Mindfulness e ACT
Metafora dei passeggeri sull’autobus: come si usa in ACT
Nella metafora dei passeggeri sull’autobus, in inglese passengers on the bus, tu sei l’autista e i pensieri, i ricordi, le emozioni e gli impulsi sono passeggeri saliti a bordo negli anni. Minacciano, insultano, promettono di calmarsi se cambi strada: quello che non possono fare è mettere le mani sul volante. Serve a mostrare in pochi minuti, e in un modo che resta, che la direzione la sceglie chi guida, non chi grida più forte.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
Se stai male adesso
Questa pagina non è un servizio di emergenza e nessuno risponde qui di notte. Se sei in pericolo chiama il 112. Per parlare subito con qualcuno: Telefono Amico Italia 02 2327 2327, tutti i giorni. Se hai meno di 18 anni, Telefono Azzurro 19696.Che cos’è e a che cosa serve
La scena è questa. Sei l’autista di un autobus e hai una direzione: la fermata dove vuoi arrivare. Nel corso degli anni sono saliti dei passeggeri, non li hai scelti tu e non hanno il biglietto. Alcuni stanno buoni, altri no: si alzano quando prendi certe strade e cominciano a urlare dal fondo. «Non sei capace», «guarda come ti stanno guardando», «ti ricordi cosa è successo l’ultima volta», «accosta, fermati qui». Hanno voci sgradevoli, conoscono i tuoi punti deboli e non si stancano mai.
A un certo punto si fa un accordo, quasi sempre senza accorgersene. Cambi strada, prendi la deviazione che i passeggeri chiedono, e loro si siedono e tacciono. Funziona, ed è per questo che l’accordo regge: il silenzio arriva subito. Il prezzo si paga altrove e più tardi, perché ogni deviazione allontana dalla fermata dove volevi andare. Dopo qualche anno l’autobus gira in un quartiere sempre più piccolo, dove nessuno si alza, e la vita si è ristretta a quel quartiere. In pratica i passeggeri non hanno mai guidato: si sono limitati a farti guidare tu al posto loro.
L’alternativa non è cacciarli. Nessuno scende, perché non si può far scendere un ricordo o un’emozione, e ogni tentativo di buttarli giù richiede di fermare l’autobus: è quello che fai già ogni volta che passi la giornata a discutere con un pensiero. L’alternativa è tenere la strada mentre loro urlano. Le prime volte è rumoroso, e di solito diventa più rumoroso prima di diventare meno, perché un passeggero che ha sempre ottenuto la deviazione alza la voce quando non la ottiene più.
Non significa ignorarli. Puoi sentirli benissimo, puoi persino guardarli nello specchietto e riconoscerli uno per uno: quello è il senso di colpa di dieci anni fa, quello è la voce di tuo padre, quello è la paura di fare brutta figura. Cambia una cosa sola, e non è una cosa piccola: le mani sul volante restano tue, e la fermata la scegli tu. Molte persone, dopo questo esercizio, si accorgono che l’unica domanda utile nei momenti difficili è diventata una sola: in questo momento chi sta guidando.
Quando è utile
- Quando i pensieri autocritici vengono trattati come istruzioni da eseguire.
- Con chi dice «prima devo togliermi l’ansia, poi ricomincio a fare le cose».
- Nell’evitamento che ha ristretto progressivamente il perimetro della vita.
- Come razionale prima di un’esposizione, per spiegare perché non si aspetta che la paura passi.
- In ansia sociale, panico e umore depresso, dove le voci a bordo sono ricorrenti e riconoscibili.
- In gruppo e con adolescenti, perché si può mettere in scena invece che spiegare.
- Quando serve un linguaggio breve da riusare per mesi: una domanda sola, chi guida adesso.
Come si fa, passo per passo
1. Racconta la scena senza spiegarla
Si narra al presente, in seconda persona, lentamente: l’autobus, la direzione, i passeggeri saliti negli anni, le loro urla, la deviazione che li zittisce. Poi si sta zitti. La metafora lavora se arriva come immagine, non come dimostrazione, e chiudere con «quindi capisci che…» è il modo più rapido per disattivarla.
2. Fai nominare i passeggeri veri
Si chiede quali passeggeri ci sono su quell’autobus, e si scrivono le loro frasi con le parole esatte, una per foglietto: «non sei all’altezza», «figurati se ti richiamano», «se ti agiti ancora finisce male». Servono le parole di chi parla, non una parafrasi educata: una frase addolcita non urla, e quindi in seduta non funziona.
3. Ricostruisci le deviazioni prese
Per ogni passeggero, la domanda è quale strada ti ha fatto cambiare: quali inviti hai rifiutato, quali telefonate non hai fatto, quali percorsi eviti. Qui la metafora smette di essere un racconto e diventa un inventario dell’evitamento, che è la parte da cui si ricava il lavoro delle settimane successive.
4. Metti i passeggeri sulle sedie
In seduta si dispongono i foglietti su sedie o sul tavolo, alle spalle della persona, e si nomina ad alta voce quello che dicono. Va chiesto il permesso prima, perché sentirsi leggere addosso le proprie frasi è impegnativo, e va detto che si può fermare tutto in qualsiasi momento.
5. Guida con i passeggeri a bordo
Si indica un punto della stanza come fermata di valore — una persona, un’attività, un modo di comportarsi — e si chiede di camminare verso quel punto mentre le frasi vengono lette alle spalle. Non si risponde, non si accelera, non ci si copre le orecchie: si cammina e basta, finché non si arriva.
6. Chiudi con una deviazione da riprendere
Prima della fine si sceglie una strada concreta, con giorno e ora, che era stata abbandonata per un passeggero preciso. La metafora senza un comportamento resta un bel racconto: è l’unico esercizio di ACT in cui vale la pena essere insistenti sulla chiusura, perché la lucidità del momento evapora in due giorni.
Esempio
Come è stata condotta con una donna di 29 anni, in terapia per ansia sociale, che aveva smesso di candidarsi a posizioni più esposte e rifiutava da mesi gli inviti dei colleghi. La metafora è stata raccontata nella quarta seduta e messa in scena nella quinta.
La consegna, quasi parola per parola. «Immagina di guidare un autobus, e che questo autobus sia la tua vita. Hai una direzione, sai dove vorresti arrivare. Dietro di te ci sono dei passeggeri: sono saliti in momenti diversi, alcuni molto tempo fa, e nessuno di loro ha chiesto il permesso. Finché guidi in certe strade stanno seduti. Quando punti verso il posto dove vuoi andare, si alzano e cominciano a urlare. Ti dicono cose che sanno fare male, perché ti conoscono. E hanno una proposta, sempre la stessa: gira a destra e ci sediamo. Tu giri, e infatti si siedono. Funziona. L’unica cosa è che quel posto dove volevi andare si allontana di un isolato ogni volta.» Poi silenzio, quindici o venti secondi, e una sola domanda: «chi c’è sul tuo autobus».
I passeggeri, scritti da lei su foglietti, con le sue parole: «diranno che sei stucchevole», «ti si incrina la voce e finisce come alla laurea», «non hai niente di interessante da dire», «tanto poi ti escludono lo stesso». Le deviazioni corrispondenti, ricostruite nella stessa seduta: quattro aperitivi rifiutati con la scusa del lavoro, una candidatura interna non inviata, l’abitudine di parlare in riunione solo se interrogata direttamente.
La messa in scena, con il suo consenso esplicito. I quattro foglietti sono stati appoggiati su altrettante sedie disposte in fila; la fermata di valore era la finestra, e rappresentava «dire la mia in riunione senza aspettare che me lo chiedano». Mentre camminava dalla porta alla finestra, il terapeuta leggeva le frasi alle sue spalle, senza aggiungere niente e senza alzare la voce. Arrivata alla finestra le è stato chiesto solo cosa fosse successo. Ha risposto: «sono arrivata lo stesso. Continuavano a parlare, ma sono arrivata lo stesso, e non è successo niente». Poi ha riso e ha detto che la sedia con «ti si incrina la voce» era quella che aveva evitato di guardare.
La chiusura, che è la parte da non saltare. È stata scelta una deviazione da riprendere entro la settimana: parlare per prima sul punto dei turni nella riunione del giovedì, una frase preparata, entro i primi dieci minuti. Nelle sedute successive la metafora è rimasta come abbreviazione — «chi stava guidando, giovedì» — e ha retto per mesi, cosa che una spiegazione sull’evitamento esperienziale non fa.
Cerchi un terapeuta esperto di ACT (Acceptance and Commitment Therapy)?
Lascia la tua email: una persona legge la richiesta e ti propone uno psicologo iscritto all’Albo, in presenza o online. Rispondiamo entro un giorno lavorativo, senza impegno.
Note per il professionista
La metafora si consegna, non si argomenta. Va raccontata al presente e in seconda persona, con un ritmo più lento del parlato normale, e va lasciata cadere nel silenzio: la tentazione di chiudere con la morale è forte e la disinnesca, perché sposta l’esperienza sul piano del ragionamento, che è esattamente il piano su cui la persona ha già perso. La domanda dopo la pausa è «chi c’è sul tuo autobus», mai «hai capito». Se arriva un’obiezione, non si difende l’immagine: si chiede dove non torna, e quasi sempre il punto in cui non torna è il materiale clinico più interessante della seduta.
La messa in scena è ciò che la rende memorabile a distanza di mesi. Servono foglietti con le frasi nelle parole esatte della persona, sedie o oggetti a rappresentare i passeggeri, un punto della stanza che rappresenti una direzione di valore, e il consenso esplicito prima di leggere ad alta voce: sentirsi pronunciare addosso le proprie frasi più dure è impegnativo, e va detto che si può interrompere. Si legge con tono neutro, senza teatralità e senza sarcasmo. Nel debriefing si chiede cosa è successo, non come si è sentita: il dato utile è che è arrivata alla finestra mentre i passeggeri parlavano, non che l’ansia sia scesa.
Quattro modi tipici in cui va male. Il primo è l’uso retorico, cioè la metafora come argomento per vincere una discussione: la persona annuisce, non cambia nulla e la prossima immagine avrà meno credito. Il secondo è la traduzione spontanea in «quindi devo ignorare i pensieri», che è soppressione e produce l’effetto opposto; va corretta subito precisando che i passeggeri si possono ascoltare, guardare nello specchietto e persino ringraziare. Il terzo è «ma quel passeggero sono io», che non è un’obiezione ma un’apertura naturale al lavoro sul sé come contesto. Il quarto, il più frequente, è la metafora senza comportamento: se la seduta non si chiude con una strada concreta da riprendere, entro una settimana resterà solo un’immagine simpatica.
Nel percorso, questa metafora fa da ponte. Fornisce il razionale dell’esposizione senza dover parlare di abituazione — si guida mentre urlano, non si aspetta che tacciano — e prepara la defusione, perché nominare i passeggeri è già un atto di distanziamento dal contenuto. Diventa poi un’abbreviazione riutilizzabile per l’intero trattamento: «chi stava guidando» è una domanda che in dieci secondi riporta la seduta sul comportamento. Vale la pena riprenderla quando la persona ricomincia a trattare le sensazioni come istruzioni, e affiancarla alle sabbie mobili quando il problema non è la direzione ma la lotta in sé.
Cautele e controindicazioni
- Non sostituisce il lavoro comportamentale: senza un’esposizione o un’azione concreta che ne segua, resta un’immagine che si consuma in pochi giorni.
- Il fraintendimento più comune è «devo ignorare i pensieri», che è soppressione e peggiora il quadro: va corretto nel momento stesso in cui compare.
- Se fra i passeggeri compaiono impulsi autolesivi o pensieri di morte, non vanno trattati come passeggeri qualunque: si passa alla valutazione del rischio e a un piano di sicurezza.
- In presenza di voci in un quadro psicotico la somiglianza con l’immagine è ingannevole e l’uso richiede un trattamento strutturato, non un’estemporanea in seduta.
- La lettura ad alta voce delle frasi più dure va sempre consentita prima, e va sospesa se compaiono segni di attivazione eccessiva o di distacco: con adolescenti e storie traumatiche serve particolare cautela.
- Ripetuta troppo spesso diventa uno slogan interno e perde forza: si riusa come richiamo breve, non come rilettura completa a ogni seduta.
Domande frequenti
Come si racconta la metafora dei passeggeri sull’autobus?
Al presente, in seconda persona, lentamente: tu guidi un autobus che è la tua vita, hai una direzione, e dietro ci sono passeggeri saliti negli anni che urlano quando punti verso quel posto. Offrono sempre lo stesso patto: cambia strada e ci sediamo. Funziona, e per questo continua. Poi si tace e si chiede soltanto chi c’è su quell’autobus. Nessuna spiegazione dopo: aggiungere la morale sposta tutto sul piano del ragionamento e la metafora smette di lavorare.
Che cosa significa la metafora in ACT?
Che pensieri, emozioni, ricordi e impulsi non hanno nessun potere diretto sul comportamento: non guidano, parlano. Il potere lo acquistano attraverso l’accordo che ciascuno finisce per fare, cioè cambiare strada per ottenere silenzio. Quel patto conviene nell’immediato e costa nel lungo periodo, perché ogni deviazione allontana dalla vita che si voleva. L’obiettivo non è avere passeggeri più gentili, è tenere il volante mentre sono a bordo e rumorosi.
I passeggeri prima o poi scendono?
Non è quella la scommessa. Ricordi, paure e pensieri automatici non hanno una fermata dove far scendere qualcuno, e ogni tentativo di buttarli giù richiede di fermare l’autobus, cioè di fermare la propria vita per occuparsi di loro. Nella pratica succede spesso che, non ottenendo più la deviazione, alzino la voce per un po’ e poi si facciano sentire meno: è un effetto collaterale gradito, non il criterio di riuscita. Il criterio è dove è arrivato l’autobus.
Che differenza c’è con la metafora delle sabbie mobili?
Rispondono a due domande diverse. Le sabbie mobili riguardano la lotta: mostrano che divincolarsi contro una sensazione sgradevole peggiora la situazione, e che la mossa utile è smettere di combattere. I passeggeri sull’autobus riguardano la direzione: mostrano che si può andare dove conta mentre il disagio è presente e rumoroso. In una seduta si usano spesso di seguito, prima l’una e poi l’altra, perché la seconda dice cosa fare con l’energia che la prima ha liberato.
Posso usarla da solo?
Ripensarla per conto proprio è utile e innocuo, soprattutto scrivendo per esteso chi sono i passeggeri e quali strade hanno fatto cambiare. Il limite è che, da soli, la metafora tende a rimanere un’immagine gradevole: quello che la rende efficace è la parte scomoda, cioè guidare verso qualcosa che conta mentre le frasi si fanno sentire. Se l’elenco delle deviazioni prese è lungo, quella lista è esattamente la ragione per cui esiste un percorso terapeutico.
Esercizi collegati
Sei un professionista?
Atlante Clinico è il repertorio di tecniche ed esercizi che cerchi prima della seduta: schede tratte dai testi di riferimento, ricercabili per obiettivo e per orientamento, con le cautele accanto alla procedura.
Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.