Mindfulness e ACT
Matrice ACT: come si usa, con esempio compilato
La matrice ACT è uno schema che si disegna a mano su un foglio: una croce che separa quattro caselle. In basso c’è quello che accade dentro — chi e cosa conta per te, e ciò che si mette in mezzo quando provi ad avvicinarti; in alto quello che una telecamera potrebbe filmare — le cose che fai per allontanarti da un disagio e quelle che fai per andare verso ciò che conta. Si compila in una decina di minuti e resta come mappa a cui tornare per tutto il percorso.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Si disegna una croce al centro del foglio. La linea verticale divide la parte destra, dove sta ciò verso cui ti muovi, dalla parte sinistra, dove sta ciò da cui scappi. La linea orizzontale divide il basso dall’alto: sotto va quello che succede dentro di te e che nessuno può vedere — pensieri, emozioni, ricordi, sensazioni del corpo; sopra va quello che si può osservare dall’esterno, cioè il comportamento, le cose che fai con le mani, con le gambe e con la voce. Quattro caselle, due domande semplici, nessun punteggio.
L’ordine con cui si riempie non è indifferente e va rispettato: si comincia dal basso a destra, con chi e cosa conta davvero — le persone, le attività, il tipo di persona che vuoi essere. Poi il basso a sinistra: quando provi a muoverti in quella direzione, cosa si presenta dentro. Poi l’alto a sinistra: cosa fai concretamente quando quella roba si presenta — rimandare, controllare, bere, restare a letto, riempire la giornata. Infine l’alto a destra: le cose che fai, o che hai fatto in passato, che ti portano verso ciò che conta.
La matrice non giudica e non divide le azioni in buone e cattive. Fa una cosa sola: le ordina in base a cosa servono. Le mosse a sinistra funzionano quasi sempre, ed è per questo che si ripetono — rimandare l’email toglie l’ansia in due secondi, controllare il telefono a letto sposta il pensiero. Il costo non si vede nel momento, si vede nella colonna di destra che nel frattempo si svuota. Quando le due colonne sono una accanto all’altra sullo stesso foglio, il conto diventa visibile senza che nessuno debba spiegartelo.
Una volta compilata, la matrice si usa nella giornata come domanda rapida: quello che sto facendo adesso mi porta verso qualcosa che conta o mi allontana da qualcosa che non voglio sentire. La stessa azione può stare a destra o a sinistra a seconda del momento, e la risposta non obbliga a cambiare comportamento: notarlo è già il lavoro. Molte persone fotografano il foglio e lo tengono nel telefono proprio per questo, perché serve nei momenti in cui non si ha voglia di leggere niente.
Quando è utile
- Nelle prime sedute di un percorso ACT, per costruire un linguaggio comune in dieci minuti invece che in un mese.
- Quando il racconto è pieno di sintomi e la domanda «cosa conta per te» non trova spazio.
- Con chi ha già capito cosa dovrebbe fare e continua a fare il contrario.
- Per rendere visibile un evitamento che la persona non riconosce come tale perché è diventato abitudine.
- In gruppo e con adolescenti, dove lo schema visivo regge meglio di una spiegazione.
- Come punto di partenza di una seduta: si riapre il foglio e si chiede cosa è successo in ciascun quadrante.
- Per decidere l’ordine del lavoro quando i problemi portati sono molti e slegati.
Come si fa, passo per passo
1. Disegna la croce sul foglio
Una linea verticale e una orizzontale, al centro di un foglio orizzontale. A sinistra della verticale scrivi «via da», a destra «verso». Sotto l’orizzontale scrivi «esperienza interna: lo noto solo io», sopra «comportamento: lo vedrebbe una telecamera». Il foglio lo tiene e lo scrive la persona, non il terapeuta.
2. Comincia dal quadrante in basso a destra
La domanda è: chi è importante per te, e per cosa vale la pena fare fatica. Nomi propri, attività, modi di comportarsi. Se arrivano parole astratte come rispetto o libertà, chiedi con chi e in quali momenti si vedono, e scrivi quella versione. Questo quadrante si riempie per primo perché è il motivo per cui esiste il resto della mappa.
3. Scrivi sotto a sinistra gli ostacoli
Quando provi a muoverti verso le cose appena scritte, cosa compare dentro di te. Pensieri con le loro parole esatte, emozioni, ricordi, sensazioni fisiche, impulsi. Non serve organizzarli né spiegarli: qui si raccoglie, e il fatto che una voce sembri irragionevole non la esclude, anzi di solito è il segno che va scritta.
4. Elenca sopra a sinistra le fughe
Cosa fai quando quella roba si presenta, filmato da fuori: rimandi, controlli, rispondi «tutto bene», rimani a letto, apri il frigorifero, riempi la giornata di impegni. Se compare un’emozione, non appartiene a questo quadrante ma a quello sotto: la domanda di controllo è sempre cosa vedrebbe una telecamera.
5. Elenca sopra a destra gli avvicinamenti
Le cose che fai, o che facevi, che ti portano verso il quadrante in basso a destra. Vanno bene anche azioni minime e sporadiche, e vanno benissimo quelle passate: servono a mostrare che questa colonna non è mai stata vuota. Se resta quasi deserta, è un dato importante e va lasciato lì, senza riempirlo per cortesia.
6. Confronta le due colonne per funzione
Guarda le due metà in alto e chiediti, per ogni voce, a cosa è servita sul momento e a cosa è servita nel lungo periodo. È il criterio con cui la matrice lavora: non se un comportamento sia giusto, ma se ti abbia portato dove volevi andare. La stessa azione può cambiare colonna a seconda del motivo per cui la fai.
7. Usa la matrice come controllo rapido
Fotografa il foglio e, nei giorni successivi, fermati due o tre volte a chiederti in quale quadrante stai in quel momento. Non serve cambiare comportamento subito: la prima settimana si osserva soltanto. Portare in seduta tre episodi riconosciuti vale più di una settimana passata a correggersi.
Esempio
Matrice compilata in seduta da un uomo di 38 anni, arrivato per ansia legata al lavoro e insonnia. Il foglio è stato riempito in senso antiorario a partire dal basso a destra, in circa quindici minuti.
| Quadrante | La domanda che lo apre | Cosa ha scritto |
|---|---|---|
| 1. In basso a destra — chi e cosa conta | Chi è importante per te, e per cosa vale la pena fare fatica? | Mia figlia Elena. Mio fratello, che non sento da otto mesi. Essere uno di cui al lavoro ci si può fidare. Correre. |
| 2. In basso a sinistra — cosa si mette in mezzo | Quando provi ad andare in quella direzione, cosa compare dentro di te? | Nodo allo stomaco la domenica sera. «Prima o poi si accorgono che non sono all’altezza». Immagine di me che mi blocco in riunione. Vergogna quando mio fratello chiama. |
| 3. In alto a sinistra — cosa faccio per allontanarmi | Cosa fai quando quella roba si presenta? Cosa vedrebbe una telecamera? | Rimando le mail difficili a fine giornata. Scorro il telefono a letto fino all’una. Rispondo «tutto bene» e chiudo. Salto la corsa e dico che ho lavorato fino a tardi. |
| 4. In alto a destra — cosa faccio per avvicinarmi | Cosa fai, o hai fatto, che ti porta verso quelle persone e quelle cose? | Porto Elena in piscina il sabato. Il mese scorso ho chiesto un colloquio al capo. Correvo tre volte a settimana fino a marzo. |
Si compila in senso antiorario partendo dal basso a destra. Cominciare dall’alto a sinistra, cioè dall’elenco di ciò che non va, trasforma la matrice in un altro inventario di sintomi e chiude proprio la domanda per cui la si sta disegnando.
Quasi tutte le voci in alto a sinistra funzionano benissimo: rimandare la mail toglie l’ansia in due minuti, lo schermo a letto sposta il pensiero. Il costo non compare in quella colonna, compare nell’altra, che in questo caso si è svuotata da marzo in poi.
La corsa sta a destra, ma andrebbe verificata di volta in volta: correre per allenarsi è una mossa verso, correre alle undici di sera per non pensare alla domenica è una mossa via da. La domanda non è mai cosa fai, è a cosa ti serve in quel momento.
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Note per il professionista
La matrice, nella formulazione diffusa da Kevin Polk e Benjamin Schoendorff, è uno strumento di smistamento prima che di contenuto: non interessa se un pensiero sia vero, interessa da che parte della linea verticale ha portato la persona. Questo la rende utilizzabile dalla prima seduta e con persone che rifiuterebbero un linguaggio psicologico più tecnico. Il foglio lo tiene in mano il paziente, le domande le fa il terapeuta, e conviene resistere alla tentazione di riempire i quadranti al posto suo: il valore dell’esercizio sta nel fatto che la discriminazione la faccia lui, non nell’accuratezza della compilazione.
Sul come: quindici minuti, ordine antiorario dal basso a destra, e una chiusura precisa. La domanda di chiusura è quella di funzionalità — nel lungo periodo, queste mosse ti hanno portato dove volevi andare — posta con tono neutro e seguita da silenzio. Se arriva una risposta di autocritica, la si accoglie e la si colloca: è un’altra voce del quadrante in basso a sinistra, e collocarla sul foglio davanti alla persona è già un intervento di defusione. Nelle sedute successive si riapre lo stesso foglio e si aggiungono righe; serve una matrice nuova solo quando cambiano i valori, cosa rara.
Quattro incidenti ricorrenti. Il primo è lo scivolamento nel merito dei contenuti: si finisce a discutere se sia vero che il capo lo valuta male, e la matrice diventa una scheda ABC mal fatta. Il secondo è l’emozione scritta in alto a sinistra: si riporta sotto chiedendo cosa filmerebbe una telecamera. Il terzo è il tono morale — sinistra cattiva, destra buona — che produce vergogna e compiacenza; va prevenuto dicendo esplicitamente, mentre si riempie, che le mosse a sinistra funzionano sul momento e che è proprio per questo che continuano. Il quarto è il quadrante in basso a destra riempito con doveri: si riconosce dal linguaggio, tutto al condizionale e senza nomi propri.
La matrice fa da collettore per il resto del percorso. La colonna in alto a sinistra fornisce il materiale per l’analisi funzionale e, quando si tratta di evitamento ansioso, l’elenco da cui costruire una gerarchia di esposizione. Il quadrante in basso a sinistra indica dove servono defusione e accettazione, mentre il basso a destra si trasferisce quasi senza modifiche su una bussola dei valori e da lì su un piano di azione impegnata. La domanda «chi è che nota tutto questo», posta con il foglio davanti, è anche il modo più economico per introdurre il sé come contesto senza tenere una lezione.
Cautele e controindicazioni
- Non è un test né uno strumento diagnostico: i quadranti descrivono comportamenti e contesti, non producono un quadro clinico e non misurano nulla.
- L’elenco delle mosse via da può essere letto come una lista di colpe. Va normalizzato mentre lo si scrive, non alla fine, quando la vergogna è già arrivata.
- In presenza di trauma, il quadrante in basso a sinistra può aprire contenuti che una seduta introduttiva non può contenere: si dosa, si resta sulle parole che la persona sceglie e non si chiede di approfondire lì.
- Con disturbo ossessivo-compulsivo la compilazione può diventare una verifica ripetuta della collocazione esatta di ogni voce: si scrive una volta sola, a penna, e non si corregge.
- In depressione grave la colonna delle mosse verso può restare vuota. Lasciarla vuota è corretto, ma la seduta non deve chiudersi lì: serve un’azione minima concordata prima di uscire.
- Compilata da soli, la matrice chiarisce la mappa; quello che non fa da sola è reggere ciò che compare quando si smette di usare la colonna di sinistra.
Domande frequenti
Come si usa la matrice ACT in pratica?
Si disegna una croce su un foglio: la linea verticale separa le mosse verso ciò che conta da quelle per allontanarsi dal disagio, la linea orizzontale separa l’esperienza interna, in basso, dal comportamento osservabile, in alto. Si riempiono i quattro quadranti in seduta, in una quindicina di minuti, e si chiude chiedendo a cosa sono servite le mosse di sinistra nel lungo periodo. Nei giorni successivi si usa come domanda rapida: in quale quadrante sto adesso.
Da quale quadrante si comincia?
Dal basso a destra, quello di chi e cosa conta, e poi si prosegue in senso antiorario: ostacoli interni, mosse via da, mosse verso. L’ordine è parte del metodo. Se si parte dall’alto a sinistra, cioè dall’elenco di quello che non funziona, il foglio diventa un inventario di sintomi e perde il termine di paragone che gli dà senso: senza sapere verso cosa ci si stava muovendo, una mossa di evitamento non ha nemmeno un costo da leggere.
Che differenza c’è fra la matrice ACT e l’hexaflex?
L’hexaflex è il modello teorico dell’ACT: sei processi — accettazione, defusione, contatto con il momento presente, sé come contesto, valori, azione impegnata — organizzati in un esagono, utili al clinico per orientarsi. La matrice è uno strumento di lavoro derivato, pensato per essere compilato con la persona in pochi minuti e senza terminologia tecnica. Dicono la stessa cosa: la matrice la dice in una forma che si può disegnare su un tovagliolo.
Quanto tempo serve per compilare la matrice?
Dai dieci ai venti minuti la prima volta, meno nelle sedute successive, quando si riapre lo stesso foglio e si aggiungono righe. Vale la pena non affrettarla e non completarla al posto della persona: un quadrante lasciato a metà perché non veniva in mente nulla è un’informazione, e spesso è quella più utile della seduta. Una matrice scritta per intero dal terapeuta in cinque minuti è un bel disegno che non appartiene a nessuno.
Posso usare la matrice ACT da solo?
Si può disegnare e riempire in autonomia, ed è uno degli strumenti ACT che si presta meglio a questo, perché non richiede nessun vocabolario tecnico. I due limiti sono prevedibili: da soli è difficile accorgersi che una voce messa a destra sta in realtà servendo a evitare qualcosa, e vedere la colonna dell’evitamento tutta insieme, senza nessuno che la normalizzi, può trasformarsi rapidamente in autoaccusa invece che in una mappa.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.