Quando il percorso è già iniziato

Cambiare psicologo: come dirlo e che cosa portarti dietro

Puoi interrompere un percorso quando vuoi e non devi una giustificazione: l’articolo 18 del Codice Deontologico impegna lo psicologo ad adoperarsi perché sia rispettata la libertà di scelta del professionista da parte di chi si rivolge a lui. La conversazione che quasi tutti temono sta in tre frasi, e si può fare anche per iscritto. La cosa che conviene fare prima di andartene è un’altra: chiedere che cosa è emerso finora, perché è quello che ti evita di ricominciare da capo.

Aggiornato il 1 ottobre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

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In breve

  • Non devi spiegare perché te ne vai, e «non mi sto trovando» è una ragione completa.
  • Se lo chiedi, il professionista è tenuto a darti le informazioni necessarie per cercare interventi diversi e più adatti: lo prevede l’articolo 27 del Codice Deontologico.
  • Appunti, note e documentazione del rapporto vanno custoditi e conservati per almeno i cinque anni successivi alla sua conclusione, secondo l’articolo 17.
  • Una seduta di chiusura serve a te: è il posto in cui si mette in ordine che cosa avete fatto e che cosa resta aperto.
  • Sulle piattaforme il cambio è una procedura con un numero massimo di sostituzioni: conviene chiedere quante sono prima di cominciare.
  • Il preavviso per disdire è una delle condizioni che si concordano all’inizio, e dal 2017 il compenso va comunicato per iscritto o in forma digitale: se non lo ricordi, chiedilo prima di cancellare gli appuntamenti.

Devo dire perché me ne vado?

No. La scelta del professionista a cui rivolgersi è tua, e il Codice Deontologico la protegge: l’articolo 18 chiede allo psicologo di adoperarsi perché quella libertà sia rispettata il più possibile, in ogni contesto. Non esiste una soglia di gravità che autorizza ad andarsene, né un numero minimo di sedute da completare. «Non mi sto trovando» è una ragione intera, anche se non la sai spiegare meglio di così.

La paura che tiene ferme le persone non è giuridica, è sociale: molti cercano il modo di farlo senza comportarsi male, come se interrompere fosse un torto. Dalla parte del professionista è una cosa che succede regolarmente e che fa parte del mestiere: i percorsi finiscono, alcuni finiscono presto, alcuni finiscono perché la persona ha trovato qualcuno che le va meglio.

Resta vero che il modo in cui si chiude conta, e conta soprattutto per te. Chi sparisce senza dire niente di solito si porta dietro un residuo, e spesso non ricomincia con nessun altro. Tre frasi dette una volta costano meno di sei mesi in cui rimandi anche il percorso successivo.

Che cosa dico, di persona?

Si dice all’inizio della seduta, non negli ultimi minuti. All’inizio resta il tempo per parlarne, alla fine diventa un annuncio e basta. Non serve una premessa lunga: la decisione, il fatto che non è in discussione, e se te la senti una parola sul lavoro fatto.

Le frasi sono queste, e vanno bene così come sono:

  • «Ho deciso di interrompere il percorso. Volevo dirlo di persona e non sparire.»
  • «Non è una critica: non mi sto trovando e preferisco fermarmi qui.»
  • «Vorrei usare questa seduta per chiudere, non per riaprire la decisione.»
  • Se insiste per sapere il motivo e tu non vuoi entrarci: «Preferisco non entrare nel merito, è una decisione presa.»
  • Se il motivo lo vuoi dire: «Mi manca una direzione e l’ho già detto due volte senza che cambiasse qualcosa.»

Che cosa scrivo, se non riesco a dirlo a voce?

Per iscritto va bene, e per molti è l’unico modo per farlo davvero. Una email di quattro righe basta: comunichi la decisione, ringrazi, chiedi la sintesi. Per esempio: «Gentile dottoressa, le scrivo per comunicarle che ho deciso di interrompere il percorso. La ringrazio per il lavoro fatto finora. Se le è possibile, le chiederei una sintesi scritta di quanto è emerso, da poter portare a un altro professionista. Cordiali saluti.»

Se l’unico canale che hai è la chat dell’app o il numero di cellulare, vale lo stesso testo accorciato: «Buongiorno, ho deciso di non proseguire con le sedute. Grazie del lavoro fatto. Se le è possibile mi sarebbe utile una sintesi di quello che abbiamo visto finora.» Non devi rispondere alle controproposte nello stesso minuto in cui arrivano.

Una cosa pratica che evita discussioni: disdici gli appuntamenti già fissati rispettando il preavviso concordato all’inizio. Il compenso e le condizioni fanno parte di ciò che il professionista deve pattuire nella fase iniziale del rapporto, e dal 29 agosto 2017 la misura del compenso va comunicata obbligatoriamente in forma scritta o digitale. Se non ricordi quale fosse la regola, chiedila prima di cancellare.

Serve una seduta di chiusura?

Serve a te, e serve più di quanto sembri. In un’ora si mette in ordine quello che è successo: su che cosa avete lavorato, che cosa è cambiato, che cosa è rimasto aperto, che cosa conviene cercare adesso. È l’unico momento in cui qualcuno che ti ha ascoltato per mesi può restituirti una fotografia, e dopo diventa difficile chiederla.

È anche il punto in cui molti percorsi si rovinano all’ultimo metro. Essere congedati con un messaggio, da un giorno all’altro, senza un ultimo incontro, lascia un conto aperto che pesa quanto il percorso intero: vale quando a sparire è il paziente e vale, tanto più, quando a chiudere per messaggio è il professionista.

Se non te la senti di starci un’ora, puoi anche chiedere mezza seduta o una telefonata. E se non te la senti affatto, resta la richiesta scritta: è la versione minima della stessa cosa.

Che cosa posso chiedere prima di andarmene?

L’articolo 27 del Codice Deontologico dice che il professionista, se richiesto, fornisce le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi. È la base su cui poggia tutto quello che segue: non stai chiedendo un favore personale, stai chiedendo una cosa prevista.

Le domande da fare, in qualsiasi ordine:

  • Come descriverebbe il problema su cui abbiamo lavorato.
  • Che cosa abbiamo provato, e che cosa secondo lei ha funzionato e che cosa no.
  • Se c’è stata una diagnosi o una formulazione del caso, e quale.
  • Che tipo di percorso o di figura professionale conviene cercare adesso.
  • Una sintesi scritta, anche breve, da portare al prossimo professionista.

Che fine fa quello che ho raccontato?

Appunti, note, scritti e registrazioni che riguardano il rapporto professionale sono coperti dal segreto e vanno custoditi: l’articolo 17 prescrive che quella documentazione sia conservata per almeno i cinque anni successivi alla conclusione del rapporto, e che la protezione sia garantita anche in caso di impedimento del professionista. Non spariscono il giorno in cui smetti di andarci.

Nulla di tutto questo passa da solo al professionista successivo. Il passaggio, se lo vuoi, lo fai tu: con la sintesi che hai chiesto, oppure consentendo esplicitamente che i due si parlino. È una scelta che resta in mano a te.

Se la sintesi non arriva, scrivila da solo prima di cercare qualcun altro. Una pagina, mentre ricordi: quando è cominciato il problema, quanto è durato il percorso e con quale approccio, che cosa ti ha aiutato, che cosa ti ha fatto decidere di smettere, che cosa vuoi adesso. È la cosa che accorcia davvero la partenza successiva.

Cambiare vuol dire ricominciare da zero?

In parte sì: il nuovo professionista rifarà le domande iniziali, perché deve farsi un’idea con i suoi strumenti e non può lavorare sul riassunto di qualcun altro. Quella fase però dura poche sedute, e con una pagina scritta scorre più in fretta di quanto temi.

In parte no, e questa è la metà che le persone sottovalutano. Dopo mesi di sedute sai nominare quello che ti succede, sai che cosa ti chiude e che cosa ti fa parlare, sai che un certo modo di lavorare con te non attacca. Al primo colloquio con qualcun altro puoi dirlo in due minuti, e vale più di qualsiasi scheda: su come si legge quella scelta c’è la pagina di questa serie su come scegliere uno psicologo.

Il rischio vero non è ripetersi, è fermarsi. Chi interrompe senza passare a nessun altro resta spesso fermo per anni, convinto di aver provato la terapia quando ha provato una persona.

E se reagisce male?

Succede: il motivo trasformato in un sintomo, un rimprovero, la colpa girata addosso, insistenze per un’altra seduta. Quando accade, è un motivo in più per andarsene e non una trattativa da aprire. Non devi restare per non dispiacere a qualcuno che paghi.

Il Codice Deontologico lo dice in due punti: l’articolo 4 impegna lo psicologo a rispettare dignità, autodeterminazione e autonomia di chi si avvale delle sue prestazioni, l’articolo 22 gli chiede di adottare condotte non lesive verso le persone di cui si occupa. Un percorso in cui ti senti sgridato non è un percorso difficile, è un percorso da chiudere.

In quel caso puoi interrompere subito, senza ultima seduta e senza altre spiegazioni: una riga scritta è sufficiente e nessuno può obbligarti a presentarti. Le violazioni del Codice sono materia disciplinare degli Ordini regionali, a cui ci si può rivolgere quando il comportamento è grave: non è una strada veloce, ma esiste.

Domande frequenti

Come dico alla psicologa che non voglio più andare?

All’inizio di una seduta, con una frase sola: «ho deciso di interrompere il percorso, volevo dirlo di persona». Se insiste per i motivi, «preferisco non entrare nel merito» chiude il discorso. Se non riesci a voce, una email di quattro righe vale come comunicazione a tutti gli effetti.

Posso interrompere la terapia senza dire niente?

Puoi, e nessuno verrà a cercarti. Il problema è che lasci sul tavolo la restituzione finale, che è la parte più utile per chi riparte altrove, e che spesso chi sparisce non ricomincia con nessuno. Una comunicazione scritta costa pochi minuti e chiude davvero la cosa.

Devo pagare l’ultima seduta se la disdico?

Dipende dal preavviso concordato all’inizio, che fa parte delle condizioni che il professionista deve pattuire e comunicare per iscritto. Molti studi e molte piattaforme applicano una regola di 24 o 48 ore. Chiedi quale sia prima di cancellare un appuntamento già fissato.

Quante volte si può cambiare psicologo?

Nel privato nessuno tiene il conto: scegli e cambi quando vuoi. Sulle piattaforme il cambio è una procedura interna con un numero massimo di sostituzioni, oltre il quale resti con l’ultimo professionista assegnato. È una delle prime cose da chiedere, insieme a che cosa succede allo storico delle sedute.

Cambiare psicologo significa ricominciare da capo?

Le domande iniziali verranno rifatte, perché il nuovo professionista deve farsi un’idea sua. Quello che non si ripete è il lavoro che hai fatto su di te: arrivare con una pagina scritta su che cosa avete affrontato, che cosa ha funzionato e perché hai smesso accorcia parecchio la fase iniziale.

Fonti

Da leggere dopo

Esercizi citati in questa pagina

Le schede degli esercizi spiegano che cosa si fa concretamente fra una seduta e l’altra. Sono scritte per chi è già in terapia e per chi la conduce.

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