni Trenta: sei esercizi imparati in sequenza, ciascuno legato a una formula breve che si ripete mentalmente mentre si sta fermi. Non si agisce sui muscoli e non si cerca di rilassarsi con la volontà: ci si limita a rivolgere l’attenzione a una sensazione — il braccio pesante, il braccio caldo — lasciando che il corpo faccia il resto.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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Che cos’è e a che cosa serve

La parola autogeno significa «che si genera da sé», ed è la cosa più importante da capire prima di cominciare. In questa pratica non si fa niente: ci si sdraia o ci si siede, si chiudono gli occhi e si ripete lentamente una frase come «il braccio destro è pesante», restando a guardare cosa succede. Se la pesantezza arriva, bene; se non arriva, si ripete la formula qualche altra volta e poi si chiude la seduta. Chi si sforza di produrre la sensazione ottiene l’effetto opposto, perché lo sforzo è esattamente ciò che tiene acceso il corpo. Schultz chiamava questo atteggiamento concentrazione passiva, ed è la parte che richiede più tempo per essere imparata.

Gli esercizi sono sei e si imparano uno alla volta, in ordine fisso: pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare, fronte fresca. Ognuno si aggiunge al precedente dopo due o tre settimane di pratica quotidiana, quindi il ciclo completo occupa in genere dai tre ai sei mesi. Nelle prime settimane si lavora solo sul braccio dominante e la seduta dura due o tre minuti; quando tutti gli esercizi sono acquisiti, una pratica completa sta comunque dentro i dieci minuti.

Ogni seduta si chiude con la ripresa, e non è un dettaglio formale. Dopo qualche minuto di immobilità la muscolatura è rallentata e la pressione può essere leggermente più bassa: alzarsi di scatto lascia storditi per una decina di minuti. La ripresa consiste nel flettere con forza le braccia due o tre volte, fare un respiro profondo e aprire gli occhi, in quest’ordine. L’unica eccezione è quando si pratica a letto per addormentarsi: in quel caso non si esegue, perché serve proprio a tornare vigili.

Il training autogeno si impara meglio in un piccolo gruppo o con un professionista che segue le prime settimane, perché è nelle prime settimane che si prendono le abitudini sbagliate — sedute troppo lunghe, formule recitate a velocità doppia, verifiche continue sul fatto che funzioni o no. Dopo, la pratica è tua e non richiede più nessuno. Chi la porta avanti per qualche mese di solito riferisce che la cosa più utile non è la singola seduta, ma la possibilità di richiamare in trenta secondi, a occhi aperti e in mezzo alla giornata, una condizione che prima esisteva soltanto sul tappetino.

Quando è utile

  • Insonnia iniziale con corpo attivato, pensieri che corrono e difficoltà a lasciarsi andare.
  • Ansia generalizzata e tensione somatica di fondo, come pratica quotidiana a freddo.
  • Cefalea tensiva e disturbi legati allo stress prolungato, in affiancamento alle cure mediche in corso.
  • Preparazione a prestazioni ripetute — esami, concorsi, sport — dove serve una routine breve e sempre uguale.
  • Con chi trova il rilassamento muscolare progressivo troppo faticoso o poco praticabile fuori casa.
  • Come pratica di mantenimento alla fine di un percorso, quando serve qualcosa di autonomo e strutturato.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Scegli posizione e orario fissi

    Tre posizioni classiche: sdraiato supino con le braccia lungo il corpo, seduto in poltrona con la testa appoggiata, oppure seduto sul bordo di una sedia con la schiena curva in avanti e le braccia sulle cosce, la cosiddetta posizione del cocchiere. Stesso posto e stessa ora ogni giorno: la ripetizione è metà del metodo, perché è quella che rende automatico il passaggio.

  2. 2. Apri con la formula della calma

    A occhi chiusi, dopo qualche respiro lasciato libero, ripeti mentalmente due o tre volte «sono perfettamente calmo». Non è un comando né un’autosuggestione da prendere alla lettera: è il segnale che apre la seduta, e vale come tale anche nei giorni in cui calmo non lo sei affatto. Poi si passa alla formula dell’esercizio che stai imparando.

  3. 3. Ripeti la formula lentamente, in silenzio

    «Il braccio destro è pesante», cinque o sei volte, con una pausa fra una ripetizione e l’altra. La voce interna è piatta, senza enfasi, e l’attenzione resta appoggiata al braccio. Quando la mente scappa — e scappa — si torna alla formula senza commentare. Se la sensazione non arriva, si ripete ancora un paio di volte e si prosegue: non si insiste per ottenerla.

  4. 4. Tieni le sedute molto brevi

    Nelle prime settimane le sedute sono corte di proposito. Due o tre minuti ripetuti tre volte al giorno costruiscono l’automatismo molto meglio di una seduta da venti minuti fatta quando capita. Solo quando gli esercizi diventano quattro o cinque la durata sale, arrivando comunque a un massimo di dieci minuti complessivi.

  5. 5. Chiudi sempre con la ripresa

    Flettere ed estendere con decisione le braccia due o tre volte, come chi si stira al risveglio, fare un respiro profondo, poi aprire gli occhi. In quest’ordine. Serve a riportare tono muscolare e vigilanza prima di rialzarsi, e va eseguita anche quando la seduta è andata male o è durata un minuto. L’unica eccezione è la pratica a letto per addormentarsi.

  6. 6. Pratica due o tre volte al giorno

    Mattina, metà giornata e sera è lo schema abituale, lontano dai pasti pesanti. La regolarità conta più della durata: sette sedute brevi in una settimana valgono più di due sedute lunghe. Nei giorni storti si fa la versione da un minuto, in posizione seduta, piuttosto che saltare del tutto.

  7. 7. Aggiungi un esercizio ogni due settimane

    Si passa all’esercizio successivo quando il precedente si presenta con regolarità e quasi da solo, di norma dopo due o tre settimane. Gli esercizi si sommano: nella seduta si ripercorrono le formule già apprese, brevemente, prima di arrivare a quella nuova. Saltare avanti perché «la pesantezza è noiosa» è il modo classico di arrivare al quinto esercizio senza avere il primo.

  8. 8. Annota due righe dopo ogni seduta

    Ora, posizione, durata, che cosa hai percepito e che cosa no. Bastano due righe. Serve a vedere una progressione che di settimana in settimana è troppo lenta per essere notata a memoria, e a portare in seduta materiale concreto invece di un generico «mi sembra che funzioni poco».

Esempio

I sei esercizi del ciclo inferiore nell’ordine in cui si imparano, con la formula corrispondente, e la ripresa che chiude ogni seduta. Le formule vanno ripetute mentalmente cinque o sei volte ciascuna, intervallate dalla formula della calma.

I sei esercizi del training autogeno, le formule e la ripresa
EsercizioFormulaDurata in sedutaQuando si aggiunge
Pesantezza«Il braccio destro è pesante», poi esteso a entrambe le braccia e alle gambe2-3 minutiDalla prima settimana; si pratica da solo per due o tre settimane
Calore«Il braccio destro è caldo», poi esteso agli arti come per la pesantezza2-3 minutiDopo la terza settimana circa, sopra la pesantezza acquisita
Cuore«Il cuore batte calmo e regolare»1-2 minutiQuando pesantezza e calore compaiono con regolarità
Respiro«Il respiro è calmo e regolare», oppure «qualcosa in me respira»1-2 minutiDue settimane dopo l’esercizio del cuore
Plesso solare«Il plesso solare è piacevolmente caldo»1-2 minutiQuinto esercizio, dal terzo mese circa
Fronte fresca«La fronte è piacevolmente fresca»1 minutoUltimo del ciclo, quando gli altri cinque sono stabili
RipresaBraccia flesse ed estese con forza due o tre volte, respiro profondo, occhi aperti10-15 secondiAlla fine di ogni seduta, tranne quando si pratica a letto per dormire

Le formule vanno al presente e non contengono negazioni: «il braccio destro è pesante», non «il braccio non è teso». Chi è mancino comincia dal braccio sinistro. La parola «piacevolmente» nelle ultime due formule non è un abbellimento, serve a contenere l’intensità della sensazione evocata.

L’ordine ha una logica fisiologica: pesantezza e calore sono le sensazioni più facili da percepire e preparano le altre, mentre cuore e respiro sono le funzioni che l’attenzione tende a disturbare di più e arrivano quando l’atteggiamento passivo è già stato appreso.

Le sensazioni non arrivano nell’ordine previsto per tutti. C’è chi sente il calore prima della pesantezza, chi non sente quasi nulla per tre settimane e poi trova la pratica ovvia. Il criterio per passare all’esercizio successivo è la regolarità, non l’intensità di ciò che si prova.

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Note per il professionista

Va presentato come un apprendimento lungo, perché lo è: chi lo riceve aspettandosi un effetto nella prima settimana lo abbandona nella seconda. Conviene fissare esplicitamente il contratto iniziale — tre sedute brevi al giorno, due o tre settimane per esercizio, ciclo completo in qualche mese — e assegnare solo la pesantezza, guidando la prima esecuzione in seduta e facendo descrivere a voce alta cosa è stato percepito. L’insegnamento in piccolo gruppo resta la forma più economica, e per molte persone il gruppo è anche ciò che tiene in piedi la pratica quotidiana nelle prime settimane.

La difficoltà tecnica centrale è la concentrazione passiva, che va corretta appena compare. Il segnale è la persona che riferisce di «spingere» la pesantezza, di ripetere la formula sempre più in fretta o di controllare a metà seduta se sta funzionando. La correzione non è un’altra spiegazione, è un esperimento: far provare a produrre volontariamente la pesantezza per un minuto e poi a limitarsi a osservare il braccio, e chiedere la differenza. Il secondo errore per frequenza è la seduta troppo lunga, che degenera in sonnolenza o in ruminazione: nelle prime settimane si sta sotto i tre minuti.

L’esercizio del cuore è quello che richiede più attenzione clinica. In chi ha attacchi di panico o preoccupazioni cardiache, portare l’attenzione sul battito riattiva l’ipervigilanza enterocettiva e la seduta si trasforma in monitoraggio del polso: in quei casi si posticipa, si sostituisce con l’esercizio del respiro, oppure si lascia fuori dal ciclo. Analogamente, in presenza di una storia traumatica l’immobilità a occhi chiusi può far emergere intrusioni: si pratica seduti, a occhi socchiusi, con sedute molto brevi, e si valuta se non sia il caso di lavorare prima sulla stabilizzazione.

Nell’insonnia il training autogeno funziona come componente di distensione dentro un percorso che include igiene del sonno, controllo degli stimoli ed eventualmente restrizione del sonno: da solo, e praticato a letto con l’obiettivo di addormentarsi, diventa parte dello sforzo di dormire e mantiene il problema. La regola pratica da dare è netta: si pratica nel tardo pomeriggio o nella prima serata, in poltrona, con la ripresa; la versione a letto e senza ripresa si concede soltanto quando la pratica è consolidata e la persona non la usa per controllare l’addormentamento.

Cautele e controindicazioni

  • Non è indicato in presenza di sintomi psicotici in fase attiva o di sintomi dissociativi marcati, dove la riduzione della vigilanza può peggiorare il quadro.
  • Nelle patologie cardiache, nell’ipotensione e nelle aritmie l’esercizio del cuore va omesso o introdotto solo dopo parere medico; lo stesso vale in presenza di ansia focalizzata sul battito.
  • Chi è in terapia insulinica va avvisato che l’esercizio del plesso solare può accompagnarsi a variazioni glicemiche, e va concordato con il diabetologo. In gravidanza il quinto esercizio si omette.
  • In caso di epilessia o di patologie neurologiche note, la pratica va concordata con il medico curante.
  • La ripresa non si salta: senza di essa si resta rallentati per alcuni minuti, con rischio di capogiro alzandosi. Non si pratica alla guida né in situazioni che richiedono attenzione.
  • Il training autogeno non sostituisce il trattamento di un disturbo d’ansia, depressivo o del sonno, e non va usato per rimandare una valutazione clinica di sintomi fisici persistenti.

Domande frequenti

Quanto tempo ci vuole per imparare il training autogeno?

Ogni esercizio richiede due o tre settimane di pratica quotidiana, quindi il ciclo completo dei sei si acquisisce in un arco di tre-sei mesi. La prima sensazione di pesantezza compare in genere entro la seconda settimana, ma non è quello il traguardo: l’obiettivo è che la seduta diventi automatica e replicabile in pochi minuti ovunque. Chi accelera i passaggi arriva agli ultimi esercizi senza avere stabilizzato i primi.

Si può imparare il training autogeno da soli?

Le prime settimane sono quelle in cui si prendono le abitudini che poi restano, ed è il motivo per cui la tecnica viene tradizionalmente insegnata in piccolo gruppo o individualmente. Praticare da soli con una traccia audio è possibile, a patto di tenere le sedute brevi, rispettare i tempi di passaggio fra un esercizio e l’altro ed eseguire sempre la ripresa. In presenza di un disturbo diagnosticato, la pratica autonoma non sostituisce il trattamento.

Cos’è la ripresa e cosa succede se la dimentico?

È la sequenza che chiude la seduta: si flettono con forza le braccia due o tre volte, si fa un respiro profondo e si aprono gli occhi. Serve a ripristinare tono muscolare e vigilanza dopo qualche minuto di immobilità. Saltandola ci si sente rallentati o storditi per una decina di minuti, e alzandosi di scatto si può avere un capogiro. Si omette solo quando si pratica a letto con l’intenzione di addormentarsi.

Il training autogeno fa dormire?

Praticato regolarmente abbassa il livello di attivazione serale e questo, nell’insonnia sostenuta da tensione, aiuta l’addormentamento. Il punto delicato è l’intenzione: se lo si esegue a letto per addormentarsi e si controlla se sta funzionando, diventa parte dello sforzo di dormire, che è uno dei meccanismi che mantengono l’insonnia. Meglio praticarlo in poltrona nella prima serata e lasciare che l’effetto arrivi da solo.

Perché non sento la pesantezza al braccio?

Nelle prime sedute è la norma, e nelle prime tre settimane capita a molte persone. Quasi sempre il motivo è che si sta cercando di produrre la sensazione: il training autogeno funziona in senso contrario, la formula si ripete e si resta a osservare. Altre cause frequenti sono sedute troppo lunghe, posizione poco sostenuta e ambiente rumoroso. Se dopo un mese non è cambiato nulla, conviene rivedere l’esecuzione con chi la insegna.

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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.