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Urge surfing: cavalcare il desiderio senza cedere
L’urge surfing è una pratica breve in cui si resta con il desiderio di bere, fumare, giocare o abbuffarsi osservandolo come un’onda, senza assecondarlo e senza combatterlo, finché si esaurisce da solo. L’idea è di Alan Marlatt e nasce da un dato semplice: un impulso non cresce all’infinito, sale, tocca un massimo e scende, di solito nell’arco di venti o trenta minuti.
Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.
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Il desiderio intenso ha una forma riconoscibile. Comincia con un innesco — un odore, un orario, una discussione, un posto — sale in fretta e dà l’impressione che continuerà a crescere finché non cedi. È questa impressione, più della sensazione in sé, a far cedere le persone: se fosse vero che l’impulso aumenta senza limite, l’unico modo di farlo finire sarebbe dargli quello che chiede. In realtà ha un culmine, e dopo il culmine scende, che tu faccia qualcosa o no.
Di fronte a un impulso le strategie spontanee sono due e falliscono entrambe. La prima è cedere, con il sollievo immediato che insegna al cervello che quella era l’unica uscita, rendendo l’impulso successivo più forte. La seconda è combatterlo a denti stretti, ripetendosi di non pensarci: la lotta richiede uno sforzo che non si può sostenere a lungo e paradossalmente tiene il desiderio al centro dell’attenzione. L’urge surfing propone una terza posizione, che non è né assecondare né resistere, ma osservare e aspettare.
In pratica si fa così. Quando l’impulso arriva, ti fermi e lo nomini: «è arrivato il desiderio di bere». Poi cerchi dove si sente nel corpo, perché ha sempre una collocazione fisica — la gola, lo stomaco, una tensione nelle mani, un’agitazione al petto. Lo descrivi come descriveresti il tempo atmosferico: dove sta, quanto è ampio, se pulsa, se si sposta. Appoggi il respiro sotto la sensazione, lento, senza forzare. E aspetti, dando ogni due minuti un punteggio da 0 a 10, che è il modo più semplice per accorgersi che la curva si muove.
Due cose da sapere prima di provarci. La prima è che non è un trucco per far sparire il desiderio: se lo fai aspettandoti che scompaia entro trenta secondi, resterai deluso e concluderai che non funziona. Serve a stare su un’onda fino a quando si abbassa, e il cambiamento arriva con la ripetizione, non con la singola prova. La seconda è che l’onda non è sempre una sola: a volte ne arrivano tre o quattro di seguito, ognuna un po’ più bassa della precedente. Ogni volta che ne attraversi una senza cedere, la successiva ha meno forza.
Quando è utile
- Desiderio intenso di alcol, sigarette, sostanze, gioco d’azzardo o acquisti compulsivi, nei momenti in cui compare.
- Impulso all’abbuffata in un percorso per disturbi alimentari, quando non è legato a una restrizione alimentare in corso.
- Nelle prime settimane dopo aver smesso, quando gli inneschi ambientali sono ancora frequenti e imprevedibili.
- Impulsi ad agire su rabbia o gelosia — mandare il messaggio, controllare il telefono, rispondere subito.
- Come componente di un piano di prevenzione delle ricadute, nella parte che riguarda cosa fare sul momento.
- Quando le strategie di resistenza a forza di volontà hanno già mostrato di reggere poco e di essere estenuanti.
Come si fa, passo per passo
1. Fermati e nomina quello che sta arrivando
Interrompi quello che stai facendo e dichiara l’impulso, mentalmente o a voce: «è arrivata la voglia di una sigaretta». Nominare è già un passo, perché separa te dal desiderio: non sei tu che devi fumare, è un impulso che sta attraversando il corpo. Se puoi, siediti da qualche parte.
2. Localizza la sensazione nel corpo
Cerca dove si sente fisicamente. Quasi sempre c’è un punto preciso: bruciore alla gola, vuoto allo stomaco, formicolio alle mani, agitazione al petto, salivazione. Se non trovi niente, passa in rassegna il corpo dalla testa ai piedi con calma. Il bersaglio dell’attenzione è la sensazione, non il pensiero sull’oggetto del desiderio.
3. Descrivi la sensazione con precisione
Come faresti con il meteo: quanto è ampia, dove ha i bordi, se è calda o fredda, se pulsa, se resta ferma o si sposta. La descrizione va tenuta al livello fisico e ripetuta man mano che cambia. È questo lavoro di dettaglio che tiene l’attenzione sulla sensazione invece che sui motivi per cui cedere sarebbe ragionevole.
4. Appoggia il respiro sotto la sensazione
Respirazione lenta, senza forzare, con l’espirazione un po’ più lunga dell’inspirazione. Non serve a far passare l’impulso e non va usata con quello scopo: serve a darti qualcosa di stabile mentre l’onda sale, come le gambe piegate di chi sta in piedi su una tavola. Se ti accorgi di respirare per far sparire la sensazione, torna semplicemente a osservarla.
5. Dai un punteggio ogni due minuti
Da 0 a 10, ad alta voce o su un foglio. Non è un dettaglio burocratico: il punteggio rende visibile il movimento della curva, e la scoperta che l’intensità si muove anche quando sembra ferma è ciò che rende credibile la metafora dell’onda. Segna anche l’orario di inizio, perché la stima del tempo in questi minuti è pessima.
6. Resta finché l’intensità si dimezza
Non finché arriva a zero. Il criterio di uscita è il dimezzamento dell’intensità o il fatto che siano passati venti-trenta minuti, e in genere le due cose coincidono. Se arriva una seconda onda, la si attraversa allo stesso modo: la seconda è quasi sempre più bassa della prima.
7. Annota l’onda appena finita
Tre righe subito dopo: che cosa l’aveva innescata, punteggio massimo, quanti minuti è durata. In poche settimane si accumula la prova che serve, ed è una prova personale e non un’affermazione altrui: i tuoi impulsi durano in media un certo tempo e finiscono, e finora ne hai attraversati un certo numero.
8. Allenati sulle onde piccole
Non aspettare la crisi grossa per la prima volta. Esercitati su impulsi minori e quotidiani: il bisogno di controllare il telefono, la voglia di grattarsi una puntura, il caffè fuori orario. Cinque minuti, due o tre volte al giorno. È l’allenamento che rende disponibile l’abilità quando serve davvero.
Esempio
Prima pratica guidata in seduta con un uomo di quarantasei anni che ha smesso di bere da cinque settimane. L’impulso è stato attivato in modo controllato parlando del venerdì sera e del bar sotto casa. La sequenza qui sotto è quella reale, con i tempi e le frasi scambiate.
Minuto 0. «Dov’è adesso, nel corpo?» «In gola e qui davanti, allo stomaco. Come una fame ma più in alto.» Punteggio 7. Si siede più indietro sulla poltrona, piedi a terra, mani sulle cosce. L’indicazione è semplice: non deve fare niente per farla passare, solo dire dove sta e com’è fatta.
Minuto 4. «È salita, adesso è 8. Mi viene da alzarmi.» «Anche l’impulso ad alzarsi è parte dell’onda. Dove lo senti?» «Nelle gambe.» Si aggiunge la descrizione: bordi, temperatura, se pulsa. Risponde che in gola brucia e che lo stomaco è «vuoto e stretto». Il respiro viene rallentato, espirazione più lunga, senza istruzioni complicate.
Minuto 9. Punteggio ancora 8, e qui arriva il momento critico: «non scende, è inutile». La risposta non è rassicurare ma restare sui dati: «hai detto 7, poi 8, poi 8. Quanto è durata la più lunga di cui ti ricordi?» «Forse mezz’ora.» «Siamo a nove minuti.» Si riprende con la descrizione fisica, senza aggiungere altro.
Minuto 14, punteggio 6. Minuto 18, punteggio 4: «adesso è più un pensiero che una sensazione». Minuto 22, punteggio 2. Alla fine, la frase che si è portato a casa e che è stata scritta su una carta: «dura più o meno venti minuti e scende anche se non faccio niente». Nelle settimane successive ha praticato su impulsi minori — il caffè al bar delle 18, il telefono — prima di usarla su un venerdì sera.
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Note per il professionista
La pratica si insegna in seduta e non a parole, e il modo più efficace è attivare un impulso moderato in un contesto protetto: parlare del rituale, degli orari, degli odori, o usare uno stimolo concreto se il setting lo consente. Un urge surfing spiegato e affidato come compito senza averlo mai fatto insieme viene eseguito come tecnica di resistenza a denti stretti, che è precisamente il contrario. Prima della pratica conviene raccogliere dal diario degli impulsi la durata media dei craving della persona: è quel numero, non la metafora dell’onda, a rendere sostenibile l’attesa quando l’intensità è alta.
Il punto in cui la pratica salta è quasi sempre lo stesso e arriva fra l’ottavo e il decimo minuto: l’intensità non scende, la persona conclude che non funziona e si prepara a cedere. La gestione corretta non è la rassicurazione, che sposta il compito sul terapeuta, ma il ritorno ai dati — la sequenza dei punteggi, la durata dichiarata dalla persona stessa — e la ripresa della descrizione corporea. Vale la pena prevederlo esplicitamente prima di iniziare, dicendo che a un certo punto arriverà il pensiero che sia inutile e che quel pensiero fa parte dell’onda.
Sul dosaggio: pratica quotidiana su impulsi di bassa intensità, cinque minuti due o tre volte al giorno, per due settimane prima di contare sull’abilità nelle situazioni ad alto rischio. Le due degenerazioni da sorvegliare sono la distrazione mascherata — la persona osserva il respiro per non sentire l’impulso, e allora si perde l’apprendimento centrale — e l’uso della pratica come prova di forza, con misurazione della propria resistenza e sensazione di fallimento quando cede. La correzione è la stessa in entrambi i casi: riportare l’istruzione sull’osservazione della sensazione fisica e togliere ogni obiettivo di riduzione.
L’urge surfing gestisce il momento e non riduce da solo l’esposizione agli inneschi: va inserito in un piano che comprenda la modifica dell’ambiente, le alternative concrete nei momenti a rischio e un piano scritto di prevenzione delle ricadute, di cui costituisce la parte operativa immediata. Nelle dipendenze da sostanze con dipendenza fisica, la valutazione medica precede qualsiasi lavoro psicologico sul craving. E quando gli impulsi riguardano comportamenti autolesivi, lo strumento va usato dentro un piano di sicurezza, con contatti definiti e limiti chiari su quanto si aspetta prima di chiedere aiuto.
Cautele e controindicazioni
- L’astinenza fisica da alcol o benzodiazepine non è un craving da attraversare: tremori, sudorazione profusa, confusione, convulsioni sono un’emergenza medica e richiedono una gestione sanitaria.
- Con impulsi autolesivi o suicidari la pratica non si usa da sola: deve stare dentro un piano di sicurezza scritto, con persone da contattare e una soglia oltre la quale si chiede aiuto invece di aspettare.
- Se l’impulso all’abbuffata nasce da una restrizione alimentare in corso, il bersaglio è la restrizione: osservare la fame come se fosse un craving peggiora il quadro.
- Nel disturbo ossessivo-compulsivo la pratica va inserita nella prevenzione della risposta e non usata come tecnica separata, altrimenti rischia di diventare un rituale mentale di gestione dell’ansia.
- L’attenzione al corpo può attivare risposte dissociative in persone con storie traumatiche: in quel caso si lavora prima sull’ancoraggio e si tiene l’osservazione su punti neutri e sull’ambiente.
- Da sola non riduce l’esposizione agli inneschi, e affidarsi solo a questa abilità nelle prime settimane di astinenza lascia scoperti proprio i momenti a maggior rischio.
Domande frequenti
Quanto dura un attacco di desiderio?
Nella maggior parte dei casi fra i quindici e i trenta minuti, con un picco raggiunto abbastanza presto e poi una discesa. La percezione soggettiva è molto diversa, perché durante il craving il tempo si allunga e l’impressione è che l’intensità cresca senza fermarsi. Per questo l’esercizio prevede di segnare l’orario di inizio e un punteggio ogni due minuti: dopo qualche settimana la durata media dei propri impulsi diventa un dato personale, ed è più convincente di qualunque spiegazione.
Che differenza c’è fra urge surfing e distrarsi?
La distrazione sposta l’attenzione altrove e funziona nell’immediato, ma lascia intatta l’idea che l’impulso sia insopportabile e che vada evitato: quando la distrazione non è disponibile, il desiderio ritrova la stessa forza. L’urge surfing fa il contrario, cioè tiene l’attenzione sulla sensazione fisica fino a vederla scendere. L’apprendimento che produce è diverso: non «sono riuscito a non pensarci», ma «l’ho attraversato e finisce da solo». Le due cose possono convivere, in momenti diversi del percorso.
Funziona anche per smettere di fumare?
È una delle applicazioni più comuni, perché il desiderio di sigaretta ha una curva molto marcata e dura pochi minuti, quindi la pratica si può ripetere molte volte al giorno con onde brevi. Va detto che nel fumo la componente fisica dell’astinenza è consistente e l’urge surfing non la elimina: si occupa del momento in cui l’impulso arriva. Sul resto agiscono la modifica delle abitudini legate alla sigaretta e, per molte persone, un supporto farmacologico da valutare con il medico.
Posso farlo da solo?
L’allenamento quotidiano su impulsi piccoli si fa benissimo da soli, e anzi è il modo corretto di costruire l’abilità. I due limiti riguardano i casi più seri: con una dipendenza da sostanze consolidata la pratica è una parte minima di quello che serve, e con impulsi autolesivi non va usata in solitudine ma dentro un piano di sicurezza concordato. Se ti accorgi che la stai usando stringendo i denti, con la sensazione di combattere, l’istruzione va corretta prima di continuare.
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Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.