Lavoro sui comportamenti

Problem solving strutturato: le sette fasi, con esempio

Il problem solving strutturato è una procedura in sette fasi che porta da un problema reale a una decisione scritta e datata, passando per la generazione di più alternative e la valutazione delle loro conseguenze. Deriva dal modello di problem solving di D’Zurilla ed è uno dei moduli standard del trattamento del disturbo d’ansia generalizzata e della depressione, dove il pensiero gira a lungo sui problemi senza mai arrivare a una scelta.

Aggiornata il 29 settembre 2026. A cura della redazione clinica di Atlante Clinico.

Se stai male adesso

Questa pagina non è un servizio di emergenza e nessuno risponde qui di notte. Se sei in pericolo chiama il 112. Per parlare subito con qualcuno: Telefono Amico Italia 02 2327 2327, tutti i giorni. Se hai meno di 18 anni, Telefono Azzurro 19696.

Che cos’è e a che cosa serve

Preoccuparsi e risolvere sembrano la stessa cosa dall’interno, e non lo sono. La preoccupazione torna sul problema molte volte, lo rigira, aggiunge scenari, e alla fine della giornata lascia esattamente dove aveva cominciato, con più stanchezza. Il problem solving strutturato fa una cosa diversa e molto meno gradevole: ferma la sequenza a un certo punto, obbliga a scrivere delle alternative, ne fa scegliere una anche se nessuna convince del tutto, e fissa quando la si mette in atto. Il fastidio che si prova a scegliere senza certezza è la ragione per cui di solito si continua a rimuginare.

La prima distinzione da fare riguarda il tipo di problema. Ci sono problemi attuali, su cui si può agire adesso: la scadenza del 15, la caldaia, la conversazione da fare con tua sorella. E ci sono problemi ipotetici, che riguardano cose che potrebbero accadere: se mio figlio si ammalasse, se l’azienda chiudesse. La griglia funziona solo sui primi. Applicata ai secondi produce piani per eventi che non esistono, e quei piani alimentano la preoccupazione invece di ridurla.

Il passaggio che nessuno salta volentieri è la generazione delle alternative. Servono almeno sei possibilità, scritte prima di giudicarne una sola, comprese quelle che sembrano assurde o inaccettabili. Sembra una perdita di tempo perché di solito si hanno già in mente le due opzioni abituali, ed è proprio quello il punto: l’alternativa che risolve compare quasi sempre dopo la quarta, quando le risposte scontate sono già state esaurite.

La scelta finale non richiede di essere sicuri. Si sceglie l’opzione con il rapporto migliore fra vantaggi e costi, sapendo che è una scommessa e che il piano prevede una verifica: fra una settimana si guarda cosa è successo e, se non ha funzionato, si prende la seconda della lista. Sapere in anticipo che ci sarà una verifica rende la decisione molto meno pesante di quanto sembri mentre la si rimanda.

Quando è utile

  • Disturbo d’ansia generalizzata, dove la preoccupazione gira su problemi veri senza mai arrivare a una decisione.
  • Depressione, quando i problemi pratici si accumulano e ogni scelta sembra sproporzionata rispetto alle forze disponibili.
  • Decisioni rimandate da mesi: un cambio di lavoro, un trasferimento, una conversazione familiare.
  • Periodi di riorganizzazione della vita — separazione, lutto, perdita del lavoro, malattia — in cui i problemi arrivano tutti insieme.
  • Conflitti concreti fra genitori e figli adolescenti, dove la griglia si compila in due e toglie la discussione dal terreno delle intenzioni.
  • Percorsi di gruppo e psicoeducazione, dove la procedura si insegna su un problema portato da un partecipante.

Come si fa, passo per passo

  1. 1. Riconosci il problema e fermati

    Il primo passaggio è accorgersi di avere davanti un problema invece di un difetto personale o di una sfortuna. Serve anche un atto pratico: interrompere il giro di pensieri e prendere carta e penna. Finché il problema resta in testa, la mente continua a riformularlo senza mai fissarne una versione, e ogni fase successiva diventa impossibile perché non c’è un testo su cui lavorare.

  2. 2. Definisci il problema in modo concreto

    Una frase con fatti, persone e date, senza aggettivi sul proprio carattere: non «sono un disastro con il lavoro», ma «devo consegnare il progetto entro il 15 e a oggi ho fatto metà, senza il capitolo tecnico». Poi scrivi l’obiettivo: cosa vuoi che sia vero fra due settimane. Se l’obiettivo non è verificabile da un osservatore esterno, la griglia produrrà alternative altrettanto vaghe.

  3. 3. Genera almeno sei alternative

    Si scrivono tutte, senza valutarne nessuna: le ragionevoli, le costose, le sgradevoli, quella che non faresti mai. La regola è non commentare mentre si scrive, perché il giudizio interrompe la produzione e riporta alle due opzioni già note. Se ci si ferma a tre, quasi sempre sono la soluzione abituale, il suo contrario e la resa: la lista utile comincia dalla quarta riga.

  4. 4. Valuta le conseguenze di ogni alternativa

    Per ciascuna riga scrivi le conseguenze a favore e quelle contro, distinguendo il breve e il lungo termine e considerando anche l’effetto sulle altre persone coinvolte. Poi dai un punteggio da 0 a 10. Le righe senza alcuna conseguenza negativa di solito non sono state pensate davvero, e quelle senza alcun vantaggio non sarebbero neppure venute in mente.

  5. 5. Scegli, anche senza esserne convinto

    Si prende il punteggio più alto, oppure una combinazione di due righe compatibili, e si scrive la scelta per esteso. La certezza non è un criterio disponibile: attendere l’opzione che non ha svantaggi significa non scegliere mai, e la non scelta è a sua volta una decisione, presa però senza guardarne le conseguenze.

  6. 6. Trasforma la scelta in un piano datato

    Cosa fai, quando, dove, con chi, e qual è il primo passo che richiede meno di dieci minuti. Un piano che comincia con «parlarne con il capo» resta fermo; uno che comincia con «lunedì alle 9:10 gli scrivo su chat: hai dieci minuti stamattina?» parte. Si annota anche cosa potrebbe impedirlo e cosa si fa in quel caso.

  7. 7. Verifica l’esito alla data fissata

    Alla data stabilita si guarda cosa è successo rispetto all’obiettivo scritto nella seconda fase: risolto, parzialmente risolto, non risolto. Se non ha funzionato non si ricomincia da zero: si torna alla griglia e si prende la riga successiva. Il risultato della verifica va scritto, perché la memoria tende a registrare come fallimenti anche i tentativi che hanno spostato qualcosa.

Esempio

Griglia compilata in seduta con una persona in trattamento per disturbo d’ansia generalizzata. Il problema era stato rigirato per undici giorni senza mai arrivare a una decisione. Definizione scritta: «devo consegnare il progetto entro il 15, ho fatto metà, manca il capitolo tecnico». Obiettivo: «entro venerdì il mio responsabile sa qual è la situazione reale e abbiamo una data condivisa».

Alternative e conseguenze, con punteggio finale
AlternativaConseguenze a favoreConseguenze controPunteggio
Non dire niente e provare a finire lavorando i weekendNessuna conversazione difficile questa settimana. Se ce la faccio, nessuno sa nulla.Due weekend persi, sonno ridotto. Probabilità alta di consegnare comunque tardi, e a quel punto senza preavviso.2
Scrivere una mail il 2 chiedendo una proroga al 22Preavviso di tredici giorni. Resta scritto, non devo reggere la conversazione a voce.Una mail senza contesto può sembrare una richiesta generica. Rischio di risposta breve e negativa.6
Chiedere dieci minuti di persona lunedì mattinaPosso spiegare cosa è pronto e cosa no. Si decide insieme la data. Chiude l’attesa.Dovrò sostenere il momento peggiore, i primi due minuti. Non so come reagirà.9
Chiedere che il capitolo tecnico passi a un collegaToglie la parte che mi blocca da giorni. Ridistribuisce un carico che è stato assegnato male.Devo motivare la richiesta. Il collega è già carico e potrebbe rifiutare.6
Consegnare il 15 la parte pronta, dichiarandola parzialeRispetto formalmente la scadenza. La discussione si sposta su cosa manca, non sul ritardo.Se non è concordato prima, sembra una consegna incompleta e non una scelta.7
Mettersi in malattia la settimana della scadenzaRinvio immediato, nessuna conversazione.Il problema torna identico il 22, con meno credibilità e con il senso di aver mentito.1

La sesta riga è rimasta nella griglia anche se non sarebbe mai stata scelta. Nella fase di generazione non si cancella niente: togliere le opzioni imbarazzanti mentre si scrive è esattamente il meccanismo che, nelle undici sere precedenti, aveva ridotto la lista a due possibilità già note.

Le due righe con il punteggio più alto non si escludono, e il piano finale le ha combinate: colloquio lunedì alle 9:10 e proposta di consegnare il 15 la parte pronta con il capitolo tecnico al 22. Le combinazioni compaiono solo dopo che le alternative sono state scritte separatamente.

La colonna delle conseguenze contro è compilata anche nelle righe buone, e questo è deliberato. Una riga senza svantaggi non è stata valutata: è stata solo desiderata, e quando l’inconveniente si presenta nella realtà viene letto come la prova che la scelta era sbagliata.

Cerchi un terapeuta esperto di disturbo d’ansia generalizzata?

Lascia la tua email: una persona legge la richiesta e ti propone uno psicologo iscritto all’Albo, in presenza o online. Rispondiamo entro un giorno lavorativo, senza impegno.

La usiamo solo per risponderti a questa richiesta.

Non ti chiediamo altro: né che cosa ti succede, né da quanto tempo. Di questo parlerai con il professionista nel primo colloquio.

Note per il professionista

La prima fase, l’orientamento al problema, è il vero bersaglio terapeutico e viene regolarmente saltata per arrivare alla griglia. Chi arriva con un disturbo d’ansia generalizzata porta spesso due convinzioni: che l’esistenza stessa di un problema sia il segno che qualcosa è andato storto, e di non essere in grado di gestirlo. Un buon uso della procedura comincia dal rendere esplicite queste due posizioni e dal collegarle al comportamento osservabile — l’evitamento delle decisioni, la ricerca di rassicurazione, il rimuginio — prima di proporre qualunque foglio.

La procedura si insegna dentro la seduta, su un problema reale portato quel giorno, cronometrando: trenta o quaranta minuti dalla definizione al piano datato. Il compito successivo è un problema a settimana, scritto sullo stesso formato, con il vincolo delle sei alternative. La griglia resta su carta e viene portata in seduta: quando il lavoro si sposta a voce, le fasi si fondono, la generazione si accorcia a due opzioni e la valutazione si trasforma in una discussione sui pro e contro della soluzione già scelta prima di cominciare.

Tre modi in cui non funziona. Il problema definito come uno stato — «vorrei stare meglio», «vorrei sentirmi realizzato» — non genera alternative operative; si scompone in situazioni con data e persone finché una riga non è affrontabile questa settimana. La censura durante la generazione riduce la lista alle risposte abituali; si contrasta con una regola esplicita, sei righe prima di qualsiasi commento, e con l’aggiunta da parte del terapeuta di un’alternativa volutamente eccessiva, che sblocca. Infine la scelta perfetta mai attuata: si vincola il piano a un primo passo di dieci minuti da fare entro quarantotto ore, altrimenti la griglia diventa una forma più ordinata di rimuginio.

Il criterio di selezione più importante lo si applica prima di aprire il foglio: se il problema è ipotetico non si compila la griglia. Pianificare per eventi che non sono accaduti è una delle forme più efficaci di alimentazione della preoccupazione, e la persona ne esce con l’impressione di aver lavorato. Per quella classe di contenuti il percorso è un altro — tolleranza dell’incertezza, esposizione immaginativa agli scenari temuti, tempo della preoccupazione — e il problem solving serve semmai a dimostrare per contrasto la differenza fra le due categorie, mettendole in due colonne durante la stessa seduta.

Cautele e controindicazioni

  • Sui problemi ipotetici la procedura è controindicata: produce piani per eventi che non esistono e rafforza la convinzione che preoccuparsi serva a prepararsi.
  • In una depressione grave un problema troppo grande diventa l’ennesima prova fallita: si riduce fino a un passo che la persona ritiene di poter fare oggi, oppure si comincia dalla riattivazione delle attività e si rimanda la griglia.
  • Non sostituisce una consulenza legale, medica, fiscale o del lavoro: quando il problema richiede un’informazione tecnica, la prima alternativa da scrivere è procurarsela.
  • In presenza di ideazione suicidaria il problem solving non si usa come intervento principale e non precede la valutazione del rischio e il piano di sicurezza.
  • Quando il problema è una relazione violenta o coercitiva, la griglia delle alternative non è lo strumento adatto e può spostare sulla persona la responsabilità di una soluzione.
  • La compilazione ripetuta della stessa griglia, con revisioni continue alla ricerca della scelta perfetta, è un segnale che la procedura è stata assorbita dal controllo: si limita a una compilazione per problema.

Domande frequenti

Quali sono le fasi del problem solving?

Sette: riconoscere il problema e assumere un atteggiamento operativo verso di esso, definirlo in termini concreti fissando un obiettivo verificabile, generare molte alternative senza giudicarle, valutare le conseguenze di ciascuna a breve e a lungo termine, scegliere, trasformare la scelta in un piano con data e primo passo, verificare l’esito alla data stabilita. Le prime due sono quelle che vengono saltate più spesso, e sono quelle che decidono se le altre cinque serviranno a qualcosa.

Che differenza c’è fra problem solving e rimuginio?

Il rimuginio torna sul problema molte volte, si sposta su scenari sempre più lontani e non produce nessun atto verificabile; spesso riguarda cose che potrebbero accadere. Il problem solving ha un inizio, sette passaggi, un foglio e una data. Il criterio pratico è semplice: se dopo venti minuti esiste una riga scritta con cosa farai e quando, era problem solving; se esistono soltanto altre domande, era rimuginio, indipendentemente da quanto è sembrato utile mentre accadeva.

Quanto tempo richiede compilare la griglia?

Fra trenta e quaranta minuti per un problema, la prima volta; dopo qualche settimana si scende a una ventina. La fase più lunga e più scomoda è la generazione delle alternative, che va protetta: è quella che produce l’opzione non ovvia, e la tentazione costante è chiuderla dopo tre righe. La valutazione delle conseguenze, invece, corre in fretta appena le alternative sono scritte una sotto l’altra.

Posso usare il problem solving da solo?

Sì, la procedura è pensata per essere usata in autonomia ed è per questo che ha un formato fisso. Due accorgimenti la rendono affidabile: scriverla a mano, perché a mente le fasi si fondono, e rispettare il minimo di sei alternative. Il limite si riconosce facilmente: se ogni settimana la griglia viene compilata e il piano non viene mai messo in atto, l’ostacolo non è la mancanza di soluzioni ed è quello il punto da portare in terapia.

E se nessuna alternativa mi convince?

Succede spesso ed è previsto. Si sceglie comunque quella con il punteggio migliore, sapendo che è una scommessa e che la verifica è già fissata: se non funziona si prende la seconda della lista, che resta scritta. Aspettare l’opzione priva di svantaggi significa scegliere di non decidere, con la differenza che le conseguenze della non decisione non vengono mai messe in colonna e quindi non vengono mai contate.

Esercizi collegati

Sei un professionista?

Atlante Clinico è il repertorio di tecniche ed esercizi che cerchi prima della seduta: schede tratte dai testi di riferimento, ricercabili per obiettivo e per orientamento, con le cautele accanto alla procedura.

Esplora il repertorio

Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica. Gli esercizi descritti sono strumenti di psicoterapia: la scelta, l’adattamento e i tempi spettano al professionista che segue la persona.